Luglio 7, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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CONTROCORRENTE. IL BISOGNO DI IDENTITÀ NELLO STILE CONTEMPORANEO

Da tempo sto cercando di osservare più da vicino i segnali che stanno cambiando il rapporto tra il pubblico, la moda e il lusso. Mi interessa capire non solo da dove nasce questa trasformazione, ma anche verso quale direzione potrebbe andare: se il sistema continuerà a vivere di immagini sempre più rapide, oppure se tornerà ad avere bisogno di identità, riconoscibilità, mestiere e visione.

Non parlerei soltanto di allontanamento, né di semplice crisi dei consumi. Mi sembra piuttosto che una parte della moda abbia perso quella forza di sorpresa, desiderio e riconoscibilità che per anni l’ha resa centrale nell’immaginario collettivo. Molto è già stato visto, molto è già stato detto, e spesso il pubblico avverte una certa stanchezza davanti a linguaggi che si ripetono, a immagini che si assomigliano, a collezioni che faticano a lasciare un segno davvero nuovo.

Per questo oggi le persone sembrano più critiche verso i grandi brand di moda. Non cercano soltanto l’immagine come accadeva forse un tempo, ma vogliono capire se dietro un abito, una collezione o un marchio esista ancora un’identità capace di rappresentarle. Il tema, quindi, va guardato da più angolazioni: culturali, sociali, generazionali. Cambia il modo in cui il lusso viene percepito, cambiano le aspettative di chi non si accontenta più del marchio in sé, ma cerca qualcosa capace di corrispondere a un’idea più personale di sé.

Dentro questa ricerca mi interessa capire anche cosa pensano i giovani, cioè la generazione che eredita lo scenario costruito dal grande Novecento della moda, dalle maison storiche al prêt-à-porter, fino al lusso globalizzato degli ultimi decenni.

È da questa domanda che nasce la conversazione con Giulia Allegretto.

La sua prima constatazione è netta: oggi vede poca personalità. Non perché i giovani seguano ancora la moda nel senso tradizionale del termine, ma perché spesso si lasciano attraversare da tendenze visive nate sui social, dal personaggio più seguito del momento, dal creator che impone un dettaglio, da un’immagine che diventa virale e viene subito imitata. Non è più la moda come sistema a dettare il gusto, ma un flusso continuo di riferimenti rapidi, estetiche già pronte e segnali sociali che finiscono per orientare il modo in cui molti scelgono di apparire.

Prima, racconta, ognuno aveva un modo diverso di vestirsi: qualcuno più elegante, qualcuno più sportivo, qualcuno più libero. Oggi, invece, molte identità sembrano confondersi dentro riferimenti già confezionati, veloci, riconoscibili, ma non sempre personali.

Nelle sue parole non c’è soltanto una considerazione estetica. C’è una critica più profonda a un sistema che produce continuamente immagini, ma sempre meno identità. Per questo, secondo lei, oggi conta molto più l’identità personale del brand. Il marchio può avere forza, storia e riconoscibilità, ma senza una personalità capace di abitarlo resta superficie. È attraverso l’identità personale che una persona riesce davvero a esprimere qualcosa.

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In questi giorni Giulia mi ha inviato alcune immagini del lavoro che sta preparando in vista di Pitti Immagine Uomo 110. Sono scatti di lavorazione, dettagli di abiti, momenti di rifinitura. Non mostrano soltanto il risultato finale, ma il tempo, la cura e il gesto che precedono la presentazione di un capo. In un momento in cui la moda sembra spesso consumarsi nell’immagine finita, queste fotografie riportano l’attenzione su ciò che viene prima: il mestiere, la materia, la costruzione.

Giulia non appare come una semplice promessa creativa, ma come una giovane figura cresciuta dentro una realtà fatta di esperienza, manualità, ricerca estetica e visione personale. Accanto al padre Tito Allegretto, conosciuto per la sua sensibilità stilistica e per quella capacità quasi istintiva di trasformare dettagli semplici in qualcosa di riconoscibile, osserva, assorbe e costruisce lentamente il proprio linguaggio.

Quando parla del padre, il tono diventa più intimo. Non descrive soltanto un mestiere, ma una sensibilità. Osservando Tito Allegretto, dice di aver capito che non si smette mai di imparare. Lo vede toccare un tessuto, costruire un abbinamento, trasformare qualcosa che a prima vista potrebbe sembrare semplice in qualcosa di speciale.

È anche da lui che arriva una delle indicazioni più forti del suo percorso: fare le cose in modo diverso dagli altri, seguire il proprio istinto, il proprio cuore, ciò che piace davvero, senza adattarsi automaticamente a quello che fanno tutti. Perché solo così, le ha insegnato, si può costruire qualcosa di personale, qualcosa che non rientra nel coro, qualcosa che nasce davvero controcorrente.

Ed è proprio questa parola, controcorrente, a dare il senso più preciso di questa conversazione.

Anche la parola eleganza, nel suo sguardo, si allontana dall’ostentazione. Per lei, eleganza significa essere se stessi, comunicare qualcosa senza confondersi nella massa, rimanere coerenti con la propria personalità. A volte basta poco: un dettaglio, un gesto, un tocco in più. Non serve gridare. Serve essere riconoscibili.

È qui che emerge uno dei nodi più interessanti del suo percorso: il rapporto tra tecnica e istinto, tra mestiere e visione. C’è una sapienza che non si improvvisa, una capacità di leggere materiali, volumi e dettagli che appartiene a chi ha attraversato davvero il lavoro della moda, non solo la sua immagine.

In questo senso, la sua idea di moda si muove in direzione opposta rispetto alla velocità dominante. Non le interessa stupire a tutti i costi, né cercare l’effetto immediato o il rumore dello spettacolo. Le interessa creare qualcosa in cui le persone possano riconoscersi, qualcosa che porti dentro passione, attenzione e cura.

Anche il concetto di stile, per lei, non coincide con il semplice “fare moda”. Costruire uno stile significa avere personalità, identità e passione. Significa non fare quello che fanno gli altri, ma distinguersi attraverso un linguaggio proprio.

Non necessariamente perfetto. Non necessariamente rumoroso. Ma riconoscibile.

Quando immagina una moda capace di durare nel tempo, non parla di eccesso né di spettacolarità. La immagina essenziale, costruita bene, coerente, non legata soltanto alle mode del momento. Una moda fatta più di qualità che di quantità, con uno stile riconoscibile ma non rigido.

E quando deve riassumere la propria visione in tre parole, sceglie: essenziale, coerente, autentico.

Tre parole semplici, che oggi, in un sistema spesso dominato dalla velocità e dall’omologazione, sembrano quasi rivoluzionarie.

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Alessandro Sicuro

Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
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