Il titolo è tratto dalla versione originale del romanzo La mia vita nel bosco degli spiriti dello scrittore nigeriano Amos Tutuola, una raccolta di favole che ha per protagonista un bimbo africano, attratto ed allo stesso tempo terrorizzato dalle molteplici creature magiche che incontra nel bosco.
L’album rappresenta una tappa straordinaria nella carriera di Eno e Byrne, che
esplorano in modo assolutamente originale vari mondi legati al folk ed alla musica etnica, creando una connessione nuova tra questi e la neonata scena dell’ambient. Tale impegno si configura come una delle più autorevoli testimonianze che precorrono l’incombente world music. Già i due musicisti si erano avvicinati alle sonorità tribali, seppur meno radicalmente, negli album Fear of Music (1979) e Remain in Light (registrato in contemporanea con ‘My Life‘ nel 1980) dei Talking Heads.
L’ascolto di quest’opera è più difficile rispetto al solare Remain in Light, ma la fusione etno-culturale che compie, apre nuove prospettive e si pone alla base delle molteplici direzioni in cui la musica degli anni ottanta e novanta si sarebbe sviluppata.
Il lavoro di Eno e Byrne ha ricevuto anche delle critiche, secondo le quali questa rivoluzionaria opera di accostamento culturale sconfina spesso nella prevaricazione. In particolare, la sezione britannica del World Council of Islam comunicò di sentirsi offesa per l’uso profano di una cerimonia musulmana nella traccia Qu’ran. Gli artisti assicurarono che il brano non nascondeva alcuna volontà provocatoria, e lo rimossero dalle successive pubblicazioni.
Alessandro Sicuro
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