Stone Island 30″. This is the title of the exhibition with which Stone Island says its 30 year history

“Stone Island 30”.

This is the title of the exhibition with which Stone Island says its 30 year history, which will launch June 19 at the Stazione Leopolda in Florence, in collaboration with the Fondazione Pitti Discovery, as a special event Pitti Uomo 82. We asked Carlo Rivetti, president and CEO of Sportswear Company, to tell us who is Stone Island.

_ How did the adventure of Stone Island?
In 1982, the brilliant mind of Massimo Osti, with a collection made using a special fabric, a cloth star, used for the roofs of trucks, and special treatment, the resin. 7 coats in all, available in 6 different two-color variants. It was a very innovative project, and was immediately a great success. I joined the company the following year.

_ What is the secret of a brand with such a strong identity?
Stone Island has had a special gift from birth, to talk to the final consumer. It was the early ’80s, he emerged the first generation of consumers interested in fashion-conscious product, was the age of Paninari. Since then it has developed a wonderful relationship, a fact of great mutual respect and integrity, without compromise. Today the brand is open to a plethora of licenses, they start producing things unthinkable. Stone Island has always remained true to his being, without concessions. And then we were able to rejuvenate our target consumers: we talk to customers and historians, those who follow us faithfully for thirty years, but also to younger people, to new generations of today.

_ It can be said that Stone Island is a cult brand?
I would like to mention that our Facebook page has over 100,000 followers. The hardcore fans are in England, Holland and other countries of Northern Europe, including Germany are growing our supporters. But the attachment that the British have for Stone Island is awesome: I always go there when I’m depressed, I do sign autographs, they put me in their arms their children … it’s amazing.

_ After three decades of fashion and research, what has yet to be said Stone Island?
We have not said anything yet! For me, research is an infinite field, because you meet other researchers seeking … At this moment in history is not easy to do research, with all the difficulties of the Italian fashion industry there are fewer companies who make it, and indeed we are to look. Stone Island still has much to say, for example for the next two years we have developed strong content for the new collections, we have wonderful rabbits to pull out from the cylinder. Our creative team is divided between Milan and Ravarino, in the province of Modena, you go by what I call “the thinking” the realization of the leaders. The Creative Stone Island are a bit ‘all over the world, from Mexico, Germany, England … we are a multicultural team, made up of many different experiences. We are a bit ‘brigade of chefs, each specializing in a range, some as appetizer, those in the second … and then there’s me, that’d be the head chef.

_ Why an exhibition to tell 30-year history?
Because it is in line with our way of thinking. A party would be invited to a closed event, but we want to communicate to the world, is a format consistent with the way we speak. We want to bring end users to visit the exhibition, and what they see is the thing that exists Stone Island. For this exhibition, initially thought to a chronological journey through the years, however, the two curators – Nicholas Griffiths and Simon Foxton – have prepared a path for technological treatments for different types of tissue procedures. And I think that this is the right choice: it is a language that I know very well, since I am an Biella, as they say in my part “grew up on bread and yarn.” Perhaps more yarns that bread!

_ What is the relationship between Stone Island and Made in Italy?
Our consumers around the world know very well that Stone Island is an Italian product, because consumers are aware and want to deepen. Most of our garments are produced in Italy, but we have such a garment made in China, the heat-sealed jacket in cotton: the fact is there because there exists only company able to heat seal the cotton, and is owned by a German . In this case we went to look for technology, not for other reasons. I would not do the proud: Ravarino is close to Maranello, where it produces dreams that go around the world, and that could not be produced anywhere else in the world. Stone Island is like the Ferrari, rooted in the territory. This is a fundamental trait.

_ What is your favorite item?
Like all football coaches, I do not like to talk about individual players. Each piece is a piece of history, Stone Island, gives me special feelings, perhaps because it is tied to a particular personal experience. Becomes difficult to choose one. For me it’s like they’re all like children.

_ What is the challenge for the future of Stone Island?
We realize more and more that it is important to talk with people, with consumers taking advantage of the world is getting smaller, thanks to the media, to the movement easier. Because we realize that what we are saying, our message to consumers is really worth.

Italian version

“Stone Island 30”.

Questo il titolo della grande mostra con la quale Stone Island racconta i suoi 30 anni di storia, che inaugurerà il 19 giugno alla Stazione Leopolda di Firenze, in collaborazione con la Fondazione Pitti Discovery, come uno degli eventi speciali di Pitti Uomo 82. Abbiamo chiesto a Carlo Rivetti, Presidente e Ceo di Sportswear Company, di raccontarci chi è Stone Island.

_ Com’è nata l’avventura di Stone Island?
Nel 1982, dalla mente geniale di Massimo Osti, con una collezione fatta usando un tessuto speciale, il Tela Stella, usato per le coperture dei camion, e con un trattamento particolare, la resinatura. 7 capispalla in tutto, declinati in 6 varianti bicolore diverse. Era un progetto molto innovativo, e fu da subito un grande successo. Io sono entrato in azienda l’anno successivo.

_ Qual è il segreto di un brand con un’identità così forte?
Stone Island ha avuto sin dalla nascita un dono particolare, quello di parlare col consumatore finale. Erano i primi anni ‘80, stava emergendo la prima generazione di consumatori interessati alla moda, attenti al prodotto, era l’epoca dei Paninari. Da allora si è sviluppato un meraviglioso rapporto, fatto di grande rispetto reciproco e grande integrità, senza compromessi. Oggi i brand si aprono a una pletora di licenze, si mettono a produrre cose impensabili. Stone Island è sempre rimasta fedele al suo essere, senza concessioni. E poi siamo riusciti a svecchiare il nostro target di consumatori: parliamo sia ai clienti storici, quelli che ci seguono fedelmente da trent’anni, ma anche ai più giovani, alle nuove generazioni di oggi.

_ Si può dire che Stone Island è un marchio cult?
Mi piace citare che la nostra pagina Facebook ha più di 100.000 followers. I fan più accaniti sono in Inghilterra, Olanda e negli altri paesi del Nord Europa, e anche in Germania stanno crescendo i nostri sostenitori. Ma l’attaccamento che hanno gli inglesi per Stone Island è impressionante: quando sono depresso vado sempre lì, mi fanno firmare autografi, mi mettono in braccio i loro bambini… è incredibile.

_ Dopo trent’anni di moda e di ricerca, cos’ha ancora da dire Stone Island?
Non abbiamo detto ancora nulla! Per me la ricerca è un campo infinito, anche perché ricercando si incontrano altri ricercatori… In questo momento storico non è facile fare ricerca, con tutte le difficoltà della filiera italiana della moda ci sono sempre meno aziende che la fanno, e anzi ci vengono a cercare. Stone Island ha ancora tanto da dire, per esempio per i prossimi due anni abbiamo già sviluppato contenuti forti per le nuove collezioni, abbiamo meravigliosi conigli da estrarre dal cilindro. Il nostro team creativo si divide tra Milano e Ravarino, in provincia di Modena, si va da quello che chiamo il “pensamento” alla realizzazione dei capi. I creativi Stone Island vengono un po’ da tutto il mondo, da Messico, Germania, Inghilterra… siamo un team multiculturale, fatto di tante esperienze diverse. Siamo un po’ brigata di cuochi, ognuno specializzato in una portata, chi nell’antipasto, chi nel secondo…  e poi ci sono io, che sarei il capocuoco.

_ Perché una mostra per raccontare 30 anni di storia?
Perché è in linea col nostro modo di pensare. Una festa sarebbe stata a invito, un evento chiuso, invece noi vogliamo comunicare al mondo, è un format coerente col nostro modo di parlare. Vogliamo portare i clienti finali a visitare la mostra, e quella che vedranno è la cosa più Stone Island che esiste. Per la mostra, inizialmente pensavamo a un percorso cronologico, attraverso gli anni, invece i due curatori – Simon Foxton e Nicholas Griffiths – hanno elaborato un percorso per trattamenti tecnologici, per tipologie di interventi sui tessuti. E penso che questa sia la scelta giusta: è un linguaggio che conosco molto bene, essendo io un biellese, come si dice dalle mie parti “cresciuto a pane e filati”. Forse più filati che pane!

_ Che rapporto c’è tra Stone Island e il Made in Italy?
I nostri consumatori in giro per il mondo sanno benissimo che Stone Island è un prodotto italiano, perché sono consumatori consapevoli e vogliono approfondire. La maggiorparte dei nostri capi è prodotta in Italia, però ad esempio abbiamo un capo realizzato in Cina, il piumino in cotone termosaldato: è fatto lì perché solo lì esiste un’azienda in grado di termosaldare il cotone, ed è di proprietà di un tedesco. In questo caso siamo andati a cercare la tecnologia, non per altre ragioni. Non vorrei fare il superbo: Ravarino è vicino a Maranello, dove si producono sogni che fanno il giro del mondo, e che non potrebbero essere prodotti in nessun’altra parte del pianeta. Stone Island è come la Ferrari, radicata nel territorio. Questo è un tratto fondamentale.

_ Qual è il suo capo preferito?
Come tutti gli allenatori di calcio, non mi piace parlare dei singoli calciatori. Ogni pezzo è un pezzo della storia Stone Island, mi dà particolari emozioni, perché magari è legato a una particolare esperienza personale. Diventa difficilissimo sceglierne uno. Per me è come fossero tutti come dei figli.

_ Qual è la sfida per il futuro di Stone Island?
Ci rendiamo conto sempre di più che è importante parlare con la gente, con i consumatori finali, approfittando del mondo che è sempre più piccolo, grazie ai mezzi di comunicazione, agli spostamenti più facili. Perché ci rendiamo conto che quello che abbiamo da dire, il nostro messaggio, per i consumatori finali è davvero un valore.

6 thoughts on “Stone Island 30″. This is the title of the exhibition with which Stone Island says its 30 year history

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