VILLA DEL BALBIANELLO

VILLA DEL BALBIANELLO

Quel ramo del lago di Como 

 

Affacciata sulla sponda occidentale del lago di Como, Villa del Balbianello sorge a Lenno (CO), sull’estrema punta del Dosso di Lavedo, un promontorio boscoso che si protende verso le acque lariane formando una piccola penisola.

Fu il Cardinale Angelo Maria Durini a edificare il complesso alla fine del XVIII secolo, sui resti di un convento francescano, di cui oggi resta la facciata dell’antica Chiesa. Alla morte del cardinale, la Villa passò al nipote Luigi Porro Lambertenghi, attivo patriota anti austriaco che volle niente meno che Silvio Pellico come precettore per i propri figli.

La villa culla del Risorgimento  
All’inizio dell’800 la Villa apparteneva al conte Luigi Porro Lambertenghi, attivo liberale che, insieme a Federico Confalonieri, finanziò il periodico “Il Conciliatore”, cui collaboravano noti intellettuali di sentimenti patriottici, come Giovanni Berchet e Ludovico di Breme.

Quest’ultimo fu spesso ospite a Balbianello, luogo di cui, secondo le parole di Silvio Pellico, sembrava essere “innamorato pazzamente anzi savissimamente”!

A sua volta, Pellico fu precettore dal 1816 dei figli di Porro Lambertenghi, che nelle Mie prigioni furono ricordati come “due giovinetti di belle speranze ch’io amava come figli miei (…). Dio sa, quante volte in carcere pensassi a loro!”.

Anche Balbianello è un luogo molto caro a Pellico, che così lo evocò in una lettera: “Benedetto Balbianino! Vi passerei volentieri la mia vita, tanto è romanzesco, poetico, magico questo soggiorno“.

Balbianello passò poi al marchese Giuseppe Arconati Visconti, a sua volta implicato nelle cospirazioni del 1821.

Per sfuggire alla condanna a morte, fuggì con la moglie, Costanza Trotti Bentivoglio, in esilio volontario a Parigi e poi in Belgio, a Gaasbeek.

Qui la coppia diede rifugio a numerosi esuli italiani, come Berchet, Confalonieri, Mamiani e altri. Rientrati in Italia, i coniugi si stabilirono in Piemonte, riaprendo nel contempo la Villa del Balbianello agli amici (tra questi figuravano Massimo D’Azeglio, sua moglie Luisa Blondel e il patriota piemontese Giacinto Provana di Collegno).

Dopo aver finanziato l’insurrezione del 1848, la coppia sostenne la monarchia sabauda e le posizioni di Cavour. Nel 1865, infine, Giuseppe Arconati Visconti divenne senatore del Regno.

Nel 1919 la dimora venne acquistata dal generale americano Butler Ames, che la sottopose a un attento restauro e nel 1974 gli eredi la vendettero all’imprenditore Guido Monzino, appassionato esploratore e alpinista.

Esponente di una delle più solide famiglie della borghesia milanese, egli si dedicò a una nuova opera di ristrutturazione, che interessò non solo gli edifici ma anche lo splendido giardino, cui venne conferito l’aspetto attuale, e riarredo completamente le stanze.

Fu lo stesso Monzino a decidere di lasciare la Villa, insieme con gran parte del Dosso di Lavedo, in eredità al FAI, che la gestisce dal 1988.

Courtesy by Sonia Cattazzo

 

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