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I PRIVATI IN CORSA PER LE STAZIONI SPAZIALI

La corsa dei privati alle stazioni spaziali

Per turismo, ricerca, difesa. Quello delle stazioni orbitali commerciali è un’industria miliardaria tutta da inventare. E molte aziende si sono tuffate in progetti fantascientifici
Stazioni spaziali la corsa all'oro dei privati

Se la tua attività è la ricerca scientifica, lo sviluppo di sistemi di esplorazione, l’invenzione e la produzione di prodotti nuovi e unici, media e pubblicità oppure ospitalità esotica, qui troverai un posto“. Sembra l’annuncio di una pro loco, o lo slogan di una nuova campagna immobiliare. Per certi versi lo è, visto che è quanto scrive Blue Origin in una presentazione di Orbital Reef, la stazione spaziale che la compagnia di Jeff Bezos vuole realizzare a 500 chilometri dalla Terra nell’ambito del programma “Cld” della Nasa (o Commercial Low Earth Orbit Destinations).

Con un investimento iniziale di 415 milioni di dollari allocato su tre progetti diversi – che oltre a Orbital Reef includono Star Lab di Nanoracks, Voyager Space Holdings e Lockheed Martin, e un altro avamposto di Northrop Grumman e Dynetics – l’obiettivo del programma è mettere in orbita infrastrutture abitabili (statunitensi) prima che la Stazione spaziale internazionale venga dismessa, cioè entro il 2030. E sempre che fino ad allora la Iss sopravviva, considerato che sulla data incombono la volontà di abbandono più volte sbandierata dalla Russia, che comunque ha ufficializzato rimarrà fino al 2027, e la mancanza di un accordo ufficiale degli altri partner coinvolti: Esa, Canada e Giappone.

L’incertezza dell’epilogo, il suo approssimarsi, l’importanza di un presidio umano nell’orbita terrestre più bassa e, non meno importante, il fatto che la Cina vanti già una sua stazione in orbita, rendono urgente una domanda: che cosa succederà dopo la Iss? Con quali impatti e prospettive economiche? E, si voglia essere più puntigliosi, quale sarà il ruolo dell’Europa una volta conclusa la collaborazione che da oltre vent’anni permette una pacifica convivenza extraterrestre?

Ha provato a rispondere un incontro a porte chiuse – cui Wired ha avuto accesso esclusivo – organizzato nei giorni scorsi dallo Space Economy Evolution Lab di Sda Bocconi, realtà sempre più orientata a comporre sinergie strategiche in un settore, quello spaziale, dall’enorme portata geopolitica ed economica. “La nostra ambizione è offrire gli strumenti per favorire la generazione di idee – ha dichiarato in apertura del simposio la direttrice del See Lab, Simonetta Di Pippo – la ricerca applicata che conduciamo dev’essere correlata alla disseminazione e alla formazione: costruire talenti è la base per consolidare il posizionamento strategico del nostro Paese e dell’Europa nella space economy, asse portante di uno sviluppo

Le fasi del progetto

Circa il primo tema, il post Iss, le intenzioni, almeno quelle statunitensi, sono precise: il programma Cld prevede due fasi. Nella prima, di “design e maturazione” fino al 2025, i destinatari dei finanziamenti lavoreranno con la Nasa per definire le caratteristiche tecniche di ogni progetto. Lo scopo è soddisfare sia esigenze governative che private. Punto, quest’ultimo, già rivelatore di un orizzonte spaziale percepito come ambito di crescente sviluppo economico, portatore di istanze e interessi commerciali anche di aziende finora estranee al settore.

Nella seconda fase, la Nasa prevede la valutazione dei progetti e, solo a quel punto, l’acquisto di spazio e tempo sugli avamposti. È una novità rilevante, che farà dell’ente spaziale solo un “cliente” e permetterà di risparmiare. “Le nuove stazioni spaziali occupano gran parte del mio tempo – ha commentato Phil McAlister, che alla Nasa dirige il Commercial space flight – negli anni recenticon lo sviluppo del settore  commerciale, alla Nasa siamo passati dall’essere proprietari e operatori di un sistema, per esempio lo Space Shuttle, al semplice acquisto di servizi dai privati. Con questo approccio vorremmo estendere la vita della Iss al 2030 e, se possibile già entro il 2028disporre di altre stazioni operativePer farlo, punteremo a trasferire gradualmente le nostre attività sulle stazioni commerciali, riducendo via via quelle sulla Iss”.

Il piano di McAlister chiama in causa il quarto e più avanzato progetto di una stazione spaziale commerciale, quello della texana Axiom: non compreso nel Cld, il contratto da 400 milioni di dollari per la realizzazione del primo avamposto privato della storia – cui contribuirà anche l’italiana Thales Alenia Space – afferisce al Commercial Destination Iss della Nasa e non, come gli altri tre, al Commercial Destination Free Flyer. Tecnicismi a parte, significa che mentre Orbital Reef o Star Lab saranno autonome fin dalla messa in orbita, la stazione Axiom costituirà prima una propaggine della Iss – il cosiddetto “Axiom Segment” – e, solo dopo la dismissione di quest’ultima, una stazione indipendente. Già in fase di realizzazione, il primo modulo Axiom dovrebbe essere lanciato entro la fine del 2025.

Ne sono previsti quattro – ha spiegato Tejpaul Bhatia, chief revenue officer dell’azienda-. I primi due forniranno spazio abitativo, il terzo sarà un laboratorio per l’osservazione terrestre e l’ultimo una power station, per renderci indipendenti”.

Un’illustrazione della Axiom Station, già in costruzione anche negli stabilimenti di Thales Alenia Space (immagine: Axiom Space)

Il mercato dell’orbita bassa

Sin dalla fase progettuale, la Axiom Station ha confermato una concezione diversa dell’orbita bassa, condivisa da tutto il simposio organizzato dal See Lab e intesa come ambito di uno sviluppo economico capace di attrarre realtà istituzionali, clienti e Paesi diversi.

Credo che la nostra soluzione possa rendere l’accesso all’orbita prioritario, sostenibile e permanente – ha confermato Bhatia – e a partire già da oggi. È un’opportunità prima non disponibile, ma adesso sul tavolo anche di nazioni senza un programma spaziale ampio. Questo spiega la scelta dei Paesi con cui ci siamo associati, tra cui l’Italia, l’Ungheria, la Turchia, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Nuova Zelanda e il Canada. È evidente come il nuovo accesso all’orbita rappresenti un vantaggio per molti”.

Espressa altrimenti, è la promessa di una ricchezza extra-atmosferica a disposizione di chi abbia la lungimiranza e le capacità di attingerci. Nonché il coraggio di farlo, visto che se è facile identificare gli ambiti che trarrebbero benefici enormi dalla sperimentazione e dai servizi in orbita – dalla farmaceutica alla cosmetica, dalla produzione di nuovi materiali al turismo, fino all’industria pesante, come lo stesso Bezos fece intendere in un suo famoso speech del 2019 -, ben più complesso rimane quantificare anche a spanne l’entità economica di quei vantaggi.

“Dividerei il mercato in tre tipologie – ha commentato Logan Ware, responsabile dello sviluppo business di Blue Origin -. La prima è rappresentata dalle tante applicazioni che le agenzie spaziali sviluppano nell’orbita bassa da più di trent’anni: è un mercato noto, che sappiamo bene come gestire ma senza grossi margini di crescita. La seconda, quella delle nuove applicazioni Leo, è composta da un ampio ventaglio di attività commerciali: media, intrattenimento, pubblicità. Riteniamo le sue prospettive promettenti, sebbene difficili da quantificare adesso. La terza tipologia di mercato, sulla cui entità economica Blue Origin è molto ottimista, è costituita dalle persone, dal turismo, dalla possibilità di offrire a una platea crescente l’esperienza spaziale. Dallo scorso luglio, quando abbiamo iniziato proprio con il nostro fondatore, abbiamo lanciato oltre l’atmosfera 31 persone. Riteniamo sia solo l’inizio di una fetta molto ampia di un mercato nuovo. Come scritto in un famoso articolo alla fine degli anni Novanta da Brent Sherwood, la necessità comune oggi è realizzare un mixed-use business park”, che permetta finalmente di commercializzare l’accesso allo spazio. Vuol dire approntare le infrastrutture necessarie e incoraggiare i clienti a fare, a propria volta, affari oltre l’atmosfera”.

Una seduzione che dovrebbe essere trainata dalla progressiva riduzione dei costi di lancio e dalla straordinarietà dell’ambiente spaziale, capace di garantire condizioni irriproducibili, per esempio, alla sperimentazione scientifica e tecnologica.

Lo hanno confermato Veronica La Regina ed Eric Stallmer, a capo delle operazioni di Nanoracks Europe, la prima, ed Executive vp government affairs and public policy di Voyager Space Holdings, il secondo: “Vogliamo fornire un accesso semplificato alle infrastrutture orbitali e studiare la Terra per accelerare scoperta e innovazione, tutto a beneficio di una comunità di utenti globale, dove ‘globale’ assume un’importanza senza precedenti. Il nostro progetto non è solo americano, è una collaborazione con agenzie e aziende disseminate ovunque. Star Lab, il cui fulcro sarà il George Washington Carver Science Park, ha già oggi un obbiettivo primario: facilitare gli esperimenti scientifici attraverso un approccio community-first, che aiuterà ricercatori e studiosi di tutto il mondo a delineare l’hardware e le capacità di cui avranno bisogno per poi averli disponibili in orbita”.

Il processo è già in corso “Abbiamo appena firmato un accordo con la Ohio State University e collaboriamo con la International Association of Science Parks – ha precisato Stallmer – quando Star Lab sarà completa, presumibilmente entro il 2028, inizierà un nuovo capitolo, in cui saremo aperti a operazioni commerciali e non solo vincolati a procedure governative”.

2 dicembre 2019: Luca Parmitano lavora all’esterno della Stazione spaziale internazionale (foto: Nasa/Esa)

Miliardi di investimenti

Dobbiamo diventare i prossimi Google o Amazon, altrimenti avremo fallito – ha sintetizzato ancora Bathia –. Quando si parla del futuro mercato spazialeesperti e ricerche evocano miliardi di dollari di potenziale domanda, mentre altri studi indicano addirittura triliardi. In un mercato, però, che raggiungerà la sua massima espansione tra dieci o vent’anni. La questione, che non credo riguardi solo Axiom ma tanti degli attori coinvolti, è che qualche miliardo non basta: lo sviluppo di un ecosistema commerciale in orbita bassa richiede investimenti elevatissimi. Abbiamo bisogno di essere un’azienda da mille miliardi di dollari di capitalizzazione. Non fra un decennio o due, subito”.

Sembra che la prospettiva non scoraggi, anzi, è più vero il contrario. “Ho lavorato in Google – ha chiosato il cro di Axiom – e ho la percezione che questo momento, nel settore spaziale, replichi il percorso di internet. Ai suoi inizi, fra il 1993 e il ’94, nessuno predisse fenomeni come Uber, Netflix o Airbnb, ma tutto fu reso possibile grazie ad aziende che scelsero di investire miliardi in sistemi operativi, nel talento di tanti giovani, nelle infrastrutture, come la fibra per esempio. Previdero l’intero investimento e lo frazionarono. Oggi molti pensano che internet sia gratis: non lo è. Internet è stato ed è costosissimo. Perché tutti, domani, godano dei tesori dello spazio occorre, oggi, lo stesso atteggiamento dei Googlee degli Amazon di allora”.

Un’analogia calzante, quella fra l’industria spaziale e alcuni pionieri della Silicon Valley, non a caso usata anche da Bezos o Elon Musk: i futuri unicorni del digitale contribuirono alle infrastrutture tecnologiche necessarie al proprio business e sfruttarono l’esistente in modo nuovo (la carta di credito, il personal computer, il sistema postale). Quindi ci costruirono sopra creando, a propria volta, business fino ad allora nemmeno immaginati. Le stazioni spaziali in orbita bassa costituiranno l’infrastruttura di base, che agevolerà il business di terzi, cui sarà offerta la possibilità di sfruttare a modo proprio un ambiente unico.

“Non stiamo cercando un mercato, ma fondando un’economia – ha chiosato Andrei Mitran, direttore strategia e sviluppo business di Northrop Grumman, azienda storica del settore -. Ci sono alcuni mercati che si basano l’uno sull’altro, un network effect che riteniamo possa essere generato dallo spazioCi stiamo chiedendo cosa viene fatto a Terra che potrebbe essere fatto meglio oltre l’atmosfera. Abbiamo individuato almeno sei mercati diversi e sebbene oggi sia impossibile quantificarne la crescita siamo ottimisti”.

Un render della futura Stazione Axiom, che potrebbe essere il primo avamposto privato della storia (immagine: Axiom Space)

Le quattro stazioni americane

La prima è la Axiom Station. “La costruzione è in corso”, riporta il sito dell’azienda di Houston. Realizzazione non compresa nel programma Cld della Nasa (ha un finanziamento di 400 milioni di dollari), il suo interno è firmato dal designer francese Philip Stark (“per contemplare veramente il nostro posto nel Cosmo”). Il primo modulo, realizzato a Torino da Thales Alenia Space, dovrebbe collegarsi alla Iss entro la fine del 2025, andando a costituirne un’estensione dal boccaporto di prua del modulo Harmony. È previsto che l’ultimo dei quattro moduli sia lanciato nel 2027, poi, alla dismissione della Stazione spaziale internazionale, Axiom Station sarà separata per diventare un avamposto indipendente. Forse il primo, di tipo commerciale, della storia.

Disegni preparatori di Orbital Reef (immagine: Blue Origin)

Orbital Reef è invece il progetto di Blue Origin in collaborazione con Sierra Space, Boeing, Genesis Engeneering, Redwired Space e Arizona State University, nella sua configurazione di base Orbital Reef avrà un volume abitabile di 830 metri cubi, all’incirca quanto quello della Iss. Progettata per ospitare fino a dieci astronauti, sarà il più grosso dei tre avamposti del programma Cld (per un finanziamento iniziale di 130 milioni di dollari).

Modulare – “con grandi finestre” ha chiarito Logan Ware – sarà possibile raggiungerlo, a una quota di 500 chilometri, sfruttando i lanci dello spazioplano riutilizzabile Dream Chaser, di Sierra Space, e con la capsula Starliner di Boeing. Il primo, nella sua versione cargo, garantirà anche il rifornimento della stazione. È previsto che Orbital Reef sia corredata da un veicolo spaziale monoposto, fornito da Genesis Engeneering, per “escursioni turistiche fuori dalla stazione” (Ware). Concepita come un “parco commerciale a uso misto”, consentirà ricerche scientifiche private e pubbliche, attività industriali e permanenze turistiche.

Ecco come potrebbe essere la stazione Star Lab, progetto di Nanoracks e Voyager Space Holdings in collaborazione con Lockheed Martin (immagine: Nanoracks)

Star Lab avrà uno spazio pressurizzato di circa un terzo della Iss, pensato per ospitare quattro persone. Star Lab è un progetto di Nanoracks e Voyager Space Holdings (160 milioni di dollari), in collaborazione con Lockheed Martin. Sarà composta da un modulo gonfiabile, disegnato e costruito da Lockheed, da un nodo per l’attracco dei veicoli e da un terzo elemento deputato alla propulsione.

Il cuore della stazione sarà il George Washington Carver Science Park, che ospiterà un laboratorio di biologia, un altro di scienze fisiche e di ricerca sui materiali, una serra e un’area di lavoro. La sua piena operatività è prevista entro il 2027 e il progetto contempla la possibilità di un ampliamento successivo. Come ricordato da Stallmer, Voyager Space ha di recente ufficializzato una partnership con la catena alberghiera Hilton: “Ci aiuteranno nella progettazione e a capire che caratteristiche potrà avere un hotel orbitante”.

 

Design ipotetici di un prossimo sfruttamento commerciale dell’orbita bassa

La stazione di Northrop Grumman: è il terzo e ultimo progetto contemplato dal Cld (con un finanziamento di 125,6 milioni di dollari), una collaborazione fra Northrop Grumman, Dynetics e altri partner non ancora ufficializzati. Si sa poco anche delle sue caratteristiche, sebbene durante il suo intervento Andrei Mitran abbia menzionato un volume pressurizzato “nella sua configurazione iniziale” di 140 metri cubi, pensato per ospitare quattro astronauti, e la presenza di tre porte per l’attracco di veicoli spaziali. La stazione sarà servita dalla navicella Cygnus, di Northrop Grumman, “pronta subito” ha sottolineato Mitran. In una seconda fase, potrà essere estesa con l’aggiunta di moduli più grandi, gonfiabili, a uso turistico. “La logica è crescere con il mercato”.

E l’Europa?

Impossibile dilungarsi sui progetti europei visto che, a parte gli accordi diretti delle aziende coinvolte nello sviluppo dei progetti statunitensi, non sono noti precisi piani di sviluppo per stazioni commerciali continentali. È certo significativa l’attenzione riservata dall’Agenzia spaziale europea all’accesso umano indipendente allo spazio, argomento ribadito in tante occasioni dallo stesso direttore generale, Josef Aschbacher. Eppure, sebbene molto specifica sul coinvolgimento nell’attività scientifica in orbita bassa – “un trend che ha visto un sensibile aumento dei nostri esperimenti sulla Iss, grazie al numero di nostri astronauti, crescente, a bordo e che non rallenterà nei prossimi anni” – durante l’incontro di Sda Bocconi Kirsten MacDonell, leader del gruppo di ricerca e payload dell’Esa, si è pragmaticamente concentrata sulle future collaborazioni a bordo del Gateway lunare e sugli orizzonti scientifici nello spazio profondo. “L’obbiettivo – ha spiegato – è avere entro il 2035 un programma scientifico attivo, sulla Terra e in orbita, sulla Luna e su Marte”.

 

 

Circa le modalità e le collaborazioni alla base del programma sembra, insomma, che la discussione rimanga incerta, o almeno aperta. “Per ragioni di competitività economica e industriale, i piani dell’Esa post-Iss devono garantire che le industrie spaziali europee possano competere nel mercato in crescita dell’orbita bassa. In concreto, traendo le buone lezioni dalle iniziative statunitensi, l’Esa ha avviato una riflessione con le sue industrie e i suoi Stati membri per preparare una proposta entro la prossima ministeriale”, cioè entro la fine di questo mese.

Sulla questione è invece molto chiara Simonetta Di Pippo: “Sono sempre stata a favore di quella che chiamai, in un articolo pubblicato su Esa Bulletin nel 2008 (quando era a capo del volo umano dell’agenzia, ndr) ‘l’autonomia per la cooperazione’Applichiamola al caso specifico: l’Italia ha un vantaggio competitivo indiscusso nella costruzione di moduli pressurizzati. È un asset inestimabile nel contesto di una space economy in orbita bassa e nell’esplorazione lunare. Al See Lab cerchiamo di mettere in luce le eccellenze dei nostri membri e non solo. Lo spazio e la sua economia non sono più ambiti dove si possa attendere; bisogna agire, prendere rischi calcolati e vincere le partite. Mentre si delineerà nelle sedi opportune la strategia italiana ed europea, quello che abbiamo fatto oggi è accendere la luce sulle capacità nazionali per cercare di incastrarle al meglio nel contesto globale”.

Detto altrimenti, occorrerà aspettare il responso del Consiglio ministeriale dell’Esa, a Parigi il 22 e il 23 novembre prossimi, per capire come, quanto e soprattutto se l’Europa punti sulle nuove stazioni private. Con il rischio che un’eccessiva prudenza si traduca nell’accesso tardivo allo scrigno dell’orbita bassa. Gli annunci delle “pro-loco” spaziali ormai circolano da un po’.

 

 

 

 

Alessandro Sicuro Comunication
    

 

 

 

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