Maggio 7, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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VALENTINO SS26: GUARDARE SENZA CINISMO, CREARE SENZA CALCOLO, DISARMARE GLI OCCHI E RIACCENDERE LO SGUARDO

 

C’è qualcosa di inafferrabile in Alessandro Michele. Le sue collezioni non si spiegano, si attraversano. Ogni uscita è un racconto che vive tra passato e invenzione, tra memoria e visione. Non eredita un marchio, lo riscrive. E lo fa con una narrazione che ha la stessa intensità di un romanzo: piena di segni, di ironia, di silenzi.

“È compito della moda illuminare ciò che ama nascondersi, portando in superficie timidi indizi di futuro”, scrive Michele nella lettera che accompagna la collezione. Per lui, profanare l’esistente non significa distruggere, ma liberare. Restituire alla moda la possibilità di pensare, non solo di piacere.

Il riferimento a Pasolini e alle sue “lucciole che facevano boschetti di fuoco” non è nostalgia ma resistenza: quelle luci non si sono spente, dice Michele, è lo sguardo che si è assuefatto al buio. “Occorre disarmare gli occhi e riaccendere lo sguardo.” È, come in Gurdjieff e Ouspensky — dico io — un invito a risvegliare la coscienza, a essere presenti in ciò che si guarda e in ciò che si crea.

La sfilata si apre con un’immagine che racchiude tutta la sua poetica: un capo indecifrabile, a metà tra abito e giacca, color carta da zucchero. Il tessuto, fitto di increspature, costruisce un volume morbido e insieme architettonico; un piccolo fiocco chiude il collo alto, quasi monastico. È un abito corto, o forse una camicia deformata, indossata come fosse una parte superiore di un completo. Sotto, un pantalone giallo intenso — a metà tra limone e zafferano — aderisce fino alla caviglia, terminando in una ghetta sottile che avvolge il piede. Il contrasto tra i due colori, freddo e caldo, statico e vitale, stabilisce immediatamente la tensione della collezione: disciplina e libertà, costruzione e desiderio.

Da lì, il racconto prende ritmo. Camicie in organza bianca con profili neri, gonne in pizzo, giacche doppiopetto portate con micro short ricamati. Abiti di rete beige, lunghi, quasi scultorei, e altri in paillettes argento che catturano la luce come acqua. Le camicie in seta color turchese, arancio e verde menta riportano in scena il colore come linguaggio emotivo. Le ruches, i fiocchi, le maniche a sbuffo, gli orli svasati arrivano chiaramente dall’archivio Valentino, ma Michele li rilegge con la sua grammatica personale: non citazione, ma reincarnazione.

I tessuti — seta, georgette, velluto, broccato leggero — si intrecciano con inserti metallici e punti luce. Gli accessori proseguono il dialogo: pendenti monumentali, catene dorate, occhiali con catenelle sottili, piccole borse portate come amuleti. Tutto è calibrato, niente è superfluo. La bellezza, qui, non esplode: vibra.

Nel backstage, Michele dice: “Sto passando in rassegna i colori e i pezzi nostalgici del passato. Dobbiamo fare cose più precise, più riflessive, meno pazze.” È una dichiarazione d’intenti: la voglia di pulizia dopo l’eccesso, la ricerca di senso dopo il rumore.

Ogni sua sfilata è un sipario che si apre su un mondo, ma non dimentica che quel mondo dovrà tornare a vivere nei negozi, nella vita vera, sulla pelle delle persone. È in questa tensione tra sogno e realtà che la moda di Michele trova la sua verità più profonda: emozionare prima di convincere.
E finché ci saranno occhi disposti a guardare senza cinismo, mani capaci di creare senza calcolo e anime pronte a disarmare lo sguardo, le luci delle lucciole continueranno a brillare.

 

 

 

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Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication



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