Ho sempre pensato che, in certi casi, separare moda e arte sia quasi impossibile. Ci sono stilisti che non si limitano a disegnare abiti, ma costruiscono un immaginario, entrano in contatto con la pittura, con il teatro, con la scultura, con il gesto creativo in senso più ampio. Elsa Schiaparelli è una di queste figure. Ed è anche per questo che la scelta del Victoria & Albert Museum di Londra di dedicarle una grande mostra mi sembra così significativa.
Non si tratta soltanto di rendere omaggio a una protagonista della couture del Novecento. Qui il punto è un altro: riconoscere, in uno dei musei più importanti al mondo, che il lavoro di Schiaparelli ha avuto un peso culturale che va oltre la moda intesa in senso stretto. Il suo universo visivo ha sempre abitato una zona di confine molto particolare, dove l’abito smette di essere soltanto eleganza e diventa invenzione, rottura, provocazione, immagine.
La mostra, aperta dal 28 marzo, segue questo percorso dagli anni Venti fino a oggi, arrivando anche alla fase contemporanea della maison guidata da Daniel Roseberry. Il risultato non è una semplice sequenza di abiti celebri, ma una lettura più ampia di ciò che Schiaparelli ha rappresentato: una donna capace di portare nella moda una tensione artistica vera, non decorativa, non superficiale.
Basta guardare ai nomi che compaiono accanto al suo lavoro per capire di che cosa stiamo parlando. Salvador Dalí, Jean Cocteau, Pablo Picasso, Man Ray, Eileen Agar: non sono presenze messe lì per impreziosire un racconto, ma testimonianze concrete di una vicinanza reale tra Schiaparelli e il mondo dell’arte del suo tempo. In lei la contaminazione non era una posa. Era metodo, istinto, visione.
L’esposizione raccoglie oltre 400 oggetti tra abiti, accessori, gioielli, fotografie, dipinti, sculture, profumi e materiali d’archivio. Tra i pezzi più noti emergono lo Skeleton Dress e il Tears Dress del 1938, insieme al celebre cappello a forma di scarpa rovesciata, nati nell’orbita della collaborazione con Dalí. Sono creazioni che ancora oggi colpiscono perché non sembrano pensate soltanto per essere indossate, ma per essere viste, ricordate, quasi interpretate.
Il percorso si sviluppa in quattro sezioni e accompagna il visitatore dalle origini della maison fino alla sua eredità più attuale. All’inizio ci sono i primi atelier parigini aperti nel 1927, quando Schiaparelli iniziò a imporsi con una proposta sorprendente, colta, fuori dagli schemi. Già il celebre maglione con fiocco trompe-l’œil dice molto del suo sguardo: ironico, raffinato, modernissimo per l’epoca.
Uno dei nuclei più interessanti della mostra riguarda naturalmente il rapporto con il surrealismo. Nella Parigi degli anni Venti e Trenta, Schiaparelli si muove dentro un ambiente in cui arte e moda si osservano da vicino, si provocano, si influenzano. La presenza del Lobster Dress accanto al Lobster Telephone di Dalí rende benissimo questa relazione, perché fa capire quanto fosse sottile, e a tratti inesistente, il confine tra opera artistica e creazione di moda.
C’è poi il capitolo londinese, tutt’altro che secondario. L’apertura del salone di Mayfair nel 1933 consolidò la dimensione internazionale della maison e contribuì a diffondere nel Regno Unito quella sua estetica sofisticata, visionaria, piena di tensione scenica. I capi esposti, dagli abiti da sera ai velluti ricamati fino agli outfit legati all’incoronazione di Giorgio VI, mostrano molto bene questa capacità di Schiaparelli di stare insieme dentro il lusso, la mondanità e la costruzione dell’immagine pubblica.
La parte finale della mostra mette infine in relazione questa eredità con il presente. Le creazioni di Daniel Roseberry, indossate negli ultimi anni da star come Ariana Grande e Dua Lipa, dimostrano che quel linguaggio non si è esaurito. Ha cambiato forma, si è aggiornato, ma conserva ancora una forza visiva immediata, teatrale, riconoscibile.
Alla fine, è proprio questo il punto più interessante della mostra londinese: Schiaparelli non viene raccontata soltanto come una grande couturière del passato, ma come una figura che ha contribuito a spostare la moda verso un territorio più audace e più libero. Un territorio in cui l’abito non serve solo a vestire, ma anche a pensare, a sorprendere, a lasciare un segno.
GALLERY
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Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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