BALENCIAGA SS 26
Avevo previsto tutto. Quando lo scorso maggio scrivevo: “GLI DÈI DELLA MODA CAMBIANO TEMPIO, I SEGUACI PERDERANNO LA FEDE E GLI ALTRI SI DISORIENTERANNO” (link all’articolo originale), era chiaro che quella mossa avrebbe generato un terremoto. E ora, puntualmente, è accaduto. Pierpaolo Piccioli ha debuttato da Balenciaga e il mondo della moda, ancora una volta, si è diviso. Non è una cattiva idea, ma è una transizione che richiede tempo, equilibrio e sensibilità.
Non si può più parlare di collezioni nel senso tradizionale del termine: oggi ogni maison è un linguaggio, un sistema identitario che genera adesione o distacco. Chi sceglierà Balenciaga d’ora in avanti non lo farà per continuità, ma per condivisione di visione. È la Balenciaga di Piccioli, non la Balenciaga di ieri. Lo stesso designer ha parlato di “un punto d’incontro fra me e chi mi ha preceduto”, ma è un incontro solo apparente. Piccioli può essere un interprete raffinato, uno degli ultimi in grado di restituire spiritualità alla forma, ma inserirlo così repentinamente in un contesto che per dieci anni ha parlato una lingua opposta rischia di produrre smarrimento. Forse sarebbe stato perfetto dieci anni fa, prima che Demna Gvasalia imponesse il suo codice urbano e ironico, trasformando Balenciaga in un marchio simbolo di una cultura visiva radicale. Dopo l’eccesso, arriva la grazia. Ma la grazia, per farsi comprendere, ha bisogno di silenzio, e la moda non è mai silenziosa.
Dieci anni di Gvasalia avevano trasformato la maison in un laboratorio di provocazioni e distorsioni urbane, ma anche di invenzioni audaci: le big sneaker sovradimensionate, le deformazioni studiate, le silhouette costruite come sculture di strada. Tutto questo ha ridefinito la percezione di ciò che poteva essere considerato “lusso”. Piccioli, invece, ha riportato luce, delicatezza e respiro. Un ritorno all’anima, direbbe qualcuno, ma anche un cambio netto di rotta. Chi amava l’estetica traumatica, la tensione postmoderna e il sarcasmo di Demna oggi si sente orfano. Balenciaga, per anni sinonimo di cemento e street apocalypse, ora parla il linguaggio della poesia e della leggerezza.
E proprio la leggerezza è il centro della sua visione. “Il terzo elemento tra corpo e tessuto è l’aria”, ha spiegato Piccioli, e in quella definizione si concentra la sua idea di modernità. Gli abiti sembrano respirare da soli, sospesi tra architettura e vuoto, costruiti su quel principio di libertà che già Cristóbal Balenciaga aveva opposto al “New Look” di Dior. Il colore, come sempre nel suo lavoro, è misura e sentimento: non esplosione ma armonia, non contrasto ma respiro. La palette cromatica è trattenuta, calibrata, con toni neutri interrotti da bagliori improvvisi di porpora, oro antico e verde brillante. Vogue l’ha definita “una rivoluzione dell’umanità”, e in effetti la collezione sembra più un atto di riconciliazione che un esercizio di stile. Piccioli ha ripreso il leggendario gazar del 1958, lo ha reinventato in doppio strato di garza e organza, rendendolo un metodo creativo: dare corpo all’aria, trasformare la leggerezza in linguaggio.
Eppure, sotto la superficie di questa bellezza silenziosa, si percepisce ancora la tensione del cambiamento. Balenciaga è sempre stata una parola pesante, fatta di volumi, di taglio, di concetto. Ora diventa un sussurro. È un passaggio poetico ma pericoloso: la nuova Balenciaga parla a un pubblico più maturo, colto e contemplativo, mentre la generazione cresciuta nell’ironia di Demna dovrà cercarsi altrove. Il management ha scelto il reset totale — anche digitale — cancellando ogni traccia del passato. È una tabula rasa consapevole, un atto di fede nell’idea di rinascita.
Piccioli ha accettato una sfida titanica: riportare l’emozione dove per anni aveva regnato la provocazione, portare la grazia dentro la macchina dell’eccesso. È un gesto più culturale che estetico, più umano che strategico. Ma in fondo, come ha scritto lui stesso nella lettera agli ospiti, “niente è più rivoluzionario dell’umanità”.
Alla fine, la vera domanda non riguarda Piccioli, ma Balenciaga. Può una maison nata dalla purezza di Cristóbal — dal rigore delle forme, dall’artigianalità, dai ricami, dalla bellezza intesa come costruzione — ritrovare un’identità dopo un decennio di eccesso e provocazione? Forse Piccioli sta ancora cercando la sua rotta, e con lui il marchio intero. Per ora c’è un senso di transizione, di esperimento, di ricerca di equilibrio tra passato e presente. Ma se riuscirà a fondere la struttura classica di Balenciaga con la sua grazia personale, con la poesia dei suoi colori e dei suoi dettagli, allora sì: potrà nascere una nuova era. Una Balenciaga del 2025, capace di parlare di nuovo la lingua della bellezza, senza rinnegare la sua anima.
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Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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