Giugno 5, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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Abbiamo visto l’ultima serie e la sensazione è chiara: non siamo davanti a una ricerca della verità, perché la verità processuale è già stata cercata, discussa e sancita vent’anni fa, dentro un tribunale vero, dopo quasi cinque mesi di processo e con l’assoluzione completa di Michael Jackson.

Non parlerei di nuovo processo, sarebbe eccessivo. Ma è evidente che certe narrazioni finiscono per riportare il sospetto sopra una vicenda che la giustizia ha già attraversato in modo completo, con testimonianze, prove, controesami, contraddizioni, accuse pesantissime e una giuria chiamata a decidere non sull’emozione, non sulla fama, non sul mito, ma sui fatti.

Michael Jackson non è stato assolto da una folla di fan, non è stato salvato dalla leggenda, non è stato protetto dal suo nome. È stato assolto nel 2005 da una giuria reale, dentro un’aula reale, al termine di un procedimento vero. E quella giuria non era composta da persone suggestionabili o ipnotizzate dal Re del Pop, ma da adulti, professionisti, persone preparate, abituate a ragionare, a valutare, a distinguere una suggestione da una prova. Hanno ascoltato tutto, hanno valutato tutto e alla fine hanno detto: non colpevole.

Questo dovrebbe avere un peso. Non perché Michael Jackson fosse intoccabile, perché nessuno lo è. Ma perché in una società civile un processo deve avere un valore, una giuria deve avere un peso e un’assoluzione non può essere trattata, anni dopo, come un dettaglio scomodo da rimettere in discussione attraverso un nuovo racconto televisivo.

Il punto non è trasformare Michael Jackson in un santo. Il punto è impedire che un uomo morto venga continuamente riportato dentro il tribunale dell’opinione pubblica senza poter rispondere, senza poter guardare negli occhi chi lo accusa, senza poter contestare il modo in cui la sua vita viene rimontata, reinterpretata e consegnata di nuovo al sospetto collettivo.

Michael Jackson ha avuto una vita esposta, fragile, estrema, spesso incomprensibile per chi guarda tutto da fuori. Ma è stato anche un uomo che ha dedicato energie enormi, tempo, denaro e presenza a cause umanitarie, ai bambini, ai più deboli, a chi viveva dentro ferite reali. E proprio sulla sua parte più sensibile, più vulnerabile, più legata all’infanzia negata e alla protezione dei piccoli, è stato costruito il sospetto più feroce.

E ricordiamoci anche un’altra cosa: quando un artista smette di essere soltanto intrattenimento e diventa coscienza pubblica, qualcosa comincia sempre a muoversi contro di lui. John Lennon non era solo una voce, era un simbolo contro la guerra, contro il potere cieco, contro l’idea che la musica dovesse restare innocua. Andatevi a cercare il testo di Imagine e capirete perché certe canzoni non sono semplici canzoni, ma dichiarazioni di visione. Michael Jackson, in un altro modo, con un altro linguaggio, con un’altra ferita addosso, ha portato nel pop mondiale un’idea ossessiva di pace, infanzia, cura, solidarietà, responsabilità verso i più deboli. E quando un artista arriva a parlare a milioni di persone non solo con il corpo, con la voce o con il talento, ma con un messaggio morale, allora smette di essere soltanto una star e diventa qualcosa di molto più scomodo.

È questa la cosa più amara: prendere la memoria di una persona che non può più parlare e riportarla continuamente dentro il fango, come se la sua assoluzione non fosse mai esistita, come se un tribunale non avesse già deciso, come se il dubbio valesse più di una sentenza.

Questo non è giustizia. È spettacolo. È mercato. È una macchina narrativa che si nutre della colpa anche quando la colpa non è stata provata.

E allora sì, giù le mani da Michael Jackson. Non perché fosse perfetto, non perché la fama renda innocenti, non perché il mito debba sostituirsi alla verità. Ma perché è stato processato, giudicato e assolto. Perché un uomo morto non può difendersi da una nuova stagione del sospetto. Perché la memoria non può essere trattata come materiale da montaggio.

La musica resta, il verdetto resta, e anche il rispetto per la verità dovrebbe restare.

 

 

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respect… Michael

 

 

Alessandro Sicuro

Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication



















 
 
 
 

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