Il calzaturiero mondiale ha rialzato la testa. Dopo le incertezze della pandemia e di anni fiacchi, il 2024 si è chiuso con un dato netto: +6,9% di produzione, pari a quasi 24 miliardi di paia. Una ripartenza che fotografa il ritorno della domanda globale e la resilienza di una filiera che, ancora una volta, trova in Asia il suo baricentro assoluto. Cina, India e Vietnam insieme valgono quasi il 90% delle scarpe prodotte e oltre la metà dei consumi: numeri che dicono potere industriale, ma anche dipendenza da un’unica area del mondo.
La crescita non si è limitata alle fabbriche. Anche l’export ha fatto un passo deciso: volumi in aumento del 4,6%, valore totale oltre il +30%. Con un dettaglio significativo: il prezzo medio alla produzione è sceso, segno che il mercato si sta muovendo su due fronti — da una parte accessibilità e democratizzazione del prodotto, dall’altra premium e lusso, che non smettono di tirare ma non possono più bastare da soli.
Se il 2024 è stato l’anno del rimbalzo produttivo, il 2025 guarda in avanti con un’altra chiave: i consumi mondiali di calzature sono attesi in crescita dell’8,4%. Non è una corsa sfrenata, piuttosto un passo costante, sostenuto da un mercato che punta a sfiorare i 500 miliardi di dollari di valore. Una progressione che non brucia le tappe, ma consolida terreno.
In questo scenario, l’Europa rimane fuori dalla battaglia dei volumi ma difende il suo ruolo di presidio culturale e creativo. I distretti italiani, più che rincorrere numeri, continuano a rappresentare l’eccellenza artigiana, il design, la capacità di trasformare una scarpa in simbolo identitario. È qui che il valore resiste, anche quando il resto del mondo produce in serie.
La fotografia del settore, oggi, sta tutta in questa doppia velocità: quantità che si ricompone, valore che cerca nuovi equilibri. Produrre di più è tornato possibile. Dare senso a ciò che si produce rimane l’unica vera sfida.
Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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