BRAND FINANCE NELLA CLASSIFICA DEI BIG GUCCI TRA I PRIMI 4

GUCCI SVETTA ANCHE SU BRAND FINANCE

Brand Finance: Gucci in corsa sia nella classifica italiana, sia nella Apparel 50 internazionale

Nella classifica italiana sui marchi di maggior valore stilata da Brand Finance spiccano quelli della moda, da Gucci a Valentino. La griffe della doppia G è quarta nella top ten generale, in cui figurano anche PradaArmani e Ray-Ban. A livello internazionale, la società di consulenza ha stilato la Apparel 50 2018Nike cala in valore ma mantiene il gradino più alto del podio. Gucci, primo nome italiano, è nono. Se a guidare la chart relativa al nostro Paese sono EniTim ed Enel, già al quarto posto troviamo una griffe, Gucci, «il cui lieve arretramento – sottolinea Massimo Pizzo, managing director Italia di Brand Finance – non dipende da un peggioramento delle performance, ma dalla travolgente crescita di Tim».
«Il valore del marchio Gucci – precisa – è salito moltissimo, confermando la sua leadership nel settore luxury, che domina la classifica italiana sia in valore, sia in quantità dei brand». La valorizzazione di Gucci equivale infatti a circa 8,6 miliardi di dollari, contro i circa 6,9 miliardi del 2017. Quinta Ferrari, non una realtà del settore nel senso stretto del termine, ma in ogni caso emblema del made in Italy nel mondo. In sesta, settima e ottava posizione troviamo GeneraliIntesa Sanpaolo e Poste Italiane, ma i numeri nove e dieci sono appannaggio rispettivamente di Prada – stabile sul 2017, con un brand value di 3,8 miliardi di dollari, dai precedenti 3,7 miliardi – e Armani, che passa da 3,4 a 3,5 miliardi. 11esima Ray-Ban. Bulgari è 15esimo, 17esimo Moncler – che fa un salto da 1,4 a oltre 2 miliardi di dollari di brand value -, 18esimo Ferragamo – da 1,4 a 1,9 miliardi -,  21esima Bottega Veneta e 22esimo Valentino, che nel 2017 si fermava a 851 milioni di dollari e ora totalizza 1,8 miliardi. 33esimo Versace, con una contrazione da 1,2 a 1,05 miliardi di dollari. 36esimo Dolce&Gabbana – da 880 a 937 milioni -, 41esimo Oakley, 46esimo Miu Miu (stabile) e 47esimo Tod’s, new entry nella top 50. «Il valore medio dei brand asset delle prime 50 marche italiane – puntualizza Pizzo – è cresciuto il 35% in più di quello dei primi 500 brand globali. Grazie ai risultati di quest’anno, gli italiani stanno tornando ai valori di qualche anno fa». Tra le imprese presenti nella classifica italiana «mediamente il brand asset pesa il 18% dell’Enterprise Value, con punte di oltre il 50% nel lusso».

«Le marche che si trovano nella parte alta della classifica – spiega il manager – si sono rafforzate più delle altre, aumentando così il gap tra leader e follower». Il vero problema si annida tra coloro che non sono entrati nella chart: «Abbiamo rilevato che i marchi virtualmente posizionati tra il 51esimo e il 150esimo posto sono nettamente meno influenti dei concorrenti diretti. Infatti investono meno dei competitor internazionali in innovazione, risorse umane, marketing e distribuzione». «Inoltre, nonostante i segnali positivi che provengono dai brand in classifica – conclude Pizzo – in generale i player italiani, sia B2C che B2B, sono ancora troppo poco attenti al branding, cioè alla messa a punto dei fattori emozionali che concorrono nelle scelte dei clienti e che, in molti casi, prevalgono sul prezzo e sulla qualità di prodotto e servizi». Pubblicata oggi, 23 marzo, anche la classifica internazionale Apparel 50 2018, guidata da Nike: una vittoria sofferta, visto che il valore del marchio di active-sportswear si riduce del 12%, totalizzando 28 miliardi di dollari. «Nike – si legge in una nota – ha attraversato un anno difficile, soprattutto sul mercato nordamericano, anche a causa di un calo di popolarità fra i teenager. Ora, tra l’altro, si trova a fronteggiare le conseguenze di comportamenti inappropriati fra executive e manager». Se il colosso americano non sarà in grado di gestire queste impasse, potrebbe pagarne le conseguenze. Al contrario, Adidas (in quarta posizione) mette a segno un +41% e viene valutato 14,3 miliardi di dollari. Il secondo posto spetta a H&M, con un brand value di 19 miliardi di dollari (-1%): il retailer svedese deve vedersela con competitor sempre più agguerriti, soprattutto online ma non solo. Zara, terzo con un valore di 17,5 miliardi di dollari (+21%), mostra infatti un’ottima salute e potrebbe dare del filo da torcere alla realtà svedese, che tra l’altro nei mesi scorsi è stata al centro delle critiche in varie occasioni, tra cui la pubblicazione dell’immagine del bambino di colore che indossava una felpa con la scritta “La scimmia più cool della giungla”. Da notare la forte componente lusso nella parte alta della Apparel 50, con Hermès quinto (forte di un brand value di 11,3 miliardi di dollari, contro i precedenti 8,3 miliardi), Louis Vuitton sesto (passa da 8,9 a 10,4 miliardi), Cartier settimo (da 6,7 a 9,8 miliardi) e Gucci nono, primo nome italiano. Prada è 18esimo, Armani 20esimo, Bulgari 30esimo, Moncler 35esimo, Ferragamo 38esimo, Bottega Veneta 39esimo, Valentino 41esimo.

 

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