Il caso Carolina Cucinelli e il peso del DNA
Nel lessico ormai un po’ stanco della moda italiana, l’espressione “figli d’arte” continua a generare fastidio, come se fosse sempre una parola sbagliata: usata talvolta come sospetto, talvolta come scorciatoia polemica, spesso come giudizio preventivo. Da un lato il cognome vissuto come colpa, dall’altro come patente automatica di talento. Eppure il nodo non è mai stato l’eredità in sé. Il vero problema, semmai, è sempre stato l’uso che se ne fa.
Il caso di Carolina Cucinelli serve proprio a rimettere questa questione sui binari giusti, lontano sia dall’agiografia sia dalla diffidenza ideologica.
Carolina non è diventata creativa perché figlia di Brunello. È cresciuta dentro un ambiente produttivo, non scenografico, dove l’azienda non era un fondale ma un luogo vivo, quotidiano, attraversato da gesti e persone. Da bambina frequenta gli spazi del lavoro come altri frequentano un cortile: impara a cucire, lavora con gli scarti, tocca il cashmere prima ancora di imparare a raccontarlo. In questo percorso il gesto precede il ruolo, la materia precede la narrazione, e la creatività nasce da una pratica concreta prima che da un’idea astratta.
La sua formazione segue la stessa traiettoria coerente. Scuola d’arte, moda e costume, pittura, fotografia, musica. L’arte non come identità da esibire o da spendere simbolicamente, ma come esercizio continuo dello sguardo, come allenamento alla complessità. A questo si aggiunge il viaggio, l’osservazione costante, il nutrimento culturale condiviso con il team creativo. È qui che si manifesta una differenza sostanziale: c’è chi eredita un’azienda e chi eredita un metodo.
Dentro il gruppo Cucinelli Carolina non entra come simbolo o come figura di rappresentanza, ma come presenza. Lavora fianco a fianco con dipendenti e operai, attraversa le strutture, vive dall’interno il funzionamento dell’impresa e affronta senza scorciatoie il pregiudizio inevitabile della “figlia del padrone”. Non lo rimuove e non lo nega, lo consuma lentamente nel tempo. La legittimazione non arriva dal cognome, ma dalla permanenza, dalla continuità, dalla credibilità costruita giorno dopo giorno.
Oggi Carolina è vicepresidente e co-direttrice creativa del gruppo insieme alla sorella Camilla, in una diarchia che è prima di tutto un fatto operativo. Il suo non è un ruolo ornamentale: partecipa alle scelte, alla visione, allo sviluppo del prodotto. La borsa BC Duo, pensata come oggetto funzionale per donne che lavorano e vivono giornate complesse, è un esempio chiaro di questo approccio: non un esercizio di stile autoreferenziale, ma una sintesi di esperienza, necessità e progetto.
Colpisce, nel suo profilo, una creatività che non si allinea automaticamente all’immaginario rassicurante e classico di Solomeo. Tim Burton, il gotico, il cinema, i tatuaggi fanno parte del suo universo visivo. Ma non c’è rottura, non c’è provocazione gratuita: c’è una tensione controllata, una dialettica interna. È la dimostrazione che il DNA non impone un’estetica, ma fornisce una struttura. Dentro quella struttura l’individuo può muoversi, contaminare, respirare.
Il tema che ritorna con maggiore insistenza è quello della memoria. Carolina studia i cimiteri monumentali, colleziona arte, riflette sul lascito, sul segno che resta nel tempo. Non si tratta di un vezzo intellettuale o di una posa culturale, ma dell’assimilazione profonda di un principio fondante dell’universo Cucinelli: non possedere, ma custodire; non occupare uno spazio, ma preparare il passaggio.
Anche il rapporto con il padre viene raccontato senza edulcorazioni. C’è distanza, conflitto, assenza. Brunello è spesso lontano, impegnato nella costruzione di un’azienda e di una visione. È una dinamica reale, non mitologica. A tenere insieme l’equilibrio familiare sono la madre e il legame fortissimo con Camilla, con cui Carolina condivide vita, lavoro, tavolo creativo e responsabilità, senza annullarsi ma rafforzandosi reciprocamente.
E allora la domanda giusta non è se sia “giusto” che i figli d’arte seguano le orme dei genitori. La domanda è se siano educati al peso di quelle orme, alla responsabilità che comportano, al tempo che richiedono.
In un Paese come l’Italia, dove il sapere artigianale e creativo si trasmette per continuità più che per rottura, il ricambio generazionale non è un problema da risolvere, ma una condizione da governare. Il DNA conta, sì, ma senza disciplina diventa privilegio sterile, e senza metodo si riduce a imitazione.
Carolina Cucinelli non è un modello universale. È qualcosa di più utile: la dimostrazione concreta che l’eredità può diventare un atto di responsabilità, non un alibi. E oggi, in un sistema saturo di storytelling senza sostanza, questa è forse la forma più alta di eleganza.
–
–
Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
Scopri di più da ALESSANDRO SICURO COMUNICATION
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.








Altre storie
MILANO-CORTINA 2026: UNA CERIMONIA CHE ACCENDE I GIOCHI. “SOTTO LA BANDIERA OLIMPICA TUTTI GLI UOMINI SONO UGUALI”.
MILANO CORTINA 2026: QUANDO L’ITALIA ACCENDE IL MONDO
ASSAPORARE LA VITA, UN SAPORE PER VOLTA