Marzo 20, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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LONDRA DAGLI ANNI ’60 SIMBOLO DI RINASCIMENTO CULTURALE, STENTA A RITROVARE FORZA PER LE ATTUALI FASHION WEEK

 

C’è stato un tempo in cui Londra anticipava ogni fermento culturale

Gli anni Sessanta la consacrarono come laboratorio creativo del mondo, quando il beat, il rock, la pop art e una nuova moda sartoriale si fusero in un unico linguaggio generazionale. Camminare per le strade di Soho, Carnaby Street o Camden Town era come respirare una rivoluzione continua, tra boutique visionarie, mercatini ribelli e club dove nascevano stili e suoni che avrebbero contagiato il pianeta. Dagli anni ’60 fino ai Duemila, Londra ha sempre offerto stimoli visionari. È stata culla di creativi, patria dei giovani designer e autentico centro nevralgico dove si forgiava l’estetica dell’impossibile.

Ma da tempo ormai questo motore si è progressivamente rallentato. Oggi, mentre Parigi, Milano e persino New York mantengono un’identità e una vitalità strutturata, Londra sembra arrancare. E la prossima fashion week lo conferma. Dal 18 al 22 settembre, il calendario londinese appare sbiadito. Le grandi maison latitano, i nuovi talenti si affacciano a fatica, e le uniche note di rilievo sembrano arrivare da operazioni collaterali. JW Anderson — tra i pochi brand ancora capaci di generare attenzione — parteciperà non con una sfilata, ma con una cena su invito. Un evento che più che rilanciare il ruolo di Londra, conferma il suo attuale ripiegamento su sé stessa, nella logica lifestyle ma senza lo slancio collettivo di un movimento.

Burberry rimane l’unica griffe di peso a sostenere l’intero impianto, ma il resto del programma si basa su nomi noti, già rodati, che però non bastano a garantire una vera ripartenza. L’assenza dei grandi simboli della britishness — da Alexander McQueen a Stella McCartney, da Paul Smith a Vivienne Westwood — racconta di un’emorragia creativa che ha già trovato altrove rifugio. Sorprende poi che il fast fashion trovi oggi più spazio rispetto ai designer emergenti. H&M e Zara (con una collezione Disney firmata da Harry Lambert) si prendono la scena, laddove una volta si cercavano avanguardie e provocazioni. Laura Weir, nuovo CEO del British Fashion Council, ha dichiarato di voler “resettare il sistema”.

Ma è evidente che la missione sarà ardua. Londra non è solo orfana dei big brand: sembra aver perso anche il suo ruolo naturale di culla dell’innovazione. Persino il menswear ha lasciato il campo, spostandosi stabilmente su Parigi, dove lo showroom BFC sarà ospitato quattro volte l’anno. A mancare, secondo la stessa Weir, sono le infrastrutture. Non basta più il talento: servono sistemi di supporto concreti, occasioni di crescita e una visione condivisa. Il BFC ha annunciato che esonererà dalle quote di partecipazione i brand che sfileranno fisicamente.

Un gesto simbolico, certo, ma che da solo non basta. La verità è che la ripartenza — quella vera, creativa, sistemica — è ancora lontana. Londra ha bisogno di ritrovare il coraggio culturale che la rese unica. Non basta evocare il passato: serve un nuovo slancio. E il tempo per farlo è adesso.

 

 

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Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager

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