Marzo 12, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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C’è un film che più di ogni altro racconta l’apice della finanza senza scrupoli e l’avidità del capitalismo: Wall Street di Oliver Stone. Uscito nel 1987, lo stesso anno de Il falò delle vanità di Tom Wolfe, sembra la sua naturale continuazione. Se Wolfe aveva messo a nudo la vanità dell’élite newyorkese, Stone ne mostra il motore nascosto: l’avidità. Due opere, una letteraria e una cinematografica, nate dallo stesso magma culturale: la New York degli anni Ottanta, città verticale in cui il denaro diventa religione e il potere una forma di esperienza mistica.

Stone scrive la sceneggiatura insieme a Stanley Weiser, e non è un regista qualsiasi. Suo padre, Lou Stone, era stato un vero broker di Wall Street. Oliver aveva respirato fin da giovane quell’aria elettrica, tesa, saturo di ambizione e cinismo; conosceva i tic, i silenzi, le telefonate all’alba e quelle a notte fonda, le riunioni dietro porte chiuse, i brindisi freddi, le pacche sulle spalle che odorano di convenienza. Wall Street non nasce come esercizio di stile, ma come confessione: è un racconto dall’interno, filtrato dal cinema ma radicato in un vissuto reale.

Il personaggio di Gordon Gekko, interpretato magistralmente da Michael Douglas, condensa questa visione. È l’incarnazione della filosofia predatoria che trasforma l’avidità in virtù, l’inganno in metodo, la spietatezza in competenza. Il suo intervento all’assemblea della Teldar Carta è il cuore ideologico del film. Gekko non si limita allo slogan: racconta di aver passato mesi ad analizzare bilanci, flussi, note spese, e da quella radiografia esce un quadro impietoso. Una burocrazia aziendale gonfia, autoreferenziale, popolata da dirigenti che nessuno saprebbe descrivere davvero: decine di vicepresidenti che timbrano carte, producono memorie, spostano fascicoli da una scrivania all’altra, mentre milioni di dollari si dissolvono in “consulenze”, benefit, viaggi, caccia, golf, pranzi e liquidazioni d’oro. È la fotografia del capitalismo amministrato che ha perso il contatto con la produzione reale e continua a premiare chi non rischia nulla, blindato da contratti lussuosi e responsabilità nebulose.

In quel passaggio Gekko appare quasi come il giustiziere, colui che denuncia un sistema malato più dei suoi stessi raid. Ed è qui che il film diventa sottile: la sua critica alla grande corporation paralizzata è credibile proprio perché affonda i denti in una verità storica. Gekko è il male che dice una parte di verità sul marcio rispettabile. Quando pronuncia il suo “L’avidità è buona. L’avidità è giusta. L’avidità funziona”, sta raccogliendo il consenso di una platea che in fondo sa di essere il problema ma preferisce applaudire chi la assolve trasformando il vizio in dottrina. È il momento in cui Stone mostra come l’America che si sente potenza morale mondiale abbia scelto di identificare efficienza con ferocia, meritocrazia con licenza di divorare tutto.

Da lì in avanti, ogni battuta di Gekko diventa un frammento di manifesto: “Il denaro non dorme mai”, “L’informazione è la merce più preziosa”, “Nessuno diventa ricco lavorando per qualcun altro”. Non sono solo punchline cinematografiche: sono il catechismo di un capitalismo che ha deciso di correggere il proprio volto pubblico, non le proprie fondamenta. La giungla che Gekko invoca non è una metafora: è il nuovo ordine naturale, dove sopravvive solo chi morde per primo.

Stone quella giungla la conosce e la racconta senza sconti. Non moralizza, non semplifica; costringe lo spettatore a misurarsi con il fascino del predatore. Quando Gekko trascina Bud Fox — il giovane broker interpretato da Charlie Sheen — oltre il confine, invitandolo a cercare informazioni privilegiate, a usare il rapporto col padre, a violare la fiducia per anticipare il mercato, l’ascesa si fonde con la contaminazione morale. La scalata al potere coincide con la perdita di sé. Il film non si limita a denunciare l’illegalità: mostra come il sistema stesso premi chi impara a confondere abilmente opportunità e abuso, talento e sopraffazione, strategia e tradimento.

Attraverso gli occhi di Bud, Wall Street diventa la storia di una fine: la fine dell’innocenza e della favola meritocratica. La parabola è limpida: dall’entusiasmo di chi vuole “farcela” alla disillusione di chi scopre il prezzo umano del successo. La New York scintillante dei grattacieli, dei loft, dei ristoranti panoramici, convive con la fabbrica del padre, con chi lavora davvero, con chi rischia il posto mentre in alto ci si spartisce il bottino. Ogni guadagno di Gekko corrisponde a una perdita invisibile per qualcuno. Ogni operazione vincente trascina con sé licenziamenti, vite spezzate, comunità cancellate dalle righe di un bilancio.

Oggi gli scenari sono cambiati, ma la struttura mentale è la stessa. L’avidità non ha più bisogno di sigari, bretelle e telefoni fissi: si traveste da algoritmo, da fondo globale, da sigla tecnica che decide fusioni, tagli, spostamenti di capitali che nessuno, fuori da una stanza, comprende davvero. Se negli anni Ottanta Stone poteva ancora mostrarci i volti del potere, oggi gran parte di quel potere è opaco, automatizzato, distribuito in architetture finanziarie che agiscono senza un corpo evidente. Ma la filosofia di fondo resta identica: privatizzare il vantaggio, socializzare il rischio, trasformare l’eccesso in normalità.

La differenza è che il prezzo non si misura soltanto in dollari. A essere bruciati nel falò contemporaneo sono anche il tempo, l’attenzione, la qualità della vita, la fiducia collettiva. La finanza è diventata un sistema operativo che infiltra le scelte quotidiane: ciò che compriamo, ciò che desideriamo, le città in cui viviamo, il lavoro che accettiamo, la paura di perdere tutto. In questo contesto Wall Street continua a parlare al presente, non come reliquia anni Ottanta, ma come radiografia di un meccanismo che ha solo cambiato interfaccia.

Per questo il film di Oliver Stone resta una delle parabole più lucide del nostro tempo. Non è soltanto un racconto sulla finanza, ma una meditazione sull’identità, sull’etica, sul punto esatto in cui il successo smette di essere conquista e diventa resa. Ci ricorda che quando l’avidità viene elevata a valore fondante, tutto il resto — dignità, responsabilità, comunità — viene relegato a costo marginale. Il falò dell’avidità non si è mai spento: ha solo imparato a bruciare in silenzio, dietro schermi luminosi e relazioni trimestrali. E continua, ostinato, a illuminare la parte di noi disposta a credere che vincere giustifichi qualsiasi prezzo.

Disclaimer: Post di divulgazione culturale. Contenuti a fini giornalistici e divulgativi, non sponsorizzati né destinati a promuovere prodotti o servizi finanziari.

 

 

 

Alessandro Sicuro

Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication



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