C’è un punto su cui Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno ragione senza bisogno di alzare la voce: la moda, dopo la globalizzazione, non è diventata “più grande”. È diventata più fragile. Più finanziaria. Più intercambiabile. E questo, per chi ama i codici e le identità, è un problema reale, non un capriccio nostalgico.
L’emersione dei grandi gruppi e l’ingresso della finanza come regista silenzioso hanno fatto una cosa precisa: hanno spostato l’asse dalla costruzione lenta di un linguaggio alla gestione rapida di un’immagine. È qui che, nel tempo, si è consumata l’estinzione dello stilista come figura piena: non il creativo che “firma” una stagione, ma quello che fonda un marchio, lo disegna, lo governa, se ne assume il peso estetico e culturale, e ci mette la faccia per anni.
Al suo posto si è consolidato il modello del direttore creativo itinerante: consulente, spesso freelance, teoricamente indipendente, concretamente spostabile. Un professionista che passa da un brand all’altro portandosi dietro un’impronta riconoscibile, a volte fortissima, ma proprio per questo capace di coprire tutto ciò che incontra. Il risultato lo vediamo: identità che si sbiadiscono, archivi trattati come scenografie, passato ridotto a materiale di scena. Si cambia, si azzera, si riparte. E ogni volta si perde qualcosa.
Dolce e Gabbana, invece, questa partita l’hanno rifiutata. Non con un manifesto, ma con la cosa più rara oggi: la coerenza. Li chiamano ripetitivi? Va bene. Loro continuano. Perché hanno capito che in un mondo dove tutto migra, tutto si assomiglia e tutto viene “rifatto”, l’unico vero lusso è riconoscersi. E soprattutto essere riconosciuti.
La collezione è una cavalcata dentro i loro codici, dichiarata, orgogliosa, senza scuse. Il nero totale. Il pizzo. La guêpière. I completi maschili costruiti con forme enfatizzate e tagli netti, quasi scolpiti. Gli autorigenti. E poi quei richiami ai primi anni Novanta che, per chi c’era o per chi ha studiato, non sono nostalgia: sono memoria attiva. Pantaloni a vita altissima con bretelle, top portati con i colletti delle camicie. Un piccolo gesto per iniziati, ma fatto con la consapevolezza di chi sa da dove viene.
Mi è tornata addosso anche l’eco di quella stagione iconica — l’autunno-inverno 1992 — con Linda, Christy, Naomi, Stephanie, Cindy, Claudia: non come citazione sterile, ma come prova che un linguaggio, se è vero, attraversa il tempo.
Il risultato è semplice da dire e difficile da smentire: è Dolce & Gabbana in modo netto, inequivocabile. E questo era il punto. Non stupire a tutti i costi, non inseguire l’ansia del nuovo, ma ribadire un’identità al limite dell’ostinazione. Anche perché oggi la moda spesso confonde la rottura con la distruzione, e la distruzione con l’intelligenza.
A chiudere il cerchio, in platea ad applaudirli, c’era anche Madonna: dettaglio che non è solo mondano, perché racconta una continuità, un’alleanza estetica, un immaginario che non è nato ieri.
Hanno ragione, sì. Perché in un sistema che premia l’instabilità come fosse modernità, loro stanno dicendo una cosa semplice: senza una firma riconoscibile, senza una grammatica difesa nel tempo, la moda smette di essere linguaggio e diventa rumore. E il rumore passa. Lo stile resta.
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Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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