Marzo 17, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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GENERATION GUCCI — UNA PRE-FALL 2026 CHE ARRIVA DALL’ARCHIVIO, MA IL NUOVO DOV’È?

GENERATION GUCCI

 

Da troppo tempo ormai avevo smesso di emozionarmi per Gucci. Ogni volta che arrivava una notifica dalle agenzie la reazione era sempre la stessa: è uscita la nuova Gucci, bene, non mi interessa. Una disaffezione lenta, nata da estetiche ripetute, cambi di direzione senza un reale orizzonte, un’identità che invece di rinascere si sfilacciava. Poi, alle due e trenta del mattino, quando il filtro della razionalità si allenta e l’istinto prende il comando, ho aperto l’account Instagram della Maison. E lì ho ritrovato la firma più immediata di Demna: tutto cancellato. Un archivio monumentale ridotto a un foglio bianco. Non è grafica: è politica. Chi prende in mano una casa come Gucci ha due strade — ereditare o incendiare. Lui ha scelto il fuoco.

Il primo contenuto è Tiger. Non sono arrivato in fondo: è disturbante per vocazione, un oggetto pensato per provocare disagio e farti inciampare nel giudizio. La novità, quando è reale, funziona così: prima ti respinge, poi ti costringe a riavvicinarti, ma qualcosa rimane irrisolto. Scorrendo la pagina, il percorso si fa più chiaro: Milano, lo street style come preludio filmico, il LACMA trasformato nell’ennesimo teatro antropologico in cui gli ospiti performano più dei modelli, Firenze con l’Oltrarno accanto al palazzo archivio della Maison, e infine questa Pre-Fall lanciata quasi di sorpresa. Una mossa che sa tanto di consiglio d’amministrazione impaziente: quando i numeri scendono, serve un segnale immediato, anche prima della visione.

Dentro Generation Gucci si respira un viaggio controllato nell’archivio — controllato al punto da non rischiare nulla. La prima silhouette, una camicia nera trasparente su gonna a matita blu notte, evoca l’erotismo disciplinato dell’era Ford ma senza la sua ferocia, come se mancasse sempre un centimetro di coraggio. Il completo scuro, lucido, quasi clinico, vive di un minimalismo studiato, una compostezza che nasce più dal timore di sbagliare che dal desiderio di rompere gli schemi. La gonna foulard, con le stampe equestri che arrivano dritte dagli archivi, è un gesto letterale, un ripescaggio che non tenta davvero la metamorfosi. La pelliccia sintetica color cammello sembra uscita da una campagna Balenciaga; è imponente, coreografica, quasi un lapsus estetico più che un atto di direzione. Il long dress argentato scivola con una perfezione che lascia intatto tutto ciò che dovrebbe sconvolgere. I cappotti maschili, lunghi, lineari, abbinati al denim chirurgico, vivono di una normalità intenzionale: come se la provocazione, oggi, fosse proprio la rinuncia all’effetto.

Gli accessori — Jackie, Dionysus, Web Stripe — riaffiorano come segnali genetici, promemoria identitari che ti sussurrano: “Gucci è questo, e questo non si tocca.” Non è nostalgia. È conservazione. È una collezione coerente, sì, ma non è una svolta, è un inventario.

Il difficile non è custodire il DNA: quello lo sa fare chiunque abbia abbastanza rispetto per il marchio che gli è stato affidato. Il difficile è generare qualcosa che non sia un eco del passato, ma un presente con voce propria. E qui, almeno per ora, l’archivio non è una piattaforma di lancio: è un manuale d’istruzioni che Demna consulta con prudenza, come chi prende le misure di una casa nuova e vuole capire dove può abbattere un muro senza far crollare la struttura.

Generation Gucci non è un manifesto. È un prologo. È il momento in cui un designer arriva in una Maison devastata da troppi restyling e decide che il primo gesto non è creare, ma svuotare. Prima si sgombra, poi si disegna.

Il passato è stato cancellato. Il presente è un tempo di misurazione. Il futuro — quello vero — non è ancora arrivato. Resta una sola domanda, sospesa e inevitabile, che è poi il cuore dell’intero racconto:

Cosa accadrà quando Demna smetterà di guardare indietro?

 

Alessandro Sicuro

Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication



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