Quando ho visto il trailer – e ho letto i nomi: Giallini, Ferilli, e tutti quegli attori “di casa” del cinema romano – mi aspettavo il solito film ben fatto, magari malinconico – ironico, alla Perfetti sconosciuti. Invece no. La città proibita, il nuovo film di Gabriele Mainetti, è qualcosa di molto diverso. Sorprende, disorienta, rompe i confini del genere e mescola mondi che sembrano lontani anni luce: la Cina rurale e la Roma multietnica, il dramma sociale e il kung fu movie, l’epica familiare e la street comedy all’italiana.
È un film pieno di contrasti – a volte anche troppo marcati – ma è proprio in questa mescolanza imprevedibile che trovi la forza e il coraggio della regia. Mainetti osa: salta nel tempo, cambia geografie, cambia linguaggi. Il film si apre in una Cina silenziosa e rurale, dove due sorelle si allenano col padre all’arte del combattimento. Si capisce subito che siamo nel periodo della legge del figlio unico, e una delle bambine viene nascosta. C’è dolore, ma anche una forza trattenuta. Poi, il salto temporale: una delle sorelle – ormai adulta – arriva a Roma dentro un container, alla ricerca della sorella perduta. E lì comincia la parte più sorprendente del film.
Piazza Vittorio è il nuovo teatro. Una Roma che sembra Chinatown: rossa, caotica, stratificata. Ammetto che certe scelte estetiche – tra archi, pennacchi, insegne luminose – mi hanno lasciato interdetto. Roma è una città dalla storia architettonica millenaria, e vedere i suoi quartieri trasformati con connotazioni così marcate può far riflettere. Non è una questione ideologica, ma di equilibrio: la convivenza multietnica è una ricchezza, ma dovrebbe avvenire con un rispetto reciproco delle identità, anche estetiche. Detto questo, è proprio questo sfondo così disordinato e reale a rendere il film vivo. Quello che mi ha colpito più di tutto è la fotografia firmata da Paolo Carnera, è semplicemente meravigliosa. Ogni inquadratura non sta lì per caso. C’è un uso della luce, dei colori e delle ombre che non serve solo a creare atmosfera, ma diventa parte integrante del racconto.
È come se lo spazio parlasse. Carnera non è certo un nome nuovo per chi segue il cinema italiano: ha firmato la fotografia di Suburra, Gomorra – La serie, Dogman e A Chiara. E anche qui si riconosce il suo tocco: c’è sempre quell’attenzione particolare al rapporto tra persone e ambienti, tra spazio e racconto. In un’intervista, Mainetti racconta che questa è la prima volta che lavora con Carnera, e che per lui è stata una collaborazione importante. Ne ha apprezzato lo sguardo, anche perché molto diverso da quello di Michele D’Attanasio, il direttore della fotografia con cui aveva girato i suoi film precedenti. Se dunque ci si stesse chiedendo chi ha dato corpo visivo a La città proibita, la risposta è netta: Paolo Carnera. Alcune sequenze – come quella iniziale del combattimento nella cucina, tra fornelli e olio bollente – sono coreografie visive da togliere il fiato.
Kung fu e cucina, padelle che diventano armi. Geniale. Mainetti ha uno stile di regia che apprezzo molto: non si limita a dirigere, scolpisce i personaggi, li fa vivere in ogni gesto. La Sabrina Ferilli che troviamo qui è perfetta: intensa, autentica, madre ferita ma ancora presente. Marco Giallini, in una delle sue maschere più riuscite, è il volto ruvido e verace della romanità più autentica. Ma è con i due protagonisti che Mainetti compie davvero qualcosa di nuovo: Yaxi Liu, attrice e artista marziale, è un’eroina vera. Il suo personaggio – Xiao Mei – ha la grazia e la forza di una figura mitologica. Al suo fianco, Enrico Borello, nel ruolo del giovane cuoco romano, offre una performance misurata e credibile. Lui rappresenta la semplicità, la vita quotidiana. Lei, il trauma e il riscatto. Insieme, sono una coppia cinematografica perfettamente dissonante.
Il film ha anche una densità culturale interessante: Mainetti non si limita a fare un film d’azione, ma cita, omaggia, stratifica. Si avverte un richiamo visivo alla Giuditta di Artemisia Gentileschi, ma anche una rilettura alla rovescia di Vacanze Romane. C’è amore, sì. Ma c’è anche vendetta come atto di giustizia. Non vendetta cieca, non rabbia gratuita. Vendetta consapevole, necessaria per impedire che il potere, ancora una volta, distrugga ciò che è fragile e bello. Il film ribalta gli stereotipi. Qui è la donna che combatte, che salva, che protegge. L’uomo osserva, accompagna, cresce. Una scelta narrativa che oggi più che mai ha un senso.
E tutto questo è raccontato senza retorica, senza didascalie, solo con la forza delle immagini e delle azioni. In un panorama cinematografico italiano spesso malato di autocompiacimento o impastoiato da formule stanche, La città proibita arriva come una scarica elettrica, un’aria nuova, un tentativo vero di raccontare storie che parlano anche al pubblico, non solo alla critica. Io non amo i film d’azione, non amo i film di botte, eppure questo film mi ha appassionato. Mi ha convinto. Mi ha emozionato. E per me, questo è già molto più di quanto si possa chiedere oggi al nostro cinema.
Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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