Febbraio 18, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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LA TECNOLOGIA IN ECCESSO AUMENTA LA PRODUTTIVITÀ O LA FRENA?


quando la tecnologia aiuta e quando ostacola

Nel dibattito sulla produttività si ripete spesso che più strumenti hai, più diventi efficiente. La pratica quotidiana racconta il contrario. Oggi la maggior parte delle aziende è affollata da software, app, CRM, dashboard, sistemi di ticketing, piattaforme per comunicare e altre per monitorare. Un ecosistema apparentemente ricco, che però genera un paradosso evidente: il lavoro digitale cresce, mentre la produttività reale rallenta.

La ricercatrice americana Gloria Mark, studiando per anni i flussi attentivi sul posto di lavoro, ha dimostrato che ogni volta che una persona interrompe ciò che sta facendo per passare da un sistema all’altro servono circa venti minuti per recuperare il focus mentale. Venti minuti moltiplicati per decine di micro-switch quotidiani trasformano l’efficienza in dispersione. È qui che nasce il cortocircuito: invece di produrre valore, produciamo aggiornamenti. Invece di decidere, rincorriamo i software.

Il punto, però, non è tornare alla carta e penna. Nessuno che conosca davvero l’innovazione immagina un mondo senza strumenti digitali. Il vero nodo è come questi strumenti vengono usati – o, meglio, come non vengono usati. Oggi viviamo in un sistema dove ogni nuova app, ogni nuovo software, ogni nuova piattaforma viene scaricata come fosse una soluzione miracolosa. La installiamo, la configuriamo, la inseriamo nel flusso di lavoro e poi scopriamo che per essere utile dobbiamo alimentarla noi. Dobbiamo dirle tutto. Dobbiamo aggiornare, spostare, trascrivere, comunicare, sincronizzare. In pratica, per far funzionare il sistema siamo noi a dover lavorare più di prima.

È questo l’errore culturale che nessuno ha il coraggio di nominare: se l’uomo deve informare i sistemi informativi, allora i sistemi informativi non sono intelligenti. Sono solo contenitori affamati che chiedono tempo e attenzione.

Un operatore che passa la mattina a inserire dati, a spiegare ai software cosa sta succedendo in produzione, in magazzino, nei reparti, non sta usando la tecnologia: la sta servendo. E mentre la serve, raddoppia il lavoro. Il digitale diventa così burocrazia tecnologica, non innovazione.

La vera efficienza nasce solo quando gli strumenti dialogano tra loro attraverso API, sensori, servomeccanismi, flussi automatici che prelevano i dati direttamente alla fonte: registratori di cassa, POS, magazzini, linee di produzione, avanzamenti reali dei reparti. Da lì deve partire il processo: misurazione automatica, trasmissione automatica, interpretazione automatica.

Solo così, quando il manager apre la scrivania al mattino, trova ciò che serve davvero: un alert su un collo di bottiglia in reparto, la notifica del ritardo di un fornitore, un cruscotto che filtra tremila email e lascia visibili solo le trenta davvero decisive, una previsione di rischio capace di anticipare un blocco prima che diventi emergenza.

Il resto è rumore. E il rumore, se non lo governi, diventa caos operativo.

A complicare tutto c’è un altro elemento: gli strumenti avanzati esistono, gli agenti intelligenti sono già realtà, ma quasi nessuno sa usarli. Non perché siano impossibili, ma perché richiedono tempo, metodo, competenze. Un agente configurato male non automatizza: crea problemi. Un agente configurato bene, invece, diventa un nuovo membro dello staff: risponde ai clienti, prende appuntamenti, controlla fornitori, segnala ritardi, monitora processi, lavora di notte, non sbaglia, non si distrae.

È in questo punto che si gioca il futuro delle imprese.
La paura della tecnologia non nasce dalla tecnologia: nasce dalla cattiva tecnologia. Dalla complessità inutile. Dallo strumento che aggiunge passaggi invece di toglierli. Dal software che chiede all’uomo di spiegare ciò che dovrebbe capire da solo.

Ed è qui che il discorso torna alla radice della domanda: la tecnologia in eccesso aumenta la produttività o la frena?

La risposta è semplice: dipende da quanto è intelligente. Se dialoga, integra, automatizza, anticipa, allora accelera. Se moltiplica i passaggi, richiede istruzioni, non capisce ciò che dovrebbe misurare da sola, allora diventa un freno, un peso, un altro lavoro da fare.

Quando gli strumenti inizieranno a parlarsi davvero, quando i dati non dovranno più essere inseriti a mano, quando i sistemi saranno abbastanza maturi da fare il loro mestiere senza rubare tempo a chi lavora, allora l’innovazione smetterà di essere una promessa e diventerà un risultato.

Perché la tecnologia è un aiuto solo quando toglie peso. Quando lo aggiunge, non è più innovazione: è solo un’altra forma di fatica.



 

 

Alessandro Sicuro

Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication



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