C’è una mappa silenziosa che ogni giorno si contrae: quella dei negozi di moda italiani. Una rete fitta e pulsante che, da sempre, ha rappresentato non solo un sistema economico, ma un paesaggio culturale, sociale, estetico. Oggi però, questa rete si sta sfilacciando. Secondo i dati della Federazione Moda Italia-Confcommercio, ogni giorno chiudono 18 negozi di abbigliamento. Una cifra che pesa, non solo per ciò che racconta in termini numerici, ma per ciò che implica: perdita di identità nei centri storici, desertificazione commerciale, svuotamento di interi comparti.
Negli ultimi cinque anni, la media delle chiusure giornaliere era già allarmante — 13 negozi al giorno — ma il trend è in peggioramento. Dal 2019 ad oggi si contano 23.322 esercizi in meno e oltre 35.000 posti di lavoro persi. Una crisi silenziosa ma profonda, che tocca il cuore di una delle industrie simbolo del Made in Italy.
Nel 2024, il comparto ha registrato un ulteriore segno meno: -4,2% rispetto all’anno precedente. Nemmeno i saldi invernali del 2025 sono riusciti a invertire la tendenza, segnando un calo del 5,5% nei consumi, con 6 imprese su 10 che riportano performance peggiori rispetto all’anno precedente. A conti fatti, il saldo tra aperture e chiusure nel solo 2024 è stato negativo per 6.459 punti vendita. Eppure, il settore continua a rappresentare una componente vitale dell’economia nazionale, con oltre 164.000 negozi attivi e quasi 300.000 addetti.
Giulio Felloni, presidente della Federazione Moda Italia, individua nella capacità imprenditoriale, nell’innovazione e nello shopping tourism gli unici sentieri possibili per invertire la rotta. Un contributo importante è arrivato, in questo senso, dall’abbassamento della soglia per il tax free shopping da 154,96 a 70 euro. Una misura che ha favorito il turismo commerciale, generando un incremento delle transazioni del 54% e un +12% di spesa, secondo
le rilevazioni di Global Blue.
Ma non basta. La moda soffre anche per cause endogene: strategie di vendita aggressive da parte dei fornitori, che scelgono strade alternative come outlet, e-commerce, vendite private e circuiti “family & friends”, sottraendo margini e competitività al retail tradizionale. Un sistema a doppia velocità che mina il principio di equità di mercato.
Per affrontare il nodo, Felloni propone un Patto Etico di Filiera, chiedendo maggiore responsabilità agli attori a monte del sistema. In parallelo, si rivolge al Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, suggerendo interventi concreti: una detrazione fiscale per l’acquisto di prodotti sostenibili e l’introduzione di un’aliquota IVA agevolata per rilanciare i consumi e incentivare un nuovo ciclo virtuoso.
La moda, si sa, è molto più di ciò che si indossa. È narrazione identitaria, linguaggio urbano, presenza culturale. Per questo la sua crisi non è solo economica: è anche estetica, sociale, territoriale. E riguarda tutti.
Scopri di più da ALESSANDRO SICURO COMUNICATION
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Altre storie
PITTI UOMO: FIRENZE DIVENTA UN LABORATORIO DI PROSPETTIVE CREATIVE
LA PINEALE È L’ANTENNA CON CUI LA COSCIENZA SI COLLEGA AL CAMPO SOTTILE
QUANDO IL BUSINESS DEL LUSSO SCAMBIA L’ECCESSO PER ARTE