I NOSTRI MUSEI, TUTTI INSIEME RENDONO MENO DEL COLOSSO FRANCESE (LOUVRE) O DELL’ INGLESE (BRITISH MUSEUM). E’ ARRIVATO IL MOMENTO PERO’ DI CHIEDERSI PERCHE’ E INIZIARE A CONSIDERARE LA NOSTRA ARTE COME UN PATRIMONIO DI BELLEZZA CHE DEVE FAR SCATURIRE I GUADAGNI CHE I MUSEI INTERNAZIONALI RIESCONO A REALIZZARE DA TEMPO.
16-ago-2013
I musei italiani, presi nel loro insieme, rendono meno rispetto ai colossi internazionali come il Louvre in Francia e il British Museum in Inghilterra. Questo dato è già stato evidenziato, ma è ora giunto il momento di chiedersi perché e di considerare la nostra arte come un patrimonio di bellezza in grado di generare guadagni simili a quelli dei musei internazionali.
Lo stato dell’arte:
A Pompei, pomodori crescono tra le rovine, le travi crollano e la prenotazione online per l’ingresso è assente. Quest’estate, centinaia di turisti hanno rinunciato alla visita dopo aver sopportato lunghe attese al sole, in fila all’unica biglietteria disponibile. Nell’area di 44 ettari, unica al mondo, i crolli continui sono causati dal degrado e dalla scarsa manutenzione. I monumenti sono esposti alle intemperie e la mancanza di interventi adeguati ha portato al collasso della “Schola Armaturarum” e ad altri cedimenti. Pompei potrebbe essere esclusa dai siti patrimonio dell’umanità dell’Unesco se entro il 2015 non saranno apportate le modifiche necessarie e se l’Italia non utilizzerà i 105 milioni di euro dell’UE per i lavori. La situazione è emblematicamente italiana, con problemi di gestione e risorse insufficienti.
L’Unesco:
I commissari dell’Unesco hanno recentemente visitato il sito e le loro conclusioni sono preoccupanti: carenze strutturali, infiltrazioni d’acqua, assenza di canaline di drenaggio, danni da luce ai mosaici, costruzioni improprie, mancanza di personale e abusivismi. Il nostro Paese possiede beni inestimabili che potrebbero generare occupazione e ricchezza. In Francia o Spagna, Pompei sarebbe valorizzata economicamente, mentre qui rischia di essere lasciata a deteriorarsi. Con 49 siti patrimonio dell’umanità, l’Italia ha il maggior numero di siti riconosciuti dall’Unesco, ma il governo sembra concentrato su altre priorità, trascurando lo sviluppo culturale e turistico. Pompei potrebbe diventare un centro formidabile per l’occupazione e il prestigio della Campania e dell’Italia, ma viene lasciata in declino. Pompei vale 100 cacciabombardieri e 20 Tav in Val di Susa, ma per gli amministratori attuali non vale nulla. Prendete una calcolatrice e fate i conti.
Il caso del British Museum:
Attualmente, il British Museum di Londra ospita una mostra dedicata a Pompei, “Life and Death in Pompei and Herculaneum”, con un costo d’ingresso di 15 sterline e una media di 4.000 biglietti venduti al giorno. La mostra dura tre mesi e gli incassi sono stimati intorno agli 11 milioni di sterline, oltre ai ricavi supplementari da libri e foto. Gli oggetti in esposizione sono stati prestati gratuitamente dallo Stato italiano, ma se Pompei fosse gestita con la stessa efficienza, potrebbe generare entrate incredibili. Se gli inglesi ricavano 11 milioni di sterline in tre mesi con poche anfore, Pompei, con una gestione adeguata, potrebbe realizzare 44 milioni di sterline all’anno. Moltiplicando questa cifra per gli altri musei italiani, il totale ricavato sarebbe estremamente elevato. Leggi il mio articolo link
Considerazioni finali:
Sappiamo che l’Italia affronta problemi gravi e immediati, ma è fondamentale, mentre ci occupiamo di questi, affrontare anche la questione della valorizzazione della cultura. La cultura rappresenta una fonte di business preziosa e spesso trascurata. Secondo il rapporto Symbola-Unioncamere 2012, la cultura contribuisce al 5,4% della ricchezza prodotta in Italia, equivalente a quasi 76 miliardi di euro, e occupa oltre un milione di persone. È tempo di prendere atto di questi dati.
Un approccio antiquato:
Per valorizzare la cultura e ottenere valore economico, il nostro approccio è antiquato e dispersivo. In Italia ci sono circa 4.000 musei, rispetto ai 1.900 in Francia. La scarsa gestione e la mancanza di promozione online limitano le entrate. I turisti moderni pianificano i loro viaggi leggendo notizie sui social network: Facebook, WordPress, Google, e Twitter. I musei italiani non sono tra i più visitati e spesso non sfruttano il potenziale dei social media. Un esempio emblematico è il museo di Riace, chiuso dal 2009 per restauri con preventivi lievitati da 15 a 33 milioni di euro.
L’importanza del management:
Gli inglesi e gli americani sanno come fare management e dimostrano come trasformare i musei in vere e proprie fabbriche di guadagni. La presenza dei musei italiani sui social network è scarsa, e il Press Office Management non è all’altezza della situazione. Molti musei meno noti ottengono maggiori entrate grazie al social media marketing. Recentemente, il Rijksmuseum di Amsterdam ha ottenuto oltre 11.000 feedback per il suo post su Facebook riguardante la riapertura dopo dieci anni di restauri. Il museo Frida Kahlo di Coyoacàn, in Messico, ha fatto registrare un alto numero di interazioni sui social media.
Il marketing:
Anche la pubblicità per i musei può essere migliorata. Prendiamo il Rijksmuseum: il suo dipinto più noto, la “Ronda di notte” di Rembrandt, è stato celebrato con una campagna virale di successo. Immaginate se, ad esempio, gli ipermercati intorno a Firenze realizzassero spot di guerrilla marketing per promuovere gli Uffizi, invece di pubblicizzare nuovi dischi musicali. Anche iniziative più economiche, come un video virale per un museo, possono ottenere grande visibilità. Un esempio è il Senckenberg Museum di Francoforte, che ha realizzato un video vincitore a Cannes con un semplice osso.
In sintesi, per i musei italiani basterebbe un po’ di volontà di analizzare, accuratezza, creatività e voglia di raccontare l’arte e la scienza in modo coinvolgente e moderno, evitando approcci antiquati e condiscendenti.
Scopri di più da ALESSANDRO SICURO COMUNICATION
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.



L’ha ribloggato su GIOVANNI FITTANTEe ha commentato:
LE CITTA’ D’ARTE POTREBBERO ESSERE IL NOSTRO PETROLIO, UN GIACIMENTO TUTTO DA SFRUTTARE. DOBBIAMO SOLO ORGANIZZARCI MEGLIO ED ESSERE PIU’ COMPETITIVI DEGLI ALTRI STATI CONCORRENTI