CONOSCENZA E VERITÀ SECONDO LA TEORIA DEL RIFLESSO

CONOSCENZA E VERITÀ
SECONDO LA TEORIA DEL RIFLESSO

Zhang Enci

LA VERITÀ OGGETTIVA

l. Esiste o no la verità oggettiva?

Tra i filosofi, sono rari quelli che affermano chiaramente e apertamente che non esiste affatto la verità; forse non ce ne sono. Il punto controverso del dibattito è questo: esiste la verità oggettiva?

I materialisti lo affermano, gli idealisti lo negano. Benché vi siano differenti modi di conoscere la verità tra gli idealisti, vi è sostanzialmente un punto di accordo: ritenere che la verità sia meramente soggettiva, negare che esista una verità oggettiva. Definiamo questa concezione della verità come concezione della verità soggettiva. Le sue caratteristiche sono le seguenti: riconoscere in apparenza l’esistenza della verità, ma in realtà farla scomparire, avendo negato il suo contenuto oggettivo; così la verità diventa un concetto vuoto. Ogni verità è oggettiva. Verità e verità oggettiva non sono due diverse realtà, ma una identica cosa. Non riconoscere la verità oggettiva significa non riconoscere la verità.

Gli idealisti si ostinano a scindere verità e verità oggettiva; è una ipocrisia fingere di opporsi solo alla verità oggettiva senza opporsi alla verità.

I materialisti riconoscono l’esistenza della verità oggettiva; il fondamento della verità è l’oggettività; non c’è verità separata dall’oggettività. Il materialismo ritiene che la verità oggettiva sia la conoscenza che riflette correttamente la realtà oggettiva; in altri termini, è il riflesso esatto della realtà oggettiva nella coscienza umana. La verità è la ragione della scienza poiché riflette con esattezza la realtà oggettiva. Ad esempio, l’esistenza del globo terrestre prima dell’apparizione del genere umano – studiata dalle scienze della natura – è una verità oggettiva che ognuno di noi può comprendere col cervello e con buon senso. Anche la tavola periodica degli elementi scoperta da Mendeleiev è una verità oggettiva: si tratta di riflessi fedeli della realtà oggettiva. La stessa dottrina marxista del socialismo è una verità oggettiva, che riflette correttamente le leggi oggettive dello sviluppo storico dell’umanità, ed è confermata da tutta la pratica dello sviluppo storico. Le vittorie del socialismo in numerosi paesi evidenziano con chiarezza il carattere di verità oggettiva della dottrina marxista del socialismo.

La lotta tra il materialismo e l’idealismo sul problema della verità oggettiva riguarda direttamente la loro diversa comprensione del problema fondamentale della filosofia (il problema del rapporto tra il pensiero e l’essere).

Engels dice:

Il problema fondamentale di tutta la filosofia, e specialmente della filosofia moderna, è quello del rapporto fra il pensiero e l’essere, fra lo spirito e la natura […]. I filosofi si sono divisi in due grandi campi secondo la risposta data a tale quesito. I filosofi che affermavano la priorità dello spirito rispetto alla natura, e quindi ammettevano in ultima istanza una creazione del mondo di un genere qualsiasi […], costituivano il campo dell’idealismo. Quelli che affermavano la priorità della natura appartenevano alle diverse scuole del materialismo[2].

Poiché gli idealisti ritengono che la coscienza sia prioritaria e la natura «derivata» e secondaria, negano che l’essere sia esterno alla coscienza; non credono alla coscienza come trasmessa dalla realtà oggettiva e negano che la coscienza sia il riflesso della realtà oggettiva. Ciò significa considerare la Coscienza e il pensiero a priori ed innati e non poter riconoscere la verità oggettiva. Dal punto di vista dell’apriorismo idealistico la verità non può essere che una cosa soggettiva e arbitraria. È evidente che negare che il mondo oggettivo esista separatamente e indipendentemente dalla coscienza dell’uomo, significa negare l’origine della coscienza umana; e negare il contenuto oggettivo della coscienza significa negare la verità oggettiva. Infatti una filosofia che nega il carattere oggettivo del mondo non può condurre che alla negazione della verità oggettiva; non ha altro sbocco.

Sostenere la priorità della coscienza, negare la verità oggettiva, attenersi al punto di vista dell’apriorismo idealistico: tutto ciò è una sola e medesima posizione.

I materialisti riconoscono che è prioritario il mondo oggettivo, che la coscienza ne è derivata, ne è un riflesso, e deve necessariamente riconoscere l’esistenza della verità oggettiva. È evidente che poiché la coscienza e il pensiero sono il riflesso del mondo esterno, la verità del pensiero consiste nella sua oggettività, nella correttezza del modo con cui riflette il mondo oggettivo. Infatti non c’è altra teoria della verità oggettiva che quella della teoria materialistica del riflesso; e la negazione dell’oggettività della verità conduce necessariamente a negare la teoria materialistica del riflesso.

Lenin dice:

Considerare le nostre sensazioni come le immagini del mondo esterno, riconoscere la verità oggettiva, sostenere il punto di vista della teoria materialista della conoscenza, è sempre la stessa cosa.[3]

Si può osservare che la lotta fra chi riconosce e chi nega la verità oggettiva è la manifestazione stessa della lotta filosofica tra il materialismo e l’idealismo sulla concezione della verità. Si può ugualmente dire che, nel corso di tutto lo sviluppo della filosofia, qualunque posizione abbiano assunto i filosofi, è stato sempre nella risposta a tale questione che si è espressa la loro posizione filosofica fondamentale.

La lotta tra i materialisti e gli idealisti su questo punto appare molto prima dell’èra cristiana. il filosofo materialista dell’antica Grecia, Democrito (circa 460-370 a.C.) affermò l’esistenza della verità oggettiva. Partendo dal punto di vista dell’indipendenza del mondo materiale oggettivo in rapporto alla coscienza, riteneva che la sensazione fosse prodotta dall’azione del mondo esterno – costituito di atomi – sugli organi dei sensi, e affermava che era possibile conoscere la verità oggettiva. Ma riteneva che la sensazione non offrisse direttamente che conoscenze che esistevano come «opinioni generali» e che la verità esistesse «nel fondo dell’oceano». Ciò significa che Democrito, benché ritenesse che la sensazione non può darci direttamente la verità, tuttavia affermava l’esistenza della verità oggettiva, poiché bisognava cercarla «nel fondo» delle cose. Ma il punto di vista di Democrito ricevette l’opposizione di Socrate (469-399 a.C.) e di Platone (427-347 a.C.), i quali su questa questione avanzarono la concezione idealistica della verità. Socrate riteneva che il dubbio filosofico dovesse condurre alla conoscenza di sé stessi, e infatti, avendo negato la conoscenza del mondo oggettivo, negava la verità oggettiva. Il suo discepolo Platone avanzò una interpretazione della verità ancora più strana; da idealista oggettivo, riteneva che già prima del mondo sensibile esistesse un mondo di idee e che il mondo materiale sensibile non fosse altro che l’ombra di queste idee. Secondo Platone gli uomini credevano di conoscere i fenomeni naturali, ma ciò che essi vedevano non erano che queste ombre, e la conoscenza sensibile non poteva raggiungere «lo splendore del sole», cioè la verità.

Platone affermava che l’uomo, se voleva conoscere la verità, doveva respingere tutte le cose materiali e sensibili, chiudere gli occhi e ostruire le orecchie, inebriarsi di introspezione, consacrare tutti i suoi sforzi a suscitare in se stesso la «reminiscenza» di ciò che la sua anima immortale aveva potuto contemplare nel mondo delle idee. Ciò è come dire che non esiste la verità oggettiva, che la verità è ottenibile solo attraverso la reminiscenza di questo mistico mondo delle idee e che si tratta di cosa puramente spirituale. Questa teoria mistica della verità fu criticata da Aristotele (384-322 a.C.). Aristotele nella sua filosofia oscillò fra il materialismo e l’idealismo, ma la sua concezione della verità avanza un punto di vista materialistico. Egli sostiene la teoria materialistica della sensazione; considera che la sensazione sia l’impronta del fatto oggettivo e inoltre riconosce che è la fonte del pensiero e dei concetti. Aristotele asserisce che la verità non dipende da una misteriosa realtà spirituale, ma è l’effetto della conoscenza corretta da parte degli uomini dei fatti oggettivi; pertanto egli formula una definizione materialistica della verità (vedere successivo punto 2).

Nella filosofia occidentale del Medioevo, la filosofia Scolastica e la religione esercitarono un dominio assoluto e il punto di vista teologico sulla verità fu l’unica interpretazione. Dal punto di vista della Scolastica e della religione, la natura è la creazione di dio [le espressioni usate in lingua cinese per «dio» sono molte e attengono a concetti diversi. Qui è usato shangdi = «imperatore supremo». N.d.T.], la verità è tutto ciò che è definito dalla religione in dogmi (o formule) assolute e immutabili. Le «Sacre Scritture» sono il criterio e la norma della verità. Non si trattava solo di respingere la verità oggettiva, ma anche tutto ciò che entrava in contraddizione con le «Sacre Scritture» era proclamato eretico e condannato alla distruzione. Il che indica quale fondamentale ostacolo costituì la filosofia Scolastica e religiosa per il progresso della conoscenza della verità oggettiva.

Come scriveva il filosofo materialista inglese Francesco Bacone (1561-1626), il corpo della filosofia Scolastica, come una suora consacrata a dio, non può procreare, non genera nulla di vivo, ma solo dispute meschine e defatiganti, sofismi verbali. Nella lotta contro la filosofia Scolastica, Bacone attaccò la concezione teologica della verità della filosofia Scolastica, ricorrendo alla concezione della «doppia verità». La «doppia verità» consisteva nel riconoscere, accanto alla «verità della religione», la verità scientifica e la verità oggettiva. Si trattava di una teoria di compromesso, alquanto inconseguente. Tuttavia, nelle condizioni sociali dell’epoca, questa concezione della «doppia verità» giocò un ruolo molto positivo e scosse il dominio assoluto della concezione religiosa della verità. Con lo sviluppo storico, sostenere la concezione della «doppia verità» perse il suo significato progressista. Il filosofo materialista inglese Thomas Hobbes (1588-1679) attaccò risolutamente la dottrina della «doppia verità»; egli voleva abbattere completamente la teologia e negava che ci fosse una «verità religiosa». Dal punto di vista di Hobbes, le «idee» sono il riflesso del mondo materiale nella coscienza, ed egli affermò l’esistenza della verità oggettiva. Ma Hobbes concepì i concetti come «denominazioni di denominazioni», «notazioni di notazioni» e pertanto cadde nell’errore nominalista.

Per tale motivo il suo punto di vista della verità oggettiva non è conseguente fino in fondo. John Locke (1632-1704) è stato il filosofo inglese le cui teorie esitarono di più tra diverse tendenze. Queste esitazioni si manifestano anche nella sua posizione sulla verità: da una parte presenta una tendenza materialistica, attraverso il suo sensismo; dall’altra parte cade spesso in una ricerca delle sensazioni soggettive che lo conduce a dimenticare i fatti oggettivi. Secondo la sua definizione, la conoscenza non è nient’altro che la coscienza del rapporto esistente fra tutti i nostri concetti (che si accordano o meno fra di loro); secondo Locke la verità consiste nell’accordo reciproco delle concezioni umane. Questo modo di conoscere la verità è evidentemente soggettivo. Il pastore inglese George Berkeley (1684-1753) respinse radicalmente le tendenze materialistiche della teoria delle sensazioni di Locke, e spinse le sue tendenze idealistiche fino alle ultime conseguenze. Egli oppose la teoria della soggettività della verità alla teoria materialistica dell’oggettività della verità; secondo lui, non bisogna cercare la verità nel riflesso del concetto con l’oggetto, ma nel concetto stesso, e nel confronto dei concetti fra loro. Così l’oggettività della verità scompare completamente. Berkeley afferma che i concetti veri sono più positivi, più chiari e più distinti, ed hanno più forza e vita dei concetti mescolati dall’immaginazione. È evidente che questo criterio è dei più soggettivi e dei meno sicuri. Berkeley si richiama al «senso comune» come criterio della verità, ma ciò non cambia in nulla la natura soggettiva di questo criterio.

Il punto di vista di Berkeley fu esposto agli attacchi più decisivi dei materialisti francesi del XVIII secolo; essi, partendo dalla sensazione, avanzarono sulla via che conduce a riconoscere la verità oggettiva. Il materialista francese Denis Diderot paragonava la teoria di Berkeley a un «clavicembalo impazzito» capace di emettere dei suoni da solo! Per il materialista francese Julien La Mettrie (1709-1751), il mondo materiale era l’unico oggetto della conoscenza, l’unica fonte della sensazione; e la sensazione era la fonte del pensiero teorico. Egli riteneva che la sola sensazione poteva illuminare la ragione e spingerla alla ricerca della verità. La Mettrie non dubitava affatto che la conoscenza dell’uomo potesse raggiungere la verità oggettiva. Anche Denis Diderot (1713-1784) si è attenuto al sensismo materialista, e, avendo una ferma fiducia nella capacità umana di conoscere la verità oggettiva, riteneva che la sensazione fosse il primo grado della conoscenza della natura e che il pensiero fosse prodotto sulla base della sensazione, e pertanto potesse raggiungere la verità oggettiva. Il materialista francese Paul Henri D’Holbach (1723-1789) esprime questa posizione con maggiore chiarezza: conoscere la verità significa studiare la natura. La verità consiste nell’accordo tra il pensiero e le cose. In tal modo si può osservare che i materialisti francesi del XVIII secolo, dal punto di vista della teoria dell’oggettività della verità, si opposero risolutamente alla teoria idealistica della verità.

Ludwig Feuerbach (1804-1872), nella sua lotta contro la concezione idealistica della verità, si attenne alla tradizione scientifica dei materialisti che affermavano l’esistenza della verità oggettiva. Egli riteneva inoltre che la natura fosse l’unico oggetto della conoscenza. Gli uomini potevano conoscere i misteri della natura e raggiungere la verità oggettiva. Tuttavia faceva della «coscienza del genere umano» e del «consenso comune» il criterio della verità e ciò non era esatto.

Anche la storia della filosofia cinese è attraversata continuamente dalla lotta fra il riconoscimento e la negazione della verità oggettiva.

Il filosofo dell’antichità Zhuang zi (369-286 a.C.) è stato un rappresentante della negazione della verità oggettiva. Zhuang zi, partendo dall’idealismo e dal relativismo, sosteneva la relatività di ogni cosa. Il vero e il falso, la verità e l’errore, per lui erano relativi e la verità oggettiva non esisteva assolutamente. Al contrario, i filosofi seguaci di Mo zi (come pure i successivi moisti) e Xun zi (298-238 a.C.) riconoscevano l’esistenza della verità oggettiva. I filosofi seguaci di Mo zi ritenevano che gli uomini potessero abitualmente distinguere il vero e il falso; quando i concetti [ming] si accordano alla realtà, si tratta di vere conoscenze; le conoscenze false sono quelle che si scostano dalla realtà e non hanno alcun significato. Il filosofo materialista Xun zi, fondandosi sul riconoscimento della natura come esistenza dell’oggettività, affermava che gli uomini possono conoscere i fenomeni circostanti e la stessa legge della natura: il dao. Xun zi riteneva che la verità fosse l’accordo delle cose con il dao, olegge della natura, e che tutto il resto non fosse che errore. È evidente che si trattava di una interpretazione materialistica della verità.

Sotto la dinastia degli Han, il filosofo idealista Dong Zhongshu (179-104 a.C.) avanzò una concezione teologica del mondo e una concezione mistica della verità che si opponevano al materialismo e rifiutavano l’oggettività della verità. Secondo Dong Zhongshu, il cielo [tian] (cioè «dio» [shangdi]) è il padrone supremo di tutte le cose, e tutto, nella società, viene dal cielo [tian]. Partendo da questo punto di vista, Dong Zhongshu ritiene che la conoscenza non consiste nello studiare i rapporti interni delle cose, ma nel ripiegarsi nella contemplazione dell’interiorità mistica, cioè del cielo [tian]. Dong Zhongshu afferma che tutte le concezioni degli uomini procedono dal cielo [tian]. Dice anche che «i nomi dipendono dalla verità [zhen]» ma ciò che chiama verità non consiste in concetti che riflettono le realtà oggettive; è solamente un altro nome del cielo. Dong Zhongshu pensa che la conoscenza non abbia per fine quello di cogliere il mondo oggettivo, ma consista nel cercare di sottomettersi, in politica e nella morale, a ciò che egli definisce «la nobile strada degli antichi re, le leggi e i canoni per tutto il mondo».

Per questo, secondo Dong Zhongshu, il criterio del vero e del falso non è null’altro che quello di adeguarsi. Ciò dimostra che la concezione del mondo e della verità di Dong Zhongshu era al servizio della dominazione dei governanti feudali e reazionari. Al contrario, Wang Chong, il grande filosofo materialista della dinastia degli Han (27-104 d. C.), elaborò una teoria materialistica della conoscenza e sostenne la teoria dell’oggettività della verità.

Wang Chong respingeva l’idea di una conoscenza innata », data dal cielo [tian]; riteneva che la conoscenza provenisse dallo studio e che senza studio non si potesse conoscere nulla. Wang Chong annetteva una particolare importanza alla sensazione e pensava che la conoscenza procedesse dalla sensazione, ma non si limitava alla sensazione, perché la sensazione non era sufficiente. Riteneva che la verità era l’accordo dei concetti e della conoscenza con la realtà oggettiva, e il criterio della verità consisteva per lui nel «provare la realtà per verificare le proprie parole e le proprie azioni». Wang Chong diceva: «I Taoisti parlano della natura ma non sanno provare la realtà per verificare le loro parole e la loro condotta; per tale motivo non ci si può fidare della loro teoria della natura». Inoltre diceva: «Tutti quelli che parlano della realtà, ma si allontanano dai fatti e non si riferiscono ai risultati per verificare ciò che affermano, possono sì soffocarci di bei principi e di teorie complicate, ma la gente non crede loro». Questa è evidentemente una concezione materialistica della verità.

Le lotte fra le due linee in filosofia, fra la negazione e il riconoscimento della verità oggettiva, si svilupparono e divennero più acute a partire dall’epoca Song.

Il filosofo dell’epoca Song, Zhu Xi (1130-1200), fondò un sistema filosofico di idealismo oggettivo. Zhu Xi riteneva che ogni cosa del mondo procedesse dal li. Il li era per lui una essenza eterna, che preesisteva al mondo materiale e presiedeva al mondo materiale e all’esistenza di ogni cosa. In realtà, ciò che Zhu Xi chiama «li», non è nient’altro che un altro nome di dio [shangdi]. A partire da ciò, Zhu Xi sostiene che la conoscenza ha per fine di «scrutare a fondo il li», cioè conoscere questa misteriosa essenza spirituale preesistente al mondo materiale. Con questa dottrina Zhu Xi negava dunque l’esistenza della verità oggettiva.

Da parte sua Lu Xiangshan (1139-1192), filosofo contemporaneo di Zhu Xi, fondò una dottrina soggettiva dell’idealismo. Secondo Lu Xiangshan, lo spirito umano [xin, lett. «cuore»] è fondamentale e di natura prioritaria e l’universo materiale è costituito dallo spirito umano. Egli dice: «L’universo è il mio spirito [il mio cuore ], il mio spirito [il mio cuore] è l’universo», «l’organizzazione di tutte le cose dipende da me». In tal modo egli nega che l’uomo conosca il mondo esterno e ritiene che basti all’uomo conoscere il suo spirito per conoscere l’universo. È il rifiuto più radicale della verità oggettiva.

Nella lotta contro queste concezioni idealistiche della verità, il materialismo avanza la sua propria concezione della verità. Il materialista dell’epoca dei Song, Ye Shi (1150-1223), si oppose alla concezione idealistica della verità e sostenne il punto di vista della teoria della verità oggettiva. Ye Shi riteneva che la realtà oggettiva fosse l’oggetto della conoscenza e che per conoscere la verità fosse sufficiente studiare la realtà concreta e le condizioni di vita degli uomini. Ye Shi riteneva che la vera conoscenza avesse per fondamento i concetti ricavati dall’esperienza.

Sotto la dinastia dei Ming, Wang Yangming (1472-1529) raccolse la tradizione filosofica dell’idealismo soggettivo di Lu Xiangshan, affermando che «non esiste nulla al di fuori dello spirito [xin]» e che «non esiste principio razionale al di fuori dello spirito»; egli pensava che ogni cosa derivasse dallo spirito e dunque era inutile cercare ciò che vi era al di fuori di sé stessi, inutile cercare le leggi della natura. Egli avanzò una teoria mistica della conoscenza: «Non cercare nulla al di fuori di sé stessi» e «sforzarsi di penetrare l’interiorità». Diceva: «Lo spirito [xin] è il dao, il dao è il cielo [tian], conoscere lo spirito e il dao significa conoscere il cielo». Ciò significa che non bisogna cercare la verità al di fuori del nostro spirito, ma nel nostro stesso spirito. Secondo Wang Yangming la conoscenza non è che la conoscenza di sé stessi attraverso «l’intuizione»; ciò significa negare assolutamente la verità oggettiva, e cadere del tutto nell’intuizionismo mistico. Contrariamente a Wang Yangming, il filosofo materialista Wang Tingxiang (1474-1544) affermava che la materia [yuanqui] era il fondamento del mondo e che era possibile conoscere la verità oggettiva. Wang Tingxian attribuiva una grande importanza all’«esperienza» [yianwen] (conoscenza sensibile) come all’esperienza diretta di ciò che «si vedeva» e «si toccava»; nello stesso tempo riteneva che bisognasse unire il «pensiero» e «l’esperienza». Secondo questo filosofo la sola e vera conoscenza doveva passare attraverso il bilancio delle conoscenze parziali relative ai fatti.

Da tutto ciò che è stato finora detto si può vedere che la lotta fra il negare e il riconoscere la realtà oggettiva attraversa completamente il processo dello sviluppo della filosofia.

In qualunque modo ciò avvenga, gli idealisti negano l’oggettività della verità e i materialisti la riconoscono; la teoria materialistica della verità oggettiva si sviluppa nella lotta contro la teoria idealistica della verità. Lo sviluppo della scienza e della pratica degli uomini prova ininterrottamente che la teoria dell’oggettività della verità è una teoria scientifica, valida, mentre la teoria idealistica della verità è assolutamente priva di fondamento. Evidentemente la teoria materialistica della verità si perfeziona a poco a poco, nella misura in cui si sviluppa, e la teoria della verità del materialismo dialettico è la forma più avanzata dello sviluppo della teoria materialistica della verità.

Nella storia, la teoria marxista della verità ne è la concezione più conseguente. Le teorie materialistiche della verità anteriori a Marx, benché sostenessero la teoria della verità oggettiva, non poterono condurla fino alle ultime conseguenze, perché non comprendevano né il legame essenziale tra la teoria e la pratica, né la dialettica. Solo quando Marx ebbe introdotto la pratica e la dialettica nella teoria materialista della conoscenza si sviluppò una teoria scientifica e conseguente della verità oggettiva.

2. Che cos’è la verità oggettiva?

Il riconoscimento dell’oggettività della verità è la premessa fondamentale di ogni concezione materialistica della verità; ed è pure la premessa fondamentale della concezione marxista della realtà. Lenin afferma:

Esiste una verità oggettiva? Ossia, possono le rappresentazioni mentali dell’uomo avere un contenuto indipendente dal soggetto, indipendente sia dall’uomo che dal genere umano?[4]

Quando il materialismo sostiene l’oggettività della verità significa che riconosce un tale contenuto oggettivo nel pensiero e nelle rappresentazioni umane, mentre quando l’idealismo nega la verità oggettiva significa che nega questo tipo di contenuto oggettivo nel pensiero e nelle rappresentazioni umane.

Per questo si può dire che il pensiero e le conoscenze umane riflettono la realtà esterna, sono cioè verità oggettive; in altri termini, la verità oggettiva è l’apprendimento delle cose e dei fenomeni da parte del pensiero e della conoscenza, secondo la loro apparenza originale, senza aggiungere realtà oggettive che non siano inerenti alla loro natura.

Se abbiamo davanti a noi un abete, non possiamo dire che si tratta di un pioppo; sarebbe un riflesso deformato. Il racconto che si chiama «Far passare un cervo per un cavallo» è la storia di una tale deformazione. Le nostre conoscenze e i nostri pensieri, solo se riflettono fedelmente le cose, hanno un carattere di verità.

Comprendere la verità oggettiva come l’accordo del pensiero e della realtà oggettiva, o dire che la verità è il riflesso corretto del mondo oggettivo attraverso il pensiero: questa è l’unica concezione scientifica della verità, ed è la sola interpretazione che tutti i materialisti riconoscono corretta; non ce n’è un’altra. Da migliaia di anni i filosofi materialisti hanno posto le basi della teoria della verità oggettiva nel modo più semplice. Il filosofo greco Aristotele diede questa celebre definizione della verità:

… il problema del vero e del falso si riferisce all’esistenza o meno di legami o di distinzioni tra realtà e immagini, chi trova i legami pensa che esistano legami, chi trova le distinzioni pensa che esistano distinzioni e ciò è reale; al contrario, se si trovano distinzioni dove esistono legami, e legami dove esistono distinzioni, ciò è errato.

Ora, quand’è che esiste o non esiste, quel che noi intendiamo per vero o per falso? Bisogna approfondire la discussione del significato di queste parole.

Infatti non perché noi ti reputiamo pallido, tu sei pallido davvero; ma, poiché tu sei pallido, pensiamo il vero noi che ti diciamo pallido [5].

Aristotele, benché oscillasse tra l’idealismo e il materialismo, spesso inclinò verso l’idealismo ma la sua interpretazione della verità è di natura materialista. La sostanza della sua definizione significa che solo l’accordo del pensiero o del giudizio con la situazione reale costituisce la verità. Proprio perché questa definizione è di natura materialista, ferì profondamente gli idealisti, e furono proprio alcuni di essi, che si proclamavano eredi della tradizione aristotelica, che concentrarono su questo punto la loro critica di Aristotele. Al contrario, i materialisti elogiarono questa concezione aristotelica della verità; la raccolsero e la svilupparono brillantemente. Tutti i materialisti proseguirono sulla via di questa teoria della verità; la teoria marxista della verità costituisce il più alto risultato dello sviluppo di questa teoria della verità.

Ma perché i materialisti affermano unanimemente il carattere oggettivo della verità e considerano la verità il riflesso corretto del pensiero verso il mondo esterno? Per comprendere questa questione bisogna conoscere bene la teoria materialista della conoscenza; la sua caratteristica è la teoria del riflesso.

Ciò che si chiama teoria del riflesso consiste nel considerare la conoscenza come riflesso del mondo esterno. Partendo da ciò si riconosce necessariamente che il mondo oggettivo è l’unica fonte della conoscenza e del pensiero e che non ci sono altre fonti. Lo scopo e anche il punto essenziale della teoria materialistica del riflesso consiste nel cogliere le cose e i fenomeni secondo le loro proprie caratteristiche e nel rifletterli fedelmente. La teoria dell’oggettività della verità e la teoria materialistica del riflesso formano dunque un tutto indissolubile e la teoria della verità oggettiva è una parte costitutiva dell’essenza della teoria del riflesso; se non ci si attiene alla teoria materialistica del riflesso, non è possibile allora la teoria della verità oggettiva e inversamente se non ci si attiene alla teoria della verità oggettiva, non è possibile la teoria materialistica del riflesso.

Come affermava Lenin, riconoscere la verità oggettiva e sostenere il punto di vista della teoria materialistica della conoscenza è una sola e medesima cosa.

Pertanto non dobbiamo né possiamo separare la teoria materialistica del riflesso e la teoria della verità oggettiva; ogni tentativo di separarle conduce necessariamente alle più complete assurdità.

Evidentemente non si può mettere il segno «uguale» tra la teoria della verità oggettiva e la teoria materialistica del riflesso, che è di portata più rilevante. Infatti questa non si limita a considerare che la verità è il riflesso del mondo oggettivo; considera che avvenga lo stesso per le conoscenze errate; le conoscenze corrette ne sono un riflesso corretto e le conoscenze errate un riflesso deformato. Infatti i materialisti spiegano ogni pensiero e ogni teoria dal punto di vista della teoria del riflesso. Ma allora, che cosa significa dire che teoria materialistica del riflesso e teoria della verità oggettiva sono tutt’uno? Sembra che ora parliamo di due cose diverse. Qual è dunque l’essenza della teoria materialistica del riflesso? Si riassume in tre punti: primo: l’oggetto della conoscenza, il mondo reale, esiste oggettivamente; secondo: il pensiero e la conoscenza teorica sono il riflesso del mondo reale; terzo: il pensiero umano è in grado di riflettere correttamente il mondo reale e la verità è la conoscenza che riflette correttamente la realtà. Da ciò si può vedere che questa è la natura della teoria materialistica del riflesso e anche della teoria della verità oggettiva; in altri termini, la teoria materialistica del riflesso si propone di raggiungere la verità oggettiva: per questo motivo riconoscere la verità oggettiva è la sostanza della teoria materialistica del riflesso.

Quanto alla natura della verità oggettiva, ne esiste una interpretazione volgare la quale ritiene che la verità oggettiva è lo stesso mondo oggettivo. Questa concezione non è corretta, infatti si allontana dal punto di vista della teoria materialistica del riflesso. Non c’è nulla di più vero che il mondo oggettivo esista indipendentemente dall’uomo e indipendentemente dal soggetto. Tuttavia, le cose e i fenomeni che esistono oggettivamente in sé e per sé non sono altro che l’essere oggettivo, e nient’altro; le realtà esistenti non hanno in sé stesse nulla a che fare con il «vero» e l’«errato». Per esempio, le realtà oggettive, il sole, la luna, Venere, Marte, il globo terrestre, la pioggia, un soffio di vento, un atomo, un elettrone, un uomo, un animale, un albero, una tavola, una sedia esistono ma non sapremmo dire se queste realtà abbiano qualche ruolo nelle verità e nell’errore; applicar loro in prima istanza i concetti di verità e di errore sarebbe assolutamente privo di ogni significato scientifico. Così, non potremmo dire che il sole, la pioggia, il vento, sono in sé stessi errore o verità. Queste cose sono là, sono in movimento e non si può ancora parlare di errore e di verità. Il vero e l’errato riguardano l’uomo, sono una proprietà della conoscenza del mondo esterno da parte degli uomini. Solo l’uomo può porsi il problema del vero e del falso durante il processo della conoscenza del mondo oggettivo. La pioggia e il vento non sono in se stessi né errore né verità, ma la conoscenza e la comprensione che ne acquisiscono gli uomini comportano un ruolo di errore e di verità.

Se comprendiamo correttamente le leggi della pioggia e del vento e facciamo delle esatte previsioni su tale argomento significa che questa è conoscenza che ha un carattere di verità; in altri termini una verità oggettiva. Se non ne cogliamo le leggi con certezza, se sbagliamo nelle nostre previsioni, ciò indica la natura di errore della conoscenza.

Hobbes ha indicato giustamente che la verità non è la natura delle cose, ma è la natura dei giudizi espressi sulle cose. Ciò significa che si può distinguere errore e verità solo a proposito del riflesso della realtà oggettiva nel pensiero, nella teoria e nelle espressioni. È certo che il pensiero non può paragonarsi alle cose concrete, altrimenti sarebbe impossibile determinare la sua natura di verità. Per tale motivo diciamo che, al di fuori della teoria materialistica del riflesso, parlare della verità e dell’errore non ha alcun senso. La verità e l’errore si manifestano solo al momento del confronto dei nostri pensieri con oggetti determinati.

La filosofia marxista riconosce l’oggettività della verità, e questa oggettività è assolutamente inseparabile dalla teoria materialistica del riflesso. Abbiamo appena visto che ciò non significa che le cose e i fenomeni oggettivi siano, in sé stessi, la verità oggettiva. Ciò che chiamiamo l’oggettività della verità oggettiva, non significa altro che l’indipendenza del contenuto e dell’oggetto della conoscenza nel confronti dell’uomo, del soggetto conoscente; significa l’esistenza oggettiva dell’oggetto di cui la nostra conoscenza è il riflesso. Se non comprendiamo che la verità oggettiva è il riflesso corretto delle cose e dei fenomeni oggettivi nel pensiero umano, ma consideriamo le cose in sé, facciamo della verità oggettiva una realtà senza rapporto con il soggetto; e questa si allontana dalla teoria materialistica del riflesso. La verità è oggettiva, ma non è senza rapporti con il soggetto: essa è l’unità del soggetto e dell’oggetto e consiste nell’ottenere una corretta conoscenza del mondo oggettivo; al contrario, l’errore è la mancanza di legame fra il soggetto e l’oggetto, il riflesso deformato del mondo oggettivo.

La verità, riflesso corretto dell’oggetto da parte del soggetto, è dunque oggettiva quanto al suo contenuto e soggettiva nella forma.

L’idealismo ritiene che la verità sia solo soggettiva, e ciò non è esatto; ma è altrettanto falso che la verità sia la stessa oggettività.

La verità è l’accordo, l’unità del soggetto e dell’oggetto. Per tale motivo è ora più importante non proclamare semplicemente che la verità è la stessa oggettività (ciò che è facile), ma saper ricercare la verità nel rapporto tra il soggetto e l’oggetto, secondo la teoria materialistica del riflesso. Identificare verità e realtà oggettiva crea confusione e inoltre non fa avanzare la ricerca della verità. Contemporaneamente, questa confusione nasconde possibili ritorni all’idealismo. Infatti, essa torna a mettere su un piano di uguaglianza il pensiero e la realtà oggettiva. Fare della realtà oggettiva la stessa verità, significa fare della verità la stessa realtà oggettiva. Per la filosofia marxista, la verità consiste nella correttezza della conoscenza e del pensiero, e considerare verità la stessa realtà oggettiva significa rendere il pensiero una realtà oggettiva (e allora poco importa che il pensiero rifletta fedelmente il mondo oggettivo). È un ritorno puro e semplice all’idealismo. È molto chiaro che la conoscenza è il riflesso della realtà oggettiva, ma non si può in alcun modo identificare il «riflettente» e il «riflesso», che può esistere indipendentemente dal «riflettente», e quest’ultimo non potrebbe riflettere nulla indipendentemente dall’oggetto riflesso.

Il « riflettente» può riflettere il «riflesso» in modo conforme alla realtà, ma la riflessione (proprio perché è corretta) non può assolutamente essere identificata con l’oggetto riflesso. Così le riflessioni corrette e i concetti di albero, animale, tavola ecc. non possono mai essere identificati con gli alberi, gli animali, le tavole che esistono nella realtà; pertanto considerare la verità oggettiva come la stessa realtà oggettiva significa commettere lo stesso errore di chi fa coincidere i concetti di albero, di tavolo con gli oggetti stessi. Prendendo l’esempio di una fotografia, possiamo dire che tale fotografia è molto rassomigliante, ma per quanto possa essere rassomigliante è solo una fotografia e non è l’oggetto che rappresenta.

L’assimilazione della verità oggettiva alla realtà oggettiva è del tutto assurda, è come dire che la fotografia di un oggetto è l’oggetto stesso.

Se è errato considerare la verità come la stessa realtà oggettiva, l’idealismo, che considera la verità come puramente soggettiva, è pure in errore. La teoria idealistica della soggettività della verità rifiuta radicalmente l’esistenza indipendente del mondo esterno, rifiuta che il mondo esterno costituisca la fonte del pensiero e della conoscenza, rifiuta la verità oggettiva, ed è così l’irriducibile avversaria della teoria del riflesso e della stessa verità oggettiva.

3. La verità soggettiva non esiste.

Gli idealisti ritengono che la coscienza sia primaria, che il mondo oggettivo sia secondario e che sia una realtà derivata dallo spirito; per questo negano che il pensiero e la coscienza abbiano qualche origine oggettiva. Da questo punto di vista, il pensiero e la conoscenza umana si autogenerano nella soggettività; ciò che chiamiamo verità oggettiva è inesistente, la verità è solo soggettiva. La teoria della verità soggettiva che questa forma di idealismo sostiene non sta in piedi. Consideriamo qualche rappresentante tipico della teoria della soggettività della verità, per vedere più da vicino l’assurdità di questo punto di vista. Vediamo subito la filosofia di Mach, di cui Lenin fece la critica più decisiva in Materialismo ed empiriocriticismo (1908).

Il machismo si è chiamato anche empiriocriticismo; fu fondato dal fisico e filosofo austriaco Ernst Mach (1838-1916) e dal filosofo tedesco Richard Avenarius (1834-1896). L’empiriocriticismo fu una specie di idealismo soggettivo; fu all’origine di una corrente filosofica idealistica e reazionaria, alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo. Si fondava su un principio fondamentale: solo la sensazione «può essere supposta come cosa esistente».

Questi filosofi dicevano che senza soggetto (sensazione, coscienza) non potrebbe esistere oggetto, che l’oggetto non poteva esistere indipendentemente dal soggetto e non era altro che «un complesso di sensazioni». Questo idealismo soggettivo li portava a ritenere che le leggi della natura non esistessero oggettivamente e che non fosse possibile una verità oggettiva. Il machista russo Bogdanov (1873-1928) espresse chiaramente il punto di vista machista che negava la verità oggettiva, dicendo che «la verità è una forma ideologica, è una forma organizzatrice dell’esperienza umana». [6] Ciò significa che la verità è una cosa puramente soggettiva. Sia le forme ideologiche, sia le forme organizzatrici dell’esperienza umana non sono che realtà soggettive. Considerare come verità le «forme ideologiche» e le «forme organizzatrici dell’esperienza umana» è negare il suo contenuto oggettivo, negare la verità oggettiva.

Come ha scritto Lenin:

Se la verità è soltanto una forma ideologica, vuol dire che non può esserci una verità indipendente dal soggetto, dall’umanità, giacché noi, come Bogdanov, non conosciamo altra ideologia all’infuori dell’ideologia umana. Ancora più chiara è la risposta negativa di Bogdanov nella seconda metà della sua frase: se la verità è una forma dell’esperienza umana, vuol dire che non può esservi una verità indipendente dall’umanità, non può esservi una verità oggettiva [7].

La negazione dell’oggettività della verità da parte dei machisti era priva di ogni fondamento scientifico. Le scienze della natura non mettono in dubbio un solo istante l’esistenza della verità oggettiva; la sua negazione va completamente contro di loro. Per esempio, le conclusioni delle scienze della natura circa l’esistenza della terra prima della presenza dell’uomo costituiscono una verità oggettiva innegabile. Se la verità è una forma ideologica o una forma organizzatrice dell’esperienza, l’affermazione dell’esistenza del globo terrestre al di fuori di ogni esperienza umana non potrebbe essere una verità oggettiva. Analogamente, le conclusioni di Copernico sulla rotazione della terra intorno al sole e non viceversa sono una verità oggettiva. Attualmente non un solo scienziato potrebbe dubitare della giustezza di questa teoria; non potrebbe immaginare che il sole ruoti intorno alla terra. Questo perché le conclusioni di Copernico riflettono fedelmente i rapporti tra la terra e il sole. Se la verità non è che «forme ideologiche» e «forme organizzatrici dell’esperienza», le conclusioni di Copernico sono puramente soggettive e non sono verità oggettive.

Anche nel campo delle scienze sociali, la dottrina marxista-leninista è una verità oggettiva, perché riflette correttamente le leggi dello sviluppo della società che sono provate dalla pratica della rivoluzione socialista. Dal punto di vista machista il marxismo-leninismo non sarebbe una verità oggettiva e non sarebbe altro che «forme ideologiche» e «forme organizzatrici dell’esperienza»; ciò che è evidentemente in contraddizione con lo sviluppo delle conoscenze scientifiche.

In tal modo si può vedere che la negazione dell’esistenza della verità oggettiva non si accorda affatto con la scienza. La base della scienza è il suo carattere di verità oggettiva e la negazione della verità oggettiva equivale al rifiuto della scientificità stessa. Ogni concezione e ogni teoria che contrastino con la scienza sono errate e non stanno in piedi.

Il machismo negava la verità oggettiva, voltava le spalle alla scienza, e proprio per questo non poteva che cadere nel soggettivismo e nel fideismo. Poiché, secondo Bogdanov, la verità non era altro che «forme ideologiche» e «forme organizzatrici dell’esperienza», tutto ciò che appartiene alle «forme ideologiche» e alle «forme organizzatrici dell’esperienza» può essere considerato verità. E così, al mondo non ci sarebbe niente di errato, e le assurdità, tutti i peggiori inganni, dalle illusioni fino alle superstizioni religiose, possono allora essere posti sul trono come verità, poiché si tratta di «forme ideologiche» e di «forme organizzatrici dell’esperienza umana». Come dice Lenin:

Se la verità non è altro che una forma organizzatrice dell’esperienza, si potrebbe dire che anche la dottrina cattolica, per esempio, è una verità. È infatti fuori di ogni dubbio che il cattolicesimo è una «forma organizzatrice dell’esperienza umana» [8].

È così che il rifiuto della verità oggettiva da parte del machismo – che ritiene la verità puramente soggettiva porta a fare scomparire l’opposizione tra verità ed errore, a confondere tra il vero e il falso, a negare la scienza e sostenere la causa del soggettivismo e della superstizione religiosa.

Anche la concezione della verità della filosofia utilitarista, nella filosofia moderna dell’imperialismo, può essere considerata una forma tipica della teoria della soggettività della verità.

L’utilitarismo fu fondato dal filosofo americano reazionario William James (1842-1910) e sviluppato dal suo compatriota, altrettanto reazionario, John Dewey (1895-1952). L’utilitarismo esprime chiaramente l’ideologia borghese decadente dell’epoca dell’imperialismo. Si tratta del nemico più accanito del materialismo dialettico. La filosofia utilitarista, che si sviluppò nelle particolari condizioni della società americana, fu la filosofia ufficiale della borghesia reazionaria. Essa esprime perfettamente la natura degli uomini d’affari borghesi; questa filosofia traduce pressoché tutte le sue categorie in termini di denaro, di monete sonanti. Questa natura di «affari»dell’utilitarismo riscosse l’approvazione generale in tutti gli ambienti della filosofia borghese.

Ancora una volta abbiamo a che fare, in realtà, con una forma di idealismo soggettivo. Al centro di questa filosofia ritroviamo la negazione della verità oggettiva e l’opposizione alla teoria materialistica del riflesso. James nega che la verità sia il riflesso della realtà oggettiva nella coscienza. Egli sostiene tutto ciò che è «conveniente» e «utile»; afferma senza esitazione che tutto ciò che è conveniente e utile alla borghesia imperialistica è verità. Come il machismo, l’utilitarismo rifiuta che il mondo oggettivo esista indipendentemente dal soggetto e, da questo punto di vista, la realtà è cosa soggettiva. L’utilitarista cinese Hu Shi così si esprime, basandosi sulle parole di W. James:

Ciò che chiamiamo «realtà» comprende tre aspetti: a) la sensazione, b) l’insieme dei rapporti di ogni tipo che esistono tra le sensazioni e tra le rappresentazioni della coscienza, c) le verità preesistenti.[9]

Questa formulazione significa che la «realtà» è puramente soggettiva,, che non è niente di più della sintesi di fattori soggettivi costituiti dalle sensazioni, dai rapporti tra le sensazioni e dalle verità preesistenti. È la ripresa della teoria machista dei «complessi di sensazioni». Lenin ha caratterizzato in questo modo la natura idealista soggettiva della filosofia utilitaristica:

La differenza fra il machismo e l’utilitarismo, dal punto di vista del materialismo, è quasi inesistente, insignificante, quanto la differenza fra l’empiriocriticismo e l’empiriomonismo. Provate a paragonare la definizione della verità formulata da Bogdanov e quella degli utilitaristi. [10]

Qual è dunque la definizione utilitaristica della verità? Hu Shi, nel suo saggio Sull’empirismo, scrive:

Le verità sono in origine creazioni umane, sono create per l’uomo, create dall’uomo perché l’uomo le usi, ed è a causa dei grandi vantaggi che gli uomini vi trovano, che è loro dato il nome onorevole di «verità». In realtà ciò che chiamiamo verità, in origine, non è altro che una specie di strumento dell’uomo. Le verità sono cose dello stesso tipo di questa carta che tengo in mano, di questo gesso, di questa lavagna, di questa teiera; sono tutti nostri strumenti. Per questo gli uomini del passato, avendo provato l’efficacia di quei concetti, hanno dato loro il nome di «verità».

Oggi poi l’abbiamo mantenuto, perché la loro utilità e i vantaggi sussistono ancora. Ma se domani le cose cambiassero diversamente, i concetti anteriori non convincerebbero più, non sarebbero più la «verità» e dovremmo cercare altre verità per sostituire le vecchie [11].

Ciò significa che la verità oggettiva non esiste, che la verità è interamente creata dall’uomo, a sua immagine e secondo i suoi interessi.

Proprio come gli utensili sono creati dall’uomo per servirsene, anche la verità sarebbe stata creata dall’uomo per suo uso. L’«efficacia» e l’«utilità» sono la misura stessa della verità. È da notare che ciò che l’utilitarismo definisce «utilità», «efficacia», non rappresenta un risultato oggettivo o un vantaggio sociale, ma un’utilità o un uso puramente soggettivi. In altri termini, la verità cambia secondo la mia soggettività. È verità ciò che è «utile» per me, ciò che non mi è utile non è vero; ciò che mi è «utile» oggi, è oggi la verità, ma se domani diverrà inutile per me, non sarà più la verità. Si vede chiaramente che la concezione utilitaristica della verità affonda completamente le sue radici nell’idealismo soggettivo, e che è diametralmente opposta alla teoria della verità oggettiva. La concezione utilitaristica della verità non è altro che la concezione della borghesia imperialistica. Lo sappiamo bene, il solo problema che preoccupa gli imperialisti e i grandi trafficanti è l’interesse «egoistico». Definisco verità tutto ciò che è conforme al mio interesse, tutto il resto costituisce assurdità. Accumulare soldi, arricchirsi, è l’unico fine che l’«egoismo» persegue, ed è su questo punto che io innalzo il tempio della verità; onde le leggi della realtà oggettiva hanno importanza solo se sono compatibili con queste mie concezioni. Ecco perché l’ideologia filosofica dell’utilitarismo non è altro che sfruttare ogni possibilità per arricchirsi. Si tratta del riflesso, sul piano filosofico, del feticismo del denaro e dell’avidità del profitto della borghesia americana.

Dal momento che l’utilitarismo considera la verità puramente soggettiva e nega la verità oggettiva, necessariamente si oppone alla scienza, confonde il vero e il falso, tenta di far passare il bianco per il nero. Questo modo di assumere l’interesse «egoistico» come misura della verità, significa di fatto troncare con la verità per seguire gli interessi della borghesia. La borghesia definisce errate le leggi scientifiche più rigorose e vere, se non sono conformi ai suoi interessi; per esempio, il marxismo-leninismo, benché sia una verità oggettiva provata dalla prassi, è presentato dalla borghesia come una teoria sbagliata. Nello stesso tempo, le mistificazioni, le assurdità e le superstizioni religiose, benché antiscientifiche, convengono agli interessi di classe della borghesia, e allora diventano verità. Così la concezione utilitaristica della verità non può che opporsi alla scienza e sostenere la causa delle assurdità e delle superstizioni religiose. Essa mostra bene come la borghesia reazionaria americana tema la verità.

Si può quindi constatare che la verità soggettiva non esiste. Ciò che viene chiamato così non è altro che errore, radicalmente contrapposto alla scienza. Utilitarismo e machismo negano la verità oggettiva, finiscono nella fogna dove si nega la scienza, si ignora la verità e l’errore, si confonde il vero e il falso; essi sono sulla strada che porta al servizio della fede religiosa.

La teoria marxista della verità si oppone radicalmente al machismo, all’utilitarismo e a tutte le teorie idealistiche, e sostiene la teoria della verità oggettiva. Essa ritiene che solo le conoscenze scientifiche che riflettono correttamente le leggi oggettive possano essere considerate verità; altrimenti, al posto di conoscenze scientifiche e di verità oggettive, si ha a che fare con vane e false speculazioni e mistificazioni. Per questo la teoria della verità oggettiva è l’unica teoria della verità; al di fuori di essa ci si allontana dalla via della scienza e quindi ci si allontana dalla teoria materialistica della conoscenza: la teoria del riflesso.

La concezione marxista della verità è la teoria più aderente alla teoria della verità oggettiva. È evidente che analizzare la verità sulla base della teoria marxista della verità è della massima importanza non solo per lo sviluppo delle scienze, ma anche per lo sviluppo della prassi.

Lo sappiamo, la concezione materialistica della verità è nata sulla base della prassi. La caratteristica dell’attività pratica degli uomini è questa: c’è una precisa ideologia come guida. Una lunga esperienza pratica mostra che quando questo pensiero direttivo corrisponde alle leggi del mondo oggettivo, le attività pratiche degli uomini conoscono il successo; al contrario, se non c’è corrispondenza, le attività pratiche degli uomini non possono raggiungere gli scopi prefissati e a volte falliscono completamente. La teoria dell’oggettività della verità è precisamente il risultato della generalizzazione di questa esperienza.

Nata sulla base della prassi, la teoria della verità oggettiva viene a esercitare un ruolo attivo sulle attività pratiche degli uomini e sullo sviluppo scientifico. Questa concezione della verità mostra agli uomini la via corretta per cercare la verità. Essa ci indica di non andare a cercare la verità presso chissà quale «grande spirito» o chissà quale grande «genio», ma solo nell’indagine del mondo reale. Anche in questo, non può che rafforzare la fiducia nei successi della nostra attività pratica. Se comprendiamo le leggi della realtà oggettiva, se siamo guidati dalla teoria della verità oggettiva, saremo in grado di aiutare la prassi a superare le difficoltà e raggiungere il successo. Se conosciamo le leggi dello sviluppo sociale, se sappiamo che necessariamente il socialismo sostituirà il capitalismo, la nostra fiducia nella vittoria del proletariato e del popolo lavoratore ne sarà rafforzata e, sostenuti da una combattiva decisione, lotteremo per la vittoria definitiva del socialismo.

Così dunque, la teoria marxista della verità oggettiva è l’unica teoria scientifica della verità; essa è in perfetto accordo con lo sviluppo scientifico e l’esperienza pratica dell’umanità.

4. La verità oggettiva e il carattere di classe della verità.

La teoria del riflesso del materialismo dialettico riconosce l’oggettività della verità e il carattere di classe della verità. Considerare che la verità oggettiva sia al di sopra delle classi e contrapporre in modo assoluto l’oggettività della verità con il suo carattere di classe, conduce necessariamente ad allontanarsi dalla teoria del riflesso del materialismo dialettico.

Il materialismo premarxista, che considerava il problema della conoscenza senza tenere conto della natura sociale dell’uomo né dello sviluppo storico dell’umanità, non poteva comprendere che la conoscenza dipende dalla pratica sociale (lotta per la produzione, lotta di classe e sperimentazione scientifica) né poteva comprendere il suo rapporto con la lotta delle classi e perciò considerava la verità come una cosa astratta al di sopra delle classi. La teoria materialistica marxista del riflesso ha definitivamente superato questa teoria errata. Marx, partendo dall’affermazione del carattere sociale e di classe dell’uomo, ha considerato che gli uomini generalmente riflettevano il mondo oggettivo secondo una posizione di classe determinata e secondo i loro interessi di classe, e che questo riflesso – errato o corretto – comportava sempre un preciso carattere di classe. Come ha scritto Mao:

In una società divisa in classi, ognuno vive in una posizione di classe determinata e non esiste un solo pensiero che non abbia un’impronta di classe. [12]

Solo se si riconosce il carattere di classe della verità e la si comprende collocandola all’interno della lotta di classe, si può afferrare realmente la verità oggettiva e si può aderire conseguentemente al punto di vista della teoria del riflesso del materialismo dialettico.

«Affermare il carattere di classe della verità significa negare la sua oggettività»: ecco un cattivo approccio o meglio un attacco alla natura di classe della verità. Opporre il carattere di classe della verità alla sua oggettività è un punto di vista del tutto unilaterale della metafisica.

La verità oggettiva è una e non potrebbero darsi più verità, secondo le diverse classi sociali. Ma le classi non hanno le stesse possibilità di scoprire la verità; la scoperta della verità subisce i limiti propri della posizione di classe. Solo una classe, i cui interessi sono d’accordo con le leggi dello sviluppo oggettivo del mondo, può scoprire e utilizzare la verità oggettiva; una classe i cui interessi siano contrari alle leggi dello sviluppo oggettivo non saprebbe né scoprirla né utilizzarla, al contrario, si opporrebbe a questa verità, l’attaccherebbe e la perseguiterebbe.

Il proletariato è la classe più rivoluzionaria dell’epoca moderna, la più rivoluzionaria dall’inizio della storia. I suoi interessi di classe sono in perfetto accordo con le leggi dello sviluppo oggettivo del mondo perché, secondo le leggi oggettive dello sviluppo sociale, la necessaria distruzione del capitalismo e l’inevitabile vittoria del socialismo e del comunismo comporteranno la sua emancipazione completa e definitiva. Per questo il proletariato è la classe più adatta a riflettere correttamente le leggi dello sviluppo sociale, a scoprire e utilizzare la verità oggettiva. Invece, la borghesia è oggi una classe reazionaria, una classe in piena decadenza che sta morendo e sprofonda. I suoi interessi di classe la spingono sul pendio opposto allo sviluppo della società, perché la legge oggettiva di questo sviluppo è la distruzione del capitalismo, la scomparsa della borghesia. È questo che rifiutano! E allora si accaniscono a deformare questa verità, a resisterle, a tentare di strangolarla e perseguitarla; è sufficiente riflettere come la borghesia perseguita il marxismo nelle condizioni del capitalismo, per capire chiaramente tutto ciò!

Così dunque, l’oggettività della verità e il suo carattere di classe non possono essere completamente opposti. La verità oggettiva è una, ma non tutte le classi sociali sono in grado di scoprirla, riconoscerla e utilizzarla; solo le classi progressiste e rivoluzionarie possono scoprirla, riconoscerla e sostenerla; le classi decadenti e reazionarie vi si oppongono, la disprezzano e le si accaniscono contro. In altri termini, in una società divisa in classi la verità oggettiva non può servire che a una classe determinata, la classe rivoluzionaria, non certo a tutte le classi e tanto meno alla classe reazionaria. Per questo motivo, per il proletariato riconoscere il carattere di classe della verità non significa negare la sua oggettività; anzi, solo ponendosi dal punto di vista del proletariato è possibile raggiungere la verità oggettiva. Per questo dobbiamo tenerci su questa posizione rivoluzionaria del proletariato. Se adottiamo la posizione reazionaria della borghesia, non raggiungeremo mai la verità oggettiva. Questo è il senso profondo della teoria del carattere di classe della verità.

A questo proposito, si è sempre combattuta una lotta molto dura tra il proletariato e la borghesia. La borghesia cerca con tutti i mezzi di far sparire il carattere di classe della verità, per mascherare e nascondere la propria natura reazionaria. Nel 1966, quando iniziammo a contrattaccare di fronte alla furiosa offensiva della borghesia, la cricca revisionista diretta da Liu Shaoqi avanzò apertamente la parola d’ordine: «Tutti gli uomini sono uguali davanti alla verità»; era una parola d’ordine borghese, con cui i revisionisti rifiutavano completamente il carattere di classe della verità e su cui si fondavano per far passare il bianco per il nero, confondere vero e falso, proteggere la borghesia, attaccare il proletariato, il marxismo-leninismo e il pensiero di Mao Zedong. In realtà, questa parola d’ordine dell’uguaglianza di tutti davanti alla verità, che risulta oggi un’evidente ipocrisia, era già una mistificazione quando la borghesia la propose per la prima volta. In una società in cui esiste la lotta tra le classi, «l’uguaglianza di tutti davanti alla verità» è fondamentalmente impossibile; invece, ciò che esiste sono la disuguaglianza e l’oppressione. Il presidente Mao, criticando la parola d’ordine reazionaria di Liu Shaoqi e della sua cricca, ha indicato giustamente e con profondità:

Si può forse ammettere l’uguaglianza nella lotta del proletariato contro la borghesia, nella dittatura proletaria sulla sovrastruttura, compresi tutti i settori della cultura, nella lotta del proletariato per l’ininterrotta epurazione dei rappresentanti borghesi che si sono infiltrati nel Partito comunista e agitano la bandiera rossa per opporsi alla bandiera rossa – si può forse parlare di uguaglianza in tutti questi problemi fondamentali? I vecchi socialdemocratici, sulla breccia da qualche decina d’anni, e i revisionisti moderni, alla ribalta da oltre un decennio, non hanno mai ammesso l’uguaglianza tra il proletariato e la borghesia. Essi negano categoricamente che la storia millenaria dell’umanità sia la storia delle lotte tra le classi; negano categoricamente la lotta del proletariato contro la borghesia, la rivoluzione del proletariato contro la borghesia e la dittatura del proletariato sulla borghesia. Sono dunque fedeli lacché della borghesia e dell’imperialismo e, d’accordo con essi, difendono ostinatamente il sistema ideologico in cui la borghesia opprime e sfrutta il proletariato, difendono a spada tratta il regime capitalista, si oppongono all’ideologia marxista-leninista e al regime socialista. Sono un gruppo di controrivoluzionari, anticomunisti e nemici del popolo; la lotta che conducono contro di noi è una lotta all’ultimo sangue, in cui non c’è ombra di uguaglianza. Perciò, la nostra lotta contro di loro non può che essere all’ultimo sangue; i nostri rapporti con loro non sono affatto rapporti di uguaglianza, ma di oppressione di classe, ossia rapporti di dittatura del proletariato sulla borghesia; non esiste altro, né uguaglianza, né coesistenza pacifica tra classi sfruttatrici e classi sfruttate, né niente di tutto ciò che si chiama umanità, giustizia, virtù ecc [13].

Ecco perché dobbiamo sostenere il carattere di classe della verità e condurre una lotta senza compromessi contro tutte le tendenze errate e tutti i sofismi che negano il carattere di classe della verità.

Bisogna sottolineare che il carattere di classe della verità si applica soprattutto al campo della filosofia e delle scienze sociali. Le scienze della natura hanno caratteristiche diverse da quelle delle scienze sociali. La verità delle scienze della natura riflette le leggi oggettive della natura; queste leggi sono diverse dalle leggi dello sviluppo delle società. La scoperta e l’uso delle leggi dello sviluppo sociale sono un oltraggio agli interessi delle classi decadenti e reazionarie e non possono incontrare, da parte loro, che la più violenta resistenza. La scoperta e l’uso delle leggi della natura non contrastano sempre con i loro interessi. Se tali leggi non contrastano i loro interessi oppure li servono, le classi decadenti e reazionarie possono più o meno riconoscere e applicare queste verità; ma per poco che queste leggi vadano contro i loro interessi, le classi reazionarie e decadenti rifiuteranno perfino le verità delle scienze della natura.

Lenin ha scritto:

Un noto adagio dice che se gli assiomi della geometria urtassero gli interessi degli uomini, si sarebbe probabilmente cercato di confutarli. [14]

Sono innumerevoli nella storia gli esempi di tale verità che le classi reazionarie corrotte rifiutarono e cercarono di insabbiare. Le teorie di Copernico e quelle di Darwin subirono la repressione della religione e delle classi reazionarie al potere. Si può certamente dire, in linea generale, che il proletariato, come la borghesia, può riconoscere le verità delle scienze della natura e che esse possono servire sia una classe che l’altra; in questo senso non hanno un carattere di classe. Ma in una società divisa in classi, le scienze della natura non possono certo porsi completamente al di fuori della lotta di classe, e la lotta di classe esercita una profonda influenza sulle scienze della natura. Anche se le verità delle scienze della natura possono essere riconosciute e utilizzate da diverse classi, sono le condizioni sociali e la lotta di classe che determinano, in ultima analisi, quale classe servono. Nelle condizioni del capitalismo, in cui il proletariato non ha nulla se non il potere di vendere la sua forza-lavoro, dire che le scienze della natura servono il proletariato è una frase vuota; ora, esse non possono servire che la borghesia e divenire, nelle sue mani, uno strumento di asservimento del proletariato. Solo dopo la vittoria della rivoluzione proletaria, il proletariato può finalmente utilizzare le scienze della natura per i suoi interessi e farne uno strumento della lotta contro la borghesia, per la costruzione del socialismo. Per questo, quando consideriamo il problema della natura di classe della verità, dobbiamo tenere presente non solo la differenza fra scienze della natura e filosofiche e scienze sociali, ma anche l’influenza che la lotta di classe esercita sulle scienze della natura e i limiti che impone loro.

NOTE

[1] Traduzione italiana del I capitolo del libro di Zhang Enci: Conoscenza e verità redatta sull’edizione originale cinese, stampata a Pechino dalla Casa Editrice del popolo nel gennaio 1964 e ristampata nel maggio del 1972.

Tra le traduzioni esistenti citiamo:

Connaissance e verité, Nuoveau bureau d’édition, Paris

Conoscenza e verità, Collettivo editoriale 10/16 Milano

Conoscenza e verità secondo la teoria del riflesso, edizione Lavoro Liberato

[2] Engels, Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Casa editrice del popolo, Pechino 1956, pp. 19-20; Edizioni Rinascita, Roma 1950, pp. 24-25.

[3] Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, Casa editrice del popolo, Pechino 1970, p. 121; «Opere scelte», Edizioni Progress, Mosca 1973, vol. III, p. 103.

[4] Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, ed. cinese cit., p. 113; ed. di Mosca, p. 96.

[5] Aristotele, Metafisica, Libreria commerciale, Pechino 1959, p. 186. Cfr la seguente versione in parte differente nella nostra tradizione culturale: « l’essere è considerato nelle cose in quanto può essere composto o diviso. Per la qual cosa è nel vero colui che pensa esser diviso ciò ch’è diviso, e composto ciò ch’è composto; e nel falso, invece, chi pensa altrimenti di come le cose stanno. Ora, si chiede: quand’è che esiste o non esiste, quel che noi intendiamo per vero o per falso? Bisogna bene che sappiamo quel che diciamo. Considera, infatti, che non perché noi ti reputiamo bianco, tu sei bianco davvero; ma, all’incontro, perché tu sei bianco, pensiamo il vero noi che ti diciamo bianco » (trad. it. a cura di A. Carlini, Laterza Bari, pp. 308-9).

[6] Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, ed. cinese cit., p. 113; ed. di Mosca, p. 97.

[7] Ibidem, p. 114; ibidem, p. 97.

[8] Ibidem, p. 114; ibidem, p. 97.

[9] «Scritti di Hu Shi », ed. cinese, vol. II, p. 105.

[10] Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, ed. cinese cit., p. 343. Cfr. per esempio la seguente versione in parte differente: «La differenza fra la dottrina di Mach e il pragmatismo [….] a paragonare, per convincersene, la definizione della verità formulata da Bogdanov e quella dei pragmatisti» (Edizioni Progress, Mosca 1973).

[11] «Scritti di Hu Shi», vol. II p. 101.

[12] Mao Zedong, Sulla pratica, in «Opere scelte», Casa editrice in lingue estere, Pechino, 1969, vol I, pp. 313-28; p. 314.

[13] Circolare del Comitato centrale del PCC (16 maggio 1966), Casa editrice in lingue estere, Pechino 1968, pp. 8-9.

[14] Lenin, Marxismo e revisionismo, in «Opere scelte» (vol unico Edizioni Progress, Mosca 1971, p. 19.

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