Ho iniziato a scrivere ponendomi delle domande, anziché attingere alla trama dai comunicati stampa su Parthenope. Ho preferito immaginare ciò che un film diretto dal regista de La grande bellezza avrebbe potuto evocare: un raro esempio di “poesia visiva” nel panorama cinematografico italiano, in cui si intrecciano luoghi comuni, una società decadente e la narrazione tipica di Sorrentino, fatta di un linguaggio evocativo e dirompente.
Ed è proprio da qui che parte Parthenope. A prima vista, una storia apparentemente semplice, forse addirittura prevedibile: una giovane donna che, attraverso il suo fascino irresistibile, si appropria del ruolo quasi mitologico di seduttrice. Un ruolo che, volente o nolente, la conduce lungo una scia di uomini incantati, vittime inconsapevoli della sua bellezza, trascinati in un vortice dove la razionalità cede il passo al desiderio. Ma ridurre il film a una semplice storia di seduzione sarebbe un errore.
Sorrentino ci ha abituati a scavare sotto la superficie delle sue trame. Ecco allora che Parthenope diventa un viaggio esistenziale, un’odissea emotiva che si dipana tra le atmosfere rarefatte di Napoli e le visioni luminose di Capri, in una danza tra passato e presente, mito e realtà. Il personaggio principale, Parthenope, che prende il nome dalla sirena della mitologia greca, diventa il simbolo della gioventù fugace, della bellezza effimera e dell’amore impossibile, riflettendo allo stesso tempo la fragile complessità dell’essere umano.
Sorrentino, con la sua consueta maestria, non racconta semplicemente la storia di una donna che fa perdere la testa agli uomini, ma indaga i volti molteplici dell’amore: quello che consola, quello che ferisce e quello che si rivela solo per un attimo, lasciando una traccia indelebile. È un racconto sul tempo, sulla libertà, sulla nostalgia per ciò che sfugge. Proprio come le giovinezze, che, tra le risate estive di Capri e i tramonti di Napoli, si consumano troppo in fretta, lasciando dietro di sé il vuoto della fine.
Nel cast, Sorrentino ha voluto volti noti e nuovi talenti: Celeste Dalla Porta, Silvio Orlando, Luisa Ranieri, e una presenza internazionale come Gary Oldman. Attori che, attraverso le loro interpretazioni, daranno vita a un coro di personaggi disillusi, malinconici, ma ancora pulsanti di vitalità. Come Napoli, sullo sfondo, che ride, canta, e poi improvvisamente ferisce, incanta e respinge, proprio come la sirena che ammalia con il suo canto.
Le musiche di Lele Marchitelli e la canzone originale “E si’ arrivata pure tu” di Valerio Piccolo accompagnano questo viaggio, donando profondità emotiva e rendendo ogni scena un quadro da contemplare, con la fotografia evocativa di Daria D’Antonio che incornicia il tutto. Le immagini, come spesso accade nei film di Sorrentino, parlano più delle parole.
Parthenope si preannuncia quindi non solo come un film, ma come un’esperienza sensoriale e spirituale, dove la bellezza e il mito si intrecciano con la realtà di una città – Napoli – che non smette mai di sorprendere e sedurre.
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