Museo dell’Immigrazione di Parigi

Il musée national de l’histoire de l’immigration

A partire dai sanguinosi attentati del novembre 2015, seguiti da numerosi altri episodi di terrorismo, la città di Parigi vive con apprensione la quotidianità. Pur non arrendendosi alla paura, i parigini e i turisti che visitano la città hanno modificato le loro abitudini circa la frequentazione di spazi affollati, compresa la fruizione dei musei. Il Louvre (-15%), il Musée d’Orsay (-13%), la Reggia di Versailles, hanno registrato nel 2016 un sensibile calo dei visitatori. Non così, però, il Musée National de l’histoire de l’immigration, che ha registrato un aumento di circa 200.000 visitatori. Indice di una reazione psicologica che cela la necessità di capire meglio chi sta “dall’altra parte”?

LA VOLONTÀ DI CAPIRE

Buona parte degli episodi di violenza, dal 2015, ha visto protagonisti in Francia i discendenti di immigrati dalle vecchie colonie del Nord Africa. Il colonialismo ha rappresentato il proverbiale “scheletro nell’armadio” del paese; un capitolo di storia che forse contiene alcune tracce per comprendere la realtà contemporanea. E probabilmente non è un caso che mentre altri musei perdevano visitatori, quello sull’immigrazione li aumentasse, come se i parigini, ma non solo, sentissero il dovere di riscoprire un passato che li riguarda da vicino, di capire i retroscena che hanno creato il moderno Nord Africa, con le sue luci e le sue ombre, e soprattutto capire i perché di quell’immigrazione verso la Francia. Il direttore del museo, Benjamin Stora (anch’egli discendente di immigrati, però italiani), ha chiaramente spiegato: “La gente è venuta per capire cosa fosse successo in questa storia, e questo ci ha aiutato a mantenere il livello medio di visitatori“. Osservare documenti e testimonianze dell’immigrazione nordafricana è un modo per capire, nei limiti del possibili, le radici di un disagio che, prima ancora che religioso, è di tipo sociale. Ovviamente, le persone di seconda o terza generazione nate in Francia, poco hanno a che fare, in maniera diretta, con le radici di quell’immigrazione, eppure ne rappresentano l’apice, in loro sono stratificati decenni di oppressione, cui si sono aggiunti i disagi di un’assimilazione che non ha funzionato troppo bene. Non che il Museo possa fornire risposte che richiedono interventi politici, eppure, il fatto che i parigini abbiano scelto di visitarlo dopo l’annus horribilis 2015, lascia supporre che sia sopravvenuta una sorta di “risveglio”, la presa di coscienza di una realtà che a lungo si è preferito ignorare o comunque lasciare nell’ombra. La conoscenza dell’altro è fondamentale per capirne la mentalità, e, in una certa misura, prevenirne le reazioni. Nel lungo periodo, sarà interessante osservare cosa potrà cambiare a Parigi nella percezione della cultura magrebina e islamica, e se nasceranno movimenti d’opinione capaci anche di condizionare, in un senso o nell’altro, le scelte della Repubblica.

UN MUSEO VIVO

Il 2017 segna i dieci anni dall’apertura, che all’epoca, sotto la presidenza Sarkozy, passò quasi inosservata. La sede, il Palais de la Porte Dorée, fu costruita al confine orientale della città in occasione dell’Esposizione Coloniale del 1931. La collezione permanente è costituita da un vastissimo apparato documentario, che comprende fotografie, cartoline, articoli di giornale, filmati, tutti dedicati all’immigrazione. Dall’Ottocento al Duemila, fino al reportage realizzato da Mathieu Perno nel 2009, che ha fotografato gli immigrati clandestini afghani che nel 2009 dormivano per le strade del X Arrondissement. Il museo è organizzato tematicamente, ad esempio la presenza degli immigrati nel movimento operaio francese, o l’ondata di arrivi dalla Spagna nei primi Anni Quaranta (a seguito dell’instaurazione della dittatura franchista), e ovviamente la storia dell’immigrazione dalle ex colonie francesi, Nord Africa compreso. A renderlo però un museo fatto di storie personali e non solo di documenti, è la vasta raccolta di oggetti appartenuti agli immigrati stessi, donati dai loro discendenti: abiti, oggetti da cucina, accessori vari, che raccontano un po’ della vita che ci si era lasciati alle spalle e quella che si cercava di ricostruire in Francia. Significativa anche la presenza di opere d’arte; fra le ultime acquisizioni, la scultura dell’artista camurunese Barthélémy Toguo, dal titolo Permesso di soggiorno, e costituita da quattro grandi timbri in legno approssimativamente vicini alla forma dei tamburi africani. Oltre alla collezione permanente, il museo ospita annualmente numerose mostre, e al momento (visitabile fino al 10 settembre), è in corso Ciao Italia! Un siècle d’immigration et de culture italiennes en France (1860-1960), ricostruito attraverso le tele di Giovanni Boldini, Angiolo Tommasi, Giuseppe de Nittis, Gino Severini, Renato Paresce, e altri pittori italiani, affiancati da fotografie, articoli di giornale e documenti vari. La mostra intende raccontare, senza nascondere i pregiudizi e gli episodi di xenofobia di cui furono vittime i nostri connazionali, l’importante contributo che nonostante tutto riuscirono a dare al Paese che li ospitava. Come ha ribadito il direttore Stora, “il museo ha un importante ruolo educativo da svolgere: preparare le generazioni a venire spiegando loro da dove proviamo”.

 

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