KERING, L’ERA DE MEO
All’assemblea annuale di Kering, Luca de Meo, nuovo amministratore delegato del gruppo francese, ha lanciato il suo primo messaggio. Velocità, rigore e riduzione dei costi. Un’impostazione che sembra più un approccio difensivo, mirato a proteggere l’azienda in un momento complesso, che una strategia di rilancio vera e propria.
Ex numero uno di Renault, de Meo ha lasciato un segno come solido ristrutturatore: ha risanato i conti, semplificato processi, creato nuovi asset per rendere appetibile il mercato e ridato fiato a un gruppo in difficoltà. Ma qui sorge il nodo: se l’esperienza maturata nell’automotive ha dimostrato capacità di ristrutturare e rilanciare un settore industriale, non è detto che lo stesso metodo possa rivelarsi la panacea per un gruppo come Kering, che non produce veicoli in serie, ma custodisce marchi iconici di moda, spesso tra loro in controtendenza e in controstile. Il lusso non è solo organizzazione e numeri: è anche cultura, creatività e sensibilità ai codici estetici.
Il piano completo arriverà solo all’inizio del 2026. Nel frattempo François-Henri Pinault, che resterà presidente del CdA, ha salutato il passaggio di consegne ricordando il valore della separazione dei ruoli per garantire al nuovo CEO autonomia operativa.
Prosegue intanto la razionalizzazione del portafoglio immobiliare, con vendite già avviate a Parigi, Milano e New York: segnale che il gruppo punta a liberare risorse, più che ad accumulare nuovi asset.
Il linguaggio di de Meo è apparso asciutto, quasi contabile. Ricorda più un revisore che un visionario. E questo è il vero punto sollevato anche da molti osservatori internazionali: il metodo può rimettere a posto i conti, ma saprà rilanciare lo stile, l’identità dei brand e riportarli ai massimi livelli? Perché per questo non bastano manager esperti di numeri: servono figure capaci di accendere la fiamma creativa e di guidare i marchi nel mercato globale del desiderio.
Nel recente passato, i rilanci hanno portato firme coraggiose. Marco Bizzarri, prima di arrivare a Gucci, aveva guidato Stella McCartney e successivamente Bottega Veneta, costruendo una reputazione di manager vicino alla creatività e capace di valorizzarla. Fu proprio questa esperienza a renderlo il partner ideale per Alessandro Michele, con cui ridisegnò Gucci fino a trasformarla in fenomeno globale.
E ancora prima, negli anni Novanta, Gucci aveva già vissuto un’altra rinascita clamorosa: quella firmata da Domenico De Sole e Tom Ford. Dal 1994 al 2004, la coppia riportò il marchio dal baratro finanziario al successo planetario, con una crescita esponenziale che passò da circa 200 milioni di dollari di fatturato a oltre 3 miliardi in meno di dieci anni. Una scalata costruita su scelte radicali e coraggiose, che fecero scuola nel mondo del lusso.
Ora la sfida per de Meo sarà proprio questa: non limitarsi a difendere e contenere, ma dimostrare di saper accendere nuove scintille di desiderio attorno ai brand. Perché il lusso non si rilancia solo con i bilanci in ordine, ma con idee capaci di guidare il tempo e dettare nuove mode.
Disclaimer: questo articolo è un commento editoriale basato su dichiarazioni pubbliche e fonti disponibili al momento della stesura. Non costituisce consulenza finanziaria né sollecitazione al risparmio o all’investimento.
Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
Scopri di più da ALESSANDRO SICURO COMUNICATION
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Altre storie
LA PINEALE È L’ANTENNA CON CUI LA COSCIENZA SI COLLEGA AL CAMPO SOTTILE
QUANDO IL BUSINESS DEL LUSSO SCAMBIA L’ECCESSO PER ARTE
IL DIAVOLO NON VESTE PIÙ PRADA. OGGI È IL SISTEMA A INDOSSARE IL LOOK DEL POTERE