Maggio 7, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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ROMANZO CRIMINALE: LA STORIA SEGRETA DELL’ITALIA PIÙ OSCURA, TRA I DISASTRI DI UNA BANDA CHE DIVENTÒ SISTEMA

Una storia che racconta l’Italia del terrorismo, della criminalità organizzata, dei servizi segreti deviati. Un’opera che va oltre il genere e diventa racconto storico, civile, umano.

La parabola nera di un gruppo di ragazzi diventati potere criminale

Tutto parte da un gruppo di amici, ragazzini che giocano sulla spiaggia, ignari – o forse già consapevoli – del fatto che un giorno diventeranno protagonisti della più spietata e radicata organizzazione criminale della storia recente italiana. Romanzo Criminale, diretto da Michele Placido, prende quella piccola scintilla e la trasforma in un incendio narrativo che divora trent’anni di storia italiana. Non è solo un gangster movie. È una narrazione corale e politica, una discesa agli inferi raccontata con la lingua del cinema e l’inchiostro della memoria storica.

C’è Roma. Non la Roma da cartolina, ma quella livida, violenta, notturna. La Roma delle borgate, dei quartieri dove la sopravvivenza si guadagna a cazzotti, dove la P38 è un’estensione del braccio, e dove i sogni di potere prendono la forma del denaro, della droga, dei locali notturni, dei palazzi che contano. In quella Roma, nasce e si sviluppa la Banda della Magliana, un organismo tentacolare che nel tempo crescerà fino a diventare uno dei gangli del potere criminale e para-istituzionale della Capitale.

La serie prende ispirazione dal potente romanzo di Giancarlo De Cataldo, e riesce a fondere fiction e realtà, storia e leggenda, crimine e politica. Michele Placido firma un’opera che non si limita a raccontare le gesta dei protagonisti, ma costruisce un contesto in cui la criminalità si intreccia con gli anni di piombo, le trame nere, la strategia della tensione. La Banda, nella serie, non è solo un gruppo di delinquenti: è la metafora di un’Italia che cresce storta, che si forma sull’inganno, sulla violenza, sulla corruzione come metodo sistemico.

La forza della serie è anche nel suo impianto visivo e sonoro: la fotografia di Luca Bigazzi trasforma Roma in una città sospesa tra noir e tragedia, le musiche di Paolo Buonvino accompagnano i passaggi emotivi con delicatezza e precisione chirurgica. L’impianto registico è solido, con rimandi al grande cinema americano – da Quei bravi ragazzi a Il Padrino – ma senza scimmiottature. Placido fa suo quel linguaggio e lo riporta nel cuore d’Italia, con una sensibilità che è figlia diretta del cinema civile di Rosi e Petri.

Il cast è semplicemente straordinario. Pierfrancesco Favino è un Libanese magnetico e tragico, Kim Rossi Stuart un Freddo tormentato, leale e malinconico, Claudio Santamaria un Dandi elegante e malato di ambizione. Ma è tutto il cast corale a reggere la potenza narrativa: Stefano Accorsi è il Commissario Scialoja, Anna Mouglalis una Patrizia indimenticabile, donna del Dandi e simbolo di un desiderio velenoso; Jasmine Trinca è Roberta, la ragazza del Freddo, unica voce di dolcezza in un mondo che implode; Elio Germano e Riccardo Scamarcio portano sullo schermo la deriva sociale e ideologica del sottobosco romano.

E poi quella scena, tanto breve quanto potentissima, con Giammarco Tognazzi, collaboratore del “signore degli schedari”, che rivela a Scialoja il cuore nero del potere: “Lo facciamo per il Paese.” Una frase che pesa più di qualsiasi proiettile. È il punto in cui la serie diventa storiografia in forma di cinema. Una dichiarazione implicita che ci ricorda le trame oscure dietro i titoli di giornale, il vero volto del potere che si nasconde dietro l’apparenza.

Romanzo Criminale è una storia che non si accontenta di intrattenere: scava, accusa, connette. Racconta come una manciata di ragazzi, cresciuti nella miseria, abbiano saputo occupare un vuoto. E in quel vuoto, hanno costruito un impero. Crudele, violento, ma innegabilmente reale.  La serie  parla di noi, del nostro passato recente, di quello che siamo diventati mentre chiudevamo gli occhi.

Ci sono alcuni passaggi dove la narrazione si dilata o si fa sentimentale, ma sono minimi inciampi in un’opera che resta potente, necessaria, viva. In un Paese dove la memoria storica viene continuamente ridotta a slogan, questa  è una forma di resistenza. È una chiamata alla consapevolezza. È, in fondo, un atto d’amore feroce per la verità.

Questa serie non l’avevo mai vista. E solo oggi mi rendo conto di quello che mi ero perso.
Romanzo Criminale è un grande lavoro. Un’opera che, se fosse uscita in America, probabilmente oggi sarebbe firmata da Scorsese o Tarantino – gli stessi registi che, con tutta probabilità, devono moltissimo al cinema italiano degli anni Settanta. Un cinema che abbiamo dimenticato di amare, ma che qui, in questo racconto, risorge come un pugno al cuore.

Alessandro Sicuro Comunication
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