Maggio 9, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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IL PROGRESSO È VANTAGGIOSO SOLO SE CI MIGLIORA: QUANDO SUPERA LA COMPRENSIONE UMANA CI RALLENTA

 

ECCO LE TEORIE DEI TRE PREMI NOBEL

 

Siamo abituati a pensare che più tecnologia significhi più progresso. È un’idea che ci accompagna da oltre un secolo, eppure quest’anno il Premio Nobel per l’Economia ci costringe a guardarla da un’angolazione diversa.
Il riconoscimento è andato a Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt, tre economisti che hanno provato a misurare l’imponderabile: quanta innovazione può sopportare un’economia prima che il suo stesso slancio diventi un freno.

Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt

Secondo il loro modello, se un Paese investe troppo poco in tecnologia, ristagna. Se invece corre troppo, rischia di inciampare. Le imprese smettono di comprare, attendono il “prossimo modello”, rimandano investimenti e scelte. L’economia, anziché accelerare, si raffredda. Non è un controsenso, è fisiologia: anche il progresso ha un ritmo, e non sempre coincide con la velocità.

Il paradosso della crescita

Aghion e Howitt hanno aggiornato e formalizzato la visione di Joseph Schumpeter, padre della cosiddetta distruzione creatrice. Il capitalismo, diceva, vive solo se muore continuamente a sé stesso.
Inutile continuare a finanziare le carrozze quando arrivano le automobili. È l’evoluzione stessa a pretendere la distruzione dell’obsoleto, perché ciò che è morto occupa spazio e risorse che servono al nuovo.
Il loro contributo è stato quello di portare questo principio dentro l’aritmetica dell’economia: tradurre la distruzione creatrice in equazioni, calcolare il punto esatto in cui innovare conviene e oltre il quale conviene fermarsi un momento per respirare.

Mokyr e la dimensione culturale

Joel Mokyr, che condivide il premio, aggiunge un tassello spesso trascurato: il progresso non nasce dal silicio o dalle fabbriche, ma dalle idee. È la cultura a creare il terreno su cui attecchiscono le rivoluzioni tecnologiche.
Un Paese che teme il cambiamento, che considera la conoscenza un lusso o che difende l’obsoleto in nome della tradizione, è destinato a restare indietro anche con le migliori infrastrutture. Le idee devono poter circolare, contaminarsi, sfidarsi. Il motore della crescita non è solo economico: è mentale.

Il doppio ruolo dello Stato

In questa architettura del progresso, lo Stato non è un osservatore, ma un equilibrista.
Da una parte deve spingere l’innovazione: investimenti pubblici, ricerca, formazione, digitalizzazione, transizione verde.
Dall’altra deve accompagnare chi rischia di essere travolto: lavoratori, imprese, territori.
Perché un’innovazione che lascia indietro troppe persone diventa presto un costo sociale, un’inerzia da mantenere a spese della collettività.
Il compito è duplice e sottile: favorire la competizione senza creare esclusione, aprire il futuro senza abbandonare chi abita ancora il presente.

La lezione nascosta del Nobel

C’è qualcosa di profondamente umano in questo Nobel. Non celebra la corsa cieca alla novità, ma l’armonia del cambiamento.
L’innovazione, per funzionare, deve essere assimilata, capita, metabolizzata.
La crescita non è una linea retta ma un respiro: contrazione ed espansione, distruzione e rinascita, lentezza e scatto.
Forse il progresso non è la velocità, ma la capacità di tenere il tempo — come un’orchestra che non suona più forte, ma più insieme.

E allora il messaggio è chiaro: il futuro non appartiene a chi corre di più, ma a chi sa danzare nel ritmo del proprio tempo.

 

 

 

 

 

Alessandro Sicuro

Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication


 


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