GUCCI VIA MECENATE MILANO

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IL COMPLESSO GUCCI DI VIA MECENATE

Ieri era un luogo di lavoro emblematico della modernità e della crescita industriale del Paese, legato al nome dell’ingegnere Gianni Caproni, uno dei pionieri dell’aviazione mondiale. Oggi è diventato altro, ma non ha perso nel dna la vocazione originaria e lo sguardo proiettato in avanti.

Varcato il cancello di via Mecenate 79, periferia verde a est di Milano, in prossimità dell’aeroporto di Linate, e imboccata la strada pedonale interna foriera del racconto, il messaggio si percepisce forte e chiaro: siamo in Gucci, nella nuova Gucci dove, dallo scorso settembre, dopo tre anni di cantiere, l’area (35 mila metri quadrati) che fu della fabbrica Caproni agli inizi del Novecento e dismessa da oltre mezzo secolo, mostra tutte le potenzialità.

Una dimensione di grande fascino in grado di dialogare con la storia senza screpolature e di rappresentare tout court una diversa identità contemporanea: showroom, spazio-sfilate, uffici direzionali, attività di marketing e comunicazione, tutto riunito e correlato.

In un unico luogo, dove gli ambienti sono aperti e comunicanti, perché si restituisca in modo fluido qualità di vita nello spazio del lavoro, dinamicità e circolarità di idee per circa 400 persone, secondo il concetto di learning organization di un campus.

E dove ogni zona è differente dall’altra, personalizzata e sartoriale ad altissimi livelli nei contenuti, perché arredi e decorazioni sono pezzi unici (nel modello di riferimento), scovati con perizia e passione da antiquario: poltrone da teatro, vecchi piani di lavoro da bar inglese, tavolini e tavoli in marmo, sedute di preziosa ebanisteria e pelle con profili borchiati, paraventi vintage e boiserie capitonné di velluto rosso, porcellane bianche, carte da parati, tappeti e molto altro ancora, che assumono una precisa allure al cospetto del pavimento in cemento, dote elettiva del luogo.

Si evidenzia così il valore del saper fare italiano di scuola artigianale e manifatturiera, in grado di restituire altri stimoli e sorprese. Merito della visione del direttore creativo Gucci, Alessandro Michele, al quale si deve il concept di questa metamorfosi e la regia estetica fino al più piccolo dettaglio. Perché nella cittadella colori e atmosfere dirompenti sostengono e condividono le nuove sfide del brand, trasfigurando in un palcoscenico avvolgente di rimandi, ogni volta diversi, la realtà.

Intervista a  Marco Bizzarri, presidente e ceo di Gucci
Storia e contemporaneità, passato e futuro. Quale significato assume questa realizzazione nel nuovo corso della maison Gucci, anche in rapporto alle sedi già esistenti del marchio?
“I significati sono molteplici, e tutti molto ben collegati. Il nuovo Gucci Hub viene simbolicamente inaugurato dopo 21 mesi durante i quali il marchio e l’azienda sono stati profondamente reinventati. Come se lo spostamento fisico degli uffici di Milano chiudesse il cerchio di quanto fatto in quasi due anni, anche se in realtà siamo solo all’inizio.
Abbiamo cambiato pelle, in modo profondo e con molto entusiasmo. Tutto è partito grazie alla dirompente visione del direttore creativo Alessandro Michele, alla sua estetica nuova e originale, che prima ha spaccato in due il mondo della moda, e oggi ha fatto di Gucci il marchio più caldo del momento. Il cambiamento si è espresso in questi mesi in modo coerente in tutti i punti di contatto con i consumatori: prima il nuovo store concept (a partire dal negozio Gucci di via Montenapoleone a Milano), poi il nuovo sito, il nuovo packaging, le nuove vetrine.
E oggi la nuova sede di Milano. Anche in questo caso, abbiamo dimostrato di avere coraggio e di voler rischiare per fare le cose in modo diverso. In questo settore, se non cambi, se non innovi, sei destinato a essere un follower. Il nuovo Gucci Hub ospita gli uffici direzionali e gli uffici centrali di funzioni istituzionali e strategiche quali, tra le altre, merchandising, marketing e comunicazione, rappresentando quindi il centro di eccellenza delle funzioni corporate di Gucci.
Così come Firenze, sede storica e cuore pulsante del marchio, con oltre 1.300 dipendenti, è il centro di eccellenza per la manifattura e l’artigianalità; e Roma, sede dell’Ufficio Stile, è il centro di eccellenza per la creatività. In questi mesi abbiamo lavorato tantissimo sul concetto di learning organization, ovvero una cultura aziendale diffusa dove ognuno è incoraggiato a prendere rischi, a fare le cose in modo diverso, dove gli errori sono ammessi perché soltanto in questo modo si generano innovazione e cambiamento.
Ecco, il Gucci Hub di Milano vuole essere l’espressione concreta di questa cultura che sta pervadendo tutta l’azienda, e che deve essere alla base del successo di Gucci”.

Via Mecenate 79, Milano, indirizzo dell’ex fabbrica Caproni: un luogo dall’identità storico-architettonica molto connotata; un medesimo filo conduttore ieri e oggi: in questo luogo si continuano a produrre idee e intelligenza, con ricerca, sperimentazione e creatività. Quanto la scelta di rivitalizzare un esemplare caso di archeologia industriale, in un contesto defilato ma logisticamente interessante della città (punto di arrivo, partenza, transiti), si è rivelata premiante nella definizione di un ambiente di lavoro contemporaneo di altissima qualità funzionale, organizzativa, estetica e di rappresentanza?
“Moltissimo. L’area offre degli spazi enormi; entrando qui dentro ci si rende davvero conto di far parte di un progetto ambizioso, moderno, innovativo. Le altezze, gli spazi, i colori e la luce, insieme all’arredamento interno, che è la massima espressione dello stile di Alessandro Michele, creano qualcosa di straordinario.
Vogliamo rendere questa struttura un vero e proprio campus: con la volontà di sfruttare al massimo gli spazi. L’idea, nel tempo, è quella di farlo diventare anche un polo di scambio culturale. Una volta ultimati tutti i lavori, inoltre, la sede ospiterà una piazza alberata, giardini diffusi, patii e pareti verdi. I giardini e tutti questi spazi offrono la possibilità di vivere momenti non legati unicamente alla vita d’ufficio, mettendo al centro la qualità del vivere lo spazio di lavoro.
Inoltre, la struttura stessa è stata progettata per creare armonia e continuità tra spazi interni e spazi esterni: tutti gli uffici e le funzioni trovano infatti collocazione lungo la strada centrale che funge da collegamento, fino ad approdare alla piazza coperta, al centro dell’intero complesso”.

Si può considerare un progetto in divenire, oggetto di trasformazioni ed evoluzioni, già in nuce?
“Ci sono già molte idee, alcune delle quali devono essere ancora sviluppate. Sicuramente, a febbraio 2017, i nuovi spazi del Gucci Hub ospiteranno il primo combined fashion show di Gucci, all’interno dello spazio riqualificato di quello che era l’hangar della fabbrica Caproni.
Tutti gli spazi del Gucci Hub sono pensati per lavorare insieme, vogliono dare una concreta espressione allo spirito di collaborazione e interazione all’interno della nostra organizzazione. Non ultimo, per la prima volta, a Milano tutte le persone di Gucci lavoreranno nello stesso spazio, cosa che non era mai successa”.

Il progetto architettonico
Il recupero del complesso ex Caproni, ripulito da stratificazioni posticce e consolidato strutturalmente, è stata curata dallo studio milanese Piuarch (Francesco Fresa, Germán Fuenmayor, Gino Garbellini, Monica Tricario, partners dal 1996) in collaborazione con il team tecnico di Gucci.

“Il layout distributivo è frutto del confronto tra le esigenze di massima efficienza funzionale, organizzativa e di rappresentanza di Gucci e il nostro lavoro di interpretazione di questo specifico contesto urbano diventato oggetto sia di restauro filologico che di reinvenzione compositiva ritagliata apposta sulle loro attività”, commenta Gino Garbellini.

In un paesaggio connotato da due file di capannoni industriali a shed del 1915 vis-à-vis lungo la strada di riferimento interna, prima carrabile (perché collegata al vicino aerodromo di Taliedo, dove biplani e triplani Caproni decollavano per prove e collaudi) e ora diventata l’asse pedonale del percorso, l’intervento ha scelto in primis il linguaggio del recupero.

A partire da quello delle facciate in mattoni rossi faccia a vista punteggiate da decorativi inserti lapidei dei capannoni storici, nuovi soltanto nei serramenti e nelle linee di gronda esterne. Sono stati tutti riconfigurati come showroom: grandi e unitari open space, scanditi da campate regolari, sottili profili metallici, e inondati di luce che si effonde dalle ampie vetrate trasparenti, ma anche zenitale dai lucernari che intercalano la geografia delle tegole di copertura.

Il loro sviluppo si estende fino alla grande piazza open air ma coperta, sul fondo, com’era in origine, dove nell’imponente hangar (le dimensioni di un campo da calcio) venivano assemblati gli aerei. Anch’esso recuperato, è stato deputato a spazio delle sfilate Gucci: un Grand Palais flessibile abbracciato da un sipario continuo a tutta altezza in tessuto personalizzabile con decori ad hoc.

La piazza resta il cardine di collegamento di tutti gli edifici, il cuore simbolico dell’ideale campus-città: luogo di incontro e socializzazione intorno cui, con passo costante di rapporti e proporzioni, ruota ogni attività. Su di essa si aprono infatti sulla sinistra l’articolata vetrata che delimita lo spazio catering, al centro l’ingresso dello spazio sfilate, mentre sulla destra prospettano i pannelli ruotanti a tutta altezza che rendono flessibili chiusure e aperture dello spazio eventi e, defilata, la nuova torre degli uffici.

La nuova torre fa capolino in un angolo e determina con il suo innesto, che colma il vuoto lasciato da due edifici crollati, la rottura della simmetria dell’impianto. Diventa un nuovo polo gravitazionale di segno essenziale, ma animato da suggestivi effetti di luce durante le ore serali quando assume la figura di una lanterna.

Facciate vetrate sui quattro lati, scandite da una trama di brise soleil neri e di metallo leggermente sfalsati in sezione, per sette piani di altezza, una pianta-tipo rettangolare con il nucleo dei servizi al centro e gli uffici organizzati a corolla tutto intorno: nella sua immagine secca e moderna questo volume produce un buon contrasto con le pareti di mattoni rossi degli edifici storici confinanti.

Ciò alimenta un gioco di pieni e di vuoti che trova nel progetto del verde il medium in grado di restituire una transizione fluida tra spazi aperti comuni o residuali, esterni e interni, vecchio e nuovo. Il bosco di tigli lungo la dorsale di via Mecenate, la sequenza di giardini diffusi, le pareti e le coperture green della torre partecipano come tessuto connettivo al lavoro di cesello perseguito da Piuarch per conservare l’imprinting omogeneo delle parti.

Basti considerare che il piano interrato, 15 mila metri quadrati dedicati ai parcheggi (per 300 auto) e a zona archivi–deposito, è stato costruito dopo aver sollevato, smontato e ricostruito i corpi di fabbrica senza alcuna demolizione (demoliti sono stati soltanto gli edifici anni ’60 e ’70 considerati privi di corrispondenza architettonica con gli originari).

Last but not least: il certificato di qualità Leed Gold guadagnato dal complesso, che assurge a esempio paradigmatico di riferimento su ampio spettro. Soprattutto quando regola gli scambi di temperatura caldo/freddo utilizzando acqua di falda e togliendo le macchine degli impianti di condizionamento dai tetti. Rumori inclusi.

Alessandro Sicuro

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