Maggio 5, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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CHANEL – BLAZY PORTA LA MAISON NELLA METRO PIÙ VIVA DEL MONDO

Chanel non sceglie mai un luogo per caso, e Matthieu Blazy lo dimostra con una disinvoltura quasi provocatoria: per la Métiers d’art 2026 prende New York e la porta esattamente dove pulsa la sua identità più cruda, in una stazione metropolitana abbandonata, uno di quei non-luoghi che vivono più storie di quante qualunque passerella potrà mai contenere. La città non fa da sfondo: entra negli abiti, nelle silhouette, nel ritmo del passo, come se la maison avesse deciso di misurarsi con la velocità stessa del mondo contemporaneo.

È curioso notare come Chanel, marchio che per definizione rilegge l’eleganza attraverso la sottrazione, trovi da sempre in New York una specie di controcampo naturale. Gabrielle ci arrivò nel 1931, intuì immediatamente la dimensione industriale dell’immagine, riconobbe nei suoi emulatori non un affronto, ma un’anticipazione del futuro: la copia come veicolo di potere, non come sottrazione. Lagerfeld, nel 2018, aveva lasciato un sigillo al Met che sembrava chiudere un cerchio. Blazy, invece, non chiude niente: apre un varco.

In quella stazione sospesa tra passato e continuità, le file ordinate delle sedute di legno ospitavano Teyana Taylor, Jessie Buckley, A$AP Rocky, Margaret Qualley, Tilda Swinton, Ayo Edebiri. Un cast quasi surreale per l’ambiente, come se la metropolitana — l’arteria più democratica della città — avesse improvvisamente deciso di assorbire un lampo di haute couture senza snaturarsi.

La collezione si muove su questa tensione: archivio e strada, memoria e gesto quotidiano. L’iconico “I ❤️ New York” in paillettes è una carezza ironica alla città e una frecciata alla nostalgia dei graffiti di Lagerfeld del 2014. Le stampe animali, tra cui una giraffa psichedelica che sembra uscita da un sogno urbano di mezzanotte, dialogano con il ritorno massiccio delle pellicce leopardate reinterpretate. E poi l’androgino gessato di Alex Consani, che cammina come una creatura nata nel punto esatto in cui Chanel incontra Manhattan: eleganza e insolenza, una coppia che funziona sempre.

Blazy osserva le persone, cattura quei gesti che normalmente non guardiamo: il cappotto appoggiato sulla borsa, il maglione legato in vita, il raincoat trasparente che sembra un omaggio involontario agli stivali iconici di Lagerfeld. Non copia la strada: la traduce nella lingua di Chanel. E la cosa sorprendente è che tutto — dalle piume al denim, dalle paillettes all’outerwear — sembra appartenere a quel binario, come se fosse sempre stato lì, in attesa che qualcuno lo notasse.

Il risultato è un esercizio di modernità che non chiede permessi, perché non ne ha bisogno. La piattaforma metropolitana non diventa una passerella; è la passerella che decide di confrontarsi con un luogo reale, vivo, nel quale la moda non recita ma reagisce. Chanel non evoca New York: la attraversa.

E mentre la città scorre sotto i neon, una verità diventa evidente: non è Chanel a scendere nella metro. È New York che, per un attimo, sale al livello della maison.

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Alessandro Sicuro

Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication



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