Quinto potere (Network, 1976), diretto da Sidney Lumet, è una di quelle opere che sfuggono alle etichette. La chiamano satira, la chiamano parodia del sistema televisivo americano, ma la verità è che supera entrambe le definizioni: è un film che smaschera un’epoca e ne anticipa due successive.
Alla sua uscita scosse pubblico e critica, conquistò dieci candidature agli Oscar e quattro statuette, tra cui quella postuma a Peter Finch, tragico e perfetto nel ruolo di Howard Beale, l’anchorman che urla agli spettatori la verità più semplice e più indigesta: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!»
Da lì in poi la televisione, quella vera, non fu più la stessa.
Il film non ce l’ha con la TV in sé. Paddy Chayefsky, lo sceneggiatore, l’ha sempre detto: il bersaglio era la disumanizzazione, la trasformazione delle persone in prodotto, la logica del profitto che trita tutto, compresa la mente umana. E la cosa impressionante è quanto Network abbia previsto: l’infotainment come religione, i reality come linguaggio, le corporation come nuova autorità morale.
La trama è lineare e devastante. Howard Beale, storico volto delle news UBS, viene licenziato per calo di ascolti. In diretta annuncia il proprio suicidio. Il pubblico esplode. I dirigenti capiscono che l’audience è un dio da servire, e lo trasformano nel “profeta dell’etere”.
Dopo un breve momento di gloria, Beale inizia a toccare nervi scoperti, fino a mettere in discussione la stessa rete. A quel punto il sistema lo stritola: lo show deve continuare, ma senza di lui. La sua morte, in diretta, è programmata come una scelta di palinsesto.
La voce fuori campo lo dice con una freddezza perfetta: «Questa è la storia di Howard Beale, il primo caso conosciuto di un uomo che fu ucciso perché aveva un basso indice d’ascolto».
Ecco perché Quinto potere non è solo una parodia riuscita: è un film che parla di noi, delle nostre dipendenze mediatiche, delle emozioni manipolate, del culto dell’audience e di un mondo che si indigna a comando.
Un’opera che oggi sembra più attuale del 1976, e forse è questo il segno dei capolavori: arrivano prima degli altri, e poi pazientemente ci aspettano.
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Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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