L’ITALIA CON IL PIÙ GRANDE PATRIMONIO ARTISTICO DEL MONDO, RACCOGLIE MENO DEL LOUVRE
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11-apr-2013
La situazione degli incassi per musei e siti archeologici in Italia è allarmante: nel 2012, l’intero settore ha generato solo 100 milioni di euro. La combinazione di gestione inefficace, mancanza di strategie di valorizzazione e approssimazione ha trasformato una ricchezza inestimabile in un peso per la collettività. Non solo l’economia culturale è in crisi, ma anche la raccolta e l’analisi dei dati risultano complicate.
Con 26 euro di incassi per dipendente all’anno, il bilancio dei musei e dei siti archeologici calabresi appare desolante. Tuttavia, è ingiusto limitare l’analisi alla Calabria. La situazione a livello nazionale è altrettanto grave: nel 2012, le biglietterie statali italiane hanno totalizzato circa 100 milioni di euro, un importo che rappresenta solo il 25% di quanto incassa da solo il Louvre.
È fondamentale ricordare che il fine principale di statue, dipinti, fontane e ville rinascimentali non è il profitto, ma la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico. Tuttavia, è inaccettabile che servizi accessori come caffetterie, bookshop, parcheggi e merchandising siano trascurati. Questi elementi potrebbero contribuire in modo significativo agli introiti, sebbene non siano sufficienti a coprire tutte le spese.
Sebbene sia giusto che i costi di manutenzione e personale ricadano sui contribuenti, è scandaloso che la gestione di questi servizi secondari sia così carente. È indispensabile che le finanze pubbliche, consapevoli che gli investimenti generano ricchezza attraverso l’indotto (hotel, ristoranti, Internet point, B&B), si facciano carico di parte delle spese. È sorprendente che la gravità della situazione non venga affrontata con la serietà necessaria.
Luciano De Crescenzo ha osservato che «noi tutti prendiamo più sul serio ciò che costa che non ciò che è gratuito». Questa riflessione è particolarmente pertinente, poiché i costi per custodi, riscaldamento e illuminazione dei musei ricadono sui cittadini. Anche se è giusto offrire l’ingresso gratuito a studenti e anziani, è cruciale avere regole generali che assicurino una gestione più equa.
Le differenze nei dati relativi ai visitatori paganti tra Calabria (uno ogni 18) e Puglia (uno ogni tre) sono incomprensibili. Anche le regioni del Nord mostrano discrepanze: perché il 67% dei turisti paga il biglietto nei musei veneti, mentre solo il 40% in quelli piemontesi e meno del 35% in Liguria? La media nazionale è illuminante: su 36 milioni e mezzo di visitatori, solo 16 milioni pagano il biglietto, mentre venti milioni entrano gratuitamente.
Uno Stato serio potrebbe adottare strategie simili a quelle di Las Vegas, dove i costi più bassi per cibo e alloggio attirano i turisti, che poi spendono generosamente nei casinò. I britannici, ad esempio, seguono un modello analogo per i loro musei nazionali.
In Italia, la situazione è segnata da sciatteria, improvvisazione e confusione. La mancanza di un piano chiaro e di una visione strategica è evidente. La raccolta dei dati è caotica: sebbene l’Ufficio statistico del ministero riesca a raccogliere numeri quasi completi, per alcune regioni autonome come Friuli e Sardegna la situazione è meno chiara.
In Sicilia, Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige, la situazione è ancora più critica. Tre mesi e mezzo dopo l’inizio del 2013, la Regione Sicilia non è in grado di fornire dati definitivi sul 2012. Il primo semestre dell’anno mostra un calo del 7,6% negli incassi e del 10,6% nei visitatori paganti. Esempi emblematici includono l’Area archeologica di Megara Hyblaea, con solo 400 visitatori paganti, e il Museo archeologico Ibleo di Ragusa, con appena 1,4 visitatori al giorno.
Il Museo archeologico di Marianopoli accoglie solo due visitatori alla settimana e raccoglie solo quattro euro se si tratta di adulti senza riduzioni. La situazione del sito di Ravanusa è ancor più drammatica: nel 2009, a fronte di 340.000 euro di spese per stipendi e manutenzione, ha avuto un solo visitatore in tutto l’anno.
Di fronte a numeri così preoccupanti, è difficile giustificare l’inerzia nella gestione e l’inamovibilità degli addetti. Anche se lo Stato potrebbe farsi carico di tutti i costi, è inaccettabile che i fondi raccolti coprano gli stipendi in modo così disomogeneo: 9.251 euro per ogni dipendente in Toscana, 4.487 in Lombardia, 6.896 in Campania, 250 in Liguria e 56 in Molise.
In Calabria, gli incassi sono scesi a 24.823 euro e i costi per il restauro del Museo archeologico sono triplicati, arrivando a 33.010.835 euro. Con gli attuali incassi, il recupero richiederebbe 1.329 anni. Fortunatamente, i Bronzi di Riace torneranno al loro posto e, si spera, anche gli incassi reggini miglioreranno.
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