Aprile 21, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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GUCCI, APPUNTI SU UN CAMBIAMENTO ANCORA IN CERCA DI AUTORE

Ho osservato con attenzione la recente sfilata di Gucci, cercando di leggerla per ciò che è e per ciò che tenta di diventare. Non manca del tutto qualche elemento interessante – alcuni capi in pelle hanno una presenza forte, alcune borse sembrano dialogare con un archivio riconoscibile, forse anni ’50–’60 – ma l’impressione generale è quella di un progetto che non ha ancora trovato una sintesi convincente.

La direzione appare orientata verso un pubblico giovane, molto giovane, mentre il prodotto racconta una storia parzialmente diversa. È come se convivessero due registri che faticano a parlarsi: da un lato un immaginario irregolare, volutamente dissonante, dall’altro accessori e costruzioni che rimandano a un’idea più classica di eleganza. Non tanto una tensione fertile, quanto una sovrapposizione che lascia aperte alcune domande.

Un altro aspetto che emerge con chiarezza è la riduzione del vocabolario formale in una parte consistente della sfilata. La ripetizione di soluzioni simili – come i fuseaux, proposti indifferentemente per uomo e donna – sembra più una semplificazione che una presa di posizione radicale. In un marchio come Gucci, questo tipo di scelta sposta inevitabilmente il baricentro dal capo al marchio stesso, affidando al nome una funzione di sostegno che il prodotto, da solo, fatica a esercitare.

In parallelo, confrontandomi con persone che hanno lavorato per anni all’interno della produzione – tra borse, abbigliamento e calzature – è emerso un tema ricorrente: il rapporto tra progetto e corpo. In particolare, alcune calzature hanno mostrato evidenti criticità in passerella. Difficoltà di camminata, instabilità, posture forzate. Non si tratta di un giudizio estetico, ma di una questione funzionale. E quando la funzione viene meno, l’intero impianto concettuale ne risente.

La moda può essere provocatoria, può mettere in discussione l’idea stessa di comfort e armonia. Può anche scegliere di attraversare territori scomodi. Ma resta legata a un patto implicito con il corpo. Quando quel patto si incrina, non si apre solo un dibattito stilistico, ma una riflessione più ampia sulla responsabilità del progetto.

So bene che questo approccio può essere letto come una mancata comprensione del messaggio più radicale, della destrutturazione fisica e simbolica associata alla visione di Demna, del suo temperamento post-bellico e della volontà di mettere in crisi l’immagine tradizionale del maschile e del femminile. È un linguaggio che ha una sua coerenza interna. Tuttavia, nel contesto del lusso, resta aperta una questione centrale: chi investe cifre importanti in un capo si aspetta che quel capo funzioni, che accompagni il corpo, che sia risolto con precisione.

La dimensione concettuale può abitare l’immagine, il racconto, persino la provocazione. Diventa più problematica quando si traduce in una rinuncia alla competenza tecnica. In quel caso, il rischio è che il cliente venga chiamato non a indossare un oggetto, ma a partecipare a una dimostrazione teorica.

Anche il tema delle citazioni contribuisce a questa sensazione di sospensione. Alcune soluzioni rimandano a idee già viste, a intuizioni del passato che qui sembrano riemergere senza una reale rielaborazione. La citazione, quando non è sostenuta da una visione nuova, perde forza e diventa un segnale debole.

Alla fine, la questione non è il cambiamento in sé. Cambiare è necessario. Ma il cambiamento, per essere efficace, ha bisogno di una direzione leggibile. In questa sfilata ho avvertito piuttosto un momento di transizione non ancora risolto, come se il marchio stesse prendendo le distanze da alcune certezze senza averne ancora costruite di nuove.

Quando il progetto si appoggia all’archivio – una borsa, un capo in pelle – riemerge invece una solidità diversa. Non per nostalgia, ma per struttura, per mestiere, per chiarezza di intenti. È un segnale interessante, che forse indica una strada possibile.

Non si tratta di una sfilata priva di elementi validi, ma nemmeno di un passaggio definitivamente chiarificatore. Resta una sensazione di attesa, di ricerca ancora aperta. E per un marchio come Gucci, oggi più che mai, la sfida non è sorprendere, ma dare forma a una visione che sappia tenere insieme idea, corpo e prodotto.

Alessandro Sicuro

Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication



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