Ottobre 16, 2021

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

Free Press And Culture On Line

VALENTINO SFILA AL CARREAU DU TEMPLE LA SUA SS 2022

 

 

Carreau du Temple

Situato a nord dell’affascinante quartiere Le Marais, il Carreau du Temple è un bellissimo edificio di ferro e vetro del 1863, che funzionava come mercato e attualmente è in fase di restauro… Secondo molti parigini è il cuore gastronomico di Le Marais.

Un’ovazione accoglie Pierpaolo Piccioli alla fine di una sfilata per una collezione che ridefinisce i codici di Valentino per portarli a interpretare i segni della quotidianità. E mette insieme capi di Valentino Archive con quelli di un guardaroba condiviso tra la donna e l’uomo

«Sono successe delle cose delle quali occorre essere consapevoli», altro che ritorno al prima, «non credo che ritornare al passato perché ci rassicura sia un gesto che serve per vivere oggi»: Pierpaolo Piccioli ha un’idea ben precisa su quello che deve fare con la sua Valentino e con la collezione primavera estate 2022 scrive il suo programma. Lo fa con i vestiti, Piccioli, perché «mi piace non aggiungere parole a quello che faccio. Credo che l’immagine abbia una potenza molto forte: se l’idea di uguaglianza che guida la mia moda appare ben presente in passerella, è inutile aggiungere le parole perché l’immagine parla da sola. È questo che fa diventare radicale il messaggio che voglio dare».

Essere radicali, potere culturale oggi quanto mai necessario da utilizzare, vuol dire capovolgere il senso della moda up side down, vuol dire scardinare le abitudini, abolire le certezze, cancellare i privilegi, rendere strabico il fuoco visivo e adottare lo sguardo obliquo della creatività. È questo il pensiero che rivoluziona l’esistente, lo rende estraneo dal senso dell’accettazione acritica dell’esistente e della normalizzazione e lo porta nel territorio che Theodor Adorno chiamava «critica radicale della società»: può un designer di moda, in questo caso Pierpaolo Piccioli, fare di Valentino il marchio esponente della teoria che, parafrasando il grande filosofo tedesco, direbbe «non è la moda che deve diventare popolare ma il popolo che deve diventare di moda»? Alla moda tutto è possibile! Può accadere di tutto attorno ai metri di tessuti e di fili e di ricami e ai tagli alle forbici e alle macchine da cucire: c’è un mondo che si forma in un atelier, un mondo che si inventa, un mondo che pretende attenzione e dispensa immaginazioni. «Voglio dare un’idea di bellezza ai tempi che sto testimoniando con il mio lavoro. La bellezza, però, non è fatta di perfezione ma di vita: la strada in questo insegna molto perché interpreta i segni e li fa vivere nella quotidianità» dice Piccioli.

 

Quello che era vissuto come elitario si compromette con la quotidianità (la strada) perché vive della cultura che l’alimenta nell’oggi. «Portare Valentino in strada, vuol dire infondere al marchio la vita di oggi non fare uno street style, vuol dire passare da un concetto di lifestyle a uno di community. E cioè condividere valori anziché la superficie» dice Piccioli nei saloni della sede di Parigi in place Vendȏme per spiegare una collezione che ha in sé una vera, grande missione: portare un marchio che è nato nella haute couture, e quindi nella cultura elitaria, ad accogliere la libertà, la diversità, «dare valore al fatto stesso che siamo diversi» puntualizza il designer. È un lavoro enorme, un ribaltamento che Piccioli sta in realtà compiendo da un po’ di anni con il processo di Ri-significazione, cioè dare ai codici di Valentino valori diversi, quelli che il mondo attuale ci obbliga a considerare primari, come l’accoglienza, l’inclusione, l’uguaglianza  perché «Risignificare» vuol dire cambiare i significati ai segni noti e utilizzarli dandogli valori diversi.

 

C’è da far tremare i polsi dalla difficoltà dell’impresa, ma con la sua capacità di persuasione la moda può riuscire là dove altre creatività più «colte» non sono riuscite a risignificare i loro valori (va ricordato, ad esempio, che Adorno voleva un popolo musicale e non una musica popolare, ma la musica sinfonica è tutt’ora destinata a un utilizzo elitario). Sebbene non gli manchi l’audacia, Piccioli è anche fortunato perché ha in mano un marchio che ha un vissuto affettivo «popolare» molto forte attraverso il quale la risignificazione può aprirsi a risultati inaspettati. Uno dei quali può produrlo sicuramente il progetto Valentino Archive, otto capi degli anni passati rieditati ma non copiati. Dice Piccioli, «ho voluto rieditarli perché rappresentano a loro volta delle rotture e dei cambiamenti della società, ma l’estetica passa attraverso l’identità e quindi se indossati da persone diverse gli stessi capi diventano altro». E infatti, non è lo stesso l’abito del 1968 che una foto ci dice indossato da Marisa Berenson mentre in passerella è abbinato a un paio di scarpe anfibio, non è la stessa la camicia con la stampa in bianco e nero con logo Valentino che Lisa Stoppi indossava nel 1970 e che oggi veste il busto di un ragazzo e che serve a sottolineare il valore di un guardaroba condiviso tra donne e uomini. E neanche il cappotto zebrato del 1967 indossato da Veruschka in una foto di una campagna pubblicitaria dell’epoca (la stessa che, come altre foto, ora è diventata l’etichetta interna del capo). Tutto appare diverso perché «la bellezza è fatta di umanità» e oggi la moda deve raccontare l’umanità che si interroga sulla propria esistenza, sul proprio agire, sulla propria evoluzione, quella che non si chiude nelle certezze granitiche e incrollabili della superiorità e del privilegio.

In realtà, Piccioli non ha cambiato il suo metodo di lavoro, ma è come se il suo intervento e la sua visione oggi affrontassero i temi con una maggiore radicalità. Lo si vede anche nel resto della collezione che si sviluppa intorno all’idea di un guardaroba condiviso tra la donna e l’uomo. Il taffetas lavato forma camicia e short abbinati a una giacca in faille che precedono cappe plissé, soprabiti e camicie con grandi colli che si annodano con un fiocco portate con bermuda e combat boots, piume di struzzo che si impiantano su anorak e bermuda e i talleur pantaloni hanno le stesse proporzioni, gli stessi tagli, gli stessi colori dei completi maschili, tanto che la camicia diventa un abito ricamato. E sono i colori mischiati come nei quadri di Guido Reni a dare la sensazione che questa collezione di pàp SS 2022 è in realtà una couture diventata urbana con abiti utilizzabili nelle istanze della quotidianità.

«Vorrei offrire la possibilità a tutti di vestire Valentino senza escludere chi non si riconosce in un modello ideale»: ecco la radicalità di cui Piccioli fa un uso poetico e pratico, aulico e comune e che in questa sfilata tenuta al Carreau du Temple e che coinvolge le strade del Marais che lo circondano dimostra che «è l’identità personale a creare l’estetica e ad evolverla frammentandola» come a Piccioli piace finire la spiegazione di una collezione che parla da sola (sì, è vero quello che dice lui all’inizio, le immagini spiegano meglio delle parole).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alessandro Sicuro

Alessandro Sure Wordpress - Alessandro Sicuro Facebook - Alessandro Sicuro Twitter - Alessandro Sure Instagram - Alessandro Sicuro

 

 

 

 

 

 

 

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: