Maggio 3, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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IL DIAVOLO NON VESTE PIÙ PRADA. OGGI È IL SISTEMA A INDOSSARE IL LOOK DEL POTERE

Vent’anni fa Il diavolo veste Prada raccontava un potere preciso: non il brand Prada in sé, ma ciò che quel look rappresentava. Quello stile era un codice: vestiva una figura colta, competente e spietata, dentro un sistema ancora umano, fatto di stilisti, riviste, direttrici e consacrazione editoriale. Oggi quel codice non veste più una persona, ma un sistema più freddo e invisibile, dove finanza, piattaforme, algoritmi e mercato decidono cosa merita di esistere prima ancora che diventi moda.

Vent’anni fa il potere indossava quei simboli. Ma quella formula non parlava soltanto di moda. Parlava di autorità decisionale.

“Prada”, in quel titolo, era un codice: equivaleva a un lusso freddo, mentale, controllato. Vestiva una figura capace di filtrare, selezionare e consacrare il gusto dentro un sistema duro, ma ancora umano, fatto di stilisti, riviste, direttrici, fotografi, redazioni e visione editoriale.

Il film del 2006, Il Diavolo veste Prada, diretto da David Frankel e sceneggiato da Aline Brosh McKenna, nasce dal romanzo pubblicato nel 2003 da Lauren Weisberger. Weisberger era stata assistente diretta di Anna Wintour, e da quell’esperienza prende forma un racconto che, pur romanzato, poggiava su una struttura reale.

Miranda Priestly era la sintesi perfetta di quel mondo: glaciale, competente, spietata, ma riconoscibile. Un potere verticale, quasi teatrale, che aveva un volto, una scrivania, una voce, una rivista.

Ma perché proprio Prada?

Non per semplice estetica e nemmeno per pubblicità. Prada, in quel contesto, funzionava come codice. Rappresentava un lusso freddo, mentale, controllato. Non seduzione immediata, ma sottrazione, distanza, selezione. Era il linguaggio perfetto di Miranda: un potere che non ha bisogno di piacere, ma di definire e selezionare.

Oggi quel codice non veste più una persona. Quel potere non è più concentrato in una direttrice, in una redazione o nella grande stampa patinata. È passato a un soggetto più freddo e invisibile: il sistema.

È diventato una struttura diffusa: più finanziaria, più algoritmica, più integrata. Non ha più bisogno di un volto unico, perché lavora attraverso fondi, maison, piattaforme, marketing, dati, strategie globali, partnership, eventi, inserzionisti e controllo dell’immaginario collettivo.

Il vecchio sistema della moda aveva ancora una crudeltà romantica. Lo stilista metteva nome, mano, visione. C’era una firma, un rischio, una responsabilità estetica. Anche la direttrice della rivista potente aveva una centralità riconoscibile: filtrava, selezionava, consacrava. Oggi la creazione passa sempre più spesso da un altro tavolo: quello della proiezione finanziaria, del posizionamento, della compatibilità commerciale. Lo stilista non compare più come centro del sistema, ma si intravede sotto altri nomi: designer, direttore creativo, interprete di una visione ormai sempre più condizionata. Anche la direttrice perde centralità: non scompare, ma viene assorbita dentro un ecosistema più grande, dove a decidere non è più una voce sola, ma una rete di interessi, dati, piattaforme e strategie. La moda non deve più soltanto inventare. Deve performare.

Ed è qui che Il Diavolo veste Prada 2 diventa interessante. Non tanto per quello che dice, ma per quello che lascia intravedere. Il film lavora su nostalgia e ritorno, mette in scena Runway in difficoltà, la crisi della carta, il rapporto con digitale, lusso e inserzionisti. Ma non arriva mai a dire apertamente dove si sia spostato davvero il potere.

Eppure si vede: mentre sembra raccontare il ritorno di Miranda, racconta la fine del mondo che Miranda rappresentava, quello della selezione, del filtro, della gerarchia editoriale, della rivista come tempio e della direttrice come sacerdotessa del gusto.

Quel mondo era feroce, ma aveva una grammatica. Quello di oggi è più morbido, più seducente, più democratico in apparenza. Ma anche più opaco. Non comanda più attraverso una voce sola. Comanda attraverso l’ecosistema.

La pubblicità non entra più nel racconto: lo abita.
Il brand non sponsorizza più l’immaginario: lo costruisce.
Il marketing non interrompe più la cultura: la indossa.

Si può anche sorridere, con una certa amarezza, davanti a un cinema che finge malinconia mentre organizza perfettamente la propria vetrina. Piange la fine della carta e delle redazioni, e intanto trasforma ogni superficie in esposizione, ogni luogo in fondale, ogni nostalgia in valore.

Ma il punto non è accusare il film. Sarebbe troppo facile. Il punto è capire che oggi tutto vende qualcosa, anche quando sembra soltanto raccontare.

In questo scenario Miranda cambia segno. Non è più il mostro da cui fuggire. Diventa quasi l’ultimo residuo di un ordine precedente: duro, glaciale, anche crudele, ma ancora capace di scegliere. E in un tempo in cui tutto viene distribuito, ottimizzato, monetizzato, la scelta diventa quasi un gesto aristocratico.

Andy Sachs che torna nell’orbita di Runway non racconta solo un ritorno. Racconta qualcosa di più vicino: la scoperta che fuori dal sistema, forse, non esiste più davvero un fuori.

Si torna dove si era giurato di non tornare.
Si accettano linguaggi che si erano criticati.
Si chiama maturità quello che spesso è adattamento.

E forse è qui il punto più contemporaneo: non il ritorno del Diavolo, ma la difficoltà di riconoscere dove oggi abiti davvero. Vent’anni fa quel potere aveva un volto, un cappotto, una scrivania, una rivista, una voce. Oggi è più difficile da vedere. Sta nei consigli di amministrazione, nei fondi di investimento, negli uffici finanziari delle maison, nelle strategie, negli algoritmi, nelle piattaforme, nelle partnership, nei calendari globali.

Il Diavolo non veste più Prada. Oggi è il sistema a indossare il look del potere. E forse è proprio per questo che fa meno rumore, ma governa molto di più.

Alessandro Sicuro

Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication



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