ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

Free Press And Culture On Line

LA BRANDIZZAZIONE DELLE CITTA’ E DEI LORO BENI CULTURALI SI MA CON PIU’ REGOLE

1. VENGHINO, SIORI, VENGHINO: IL PATRIMONIO CULTURALE SI AFFITTA AL (PEGGIOR) OFFERENTE

– 2. CHIUDERE PIAZZA DEL PLEBISCITO PER SPRINGSTEEN? 5MILA €. FAR CORRERE I GUERRIERI MASAI DEPORTATI IN UN SALONE DEGLI UFFIZI PER UNA SFILATA DI MODA? 30MILA

– 3. E POI IL COLOSSEO CHE DIVENTA MARCHIO DI DELLA VALLE, PUNTA DELLA DOGANA PRIVATIZZATA DA PINAULT, PALAZZO VECCHIO PASSERELLA DELLO STILISTA CHE VESTE RENZI

– 4. PROPRIO IL COMUNE DEL ROTTAMATORE VUOLE TRASFORMARE LA CITTÀ IN “BRAND”. SE CHIUDE PONTE VECCHIO PER UNA CENA PRIVATA DELLA FERRARI, PERFINO LA CURIA AFFITTA CHIESE SCONSACRATE, CON LA CRIPTA CHE FA DA SPOGLIATOIO PER LE MODELLE

– 5. IL MINISTERO NON RIESCE NEANCHE A PAGARE LE BOLLETTE. MA LA CULTURA VA APERTA A PIÙ PERSONE POSSIBILE (ANCHE A PAGAMENTO) NON SVENDUTA AGLI “HAPPY FEW” –

VALENTINO ALL ARA PACISVALENTINO ALL ARA PACIS

Matteo Renzi sequestra Ponte Vecchio e lo trasforma in location per una festa della Ferrari. Ecco il progetto politico del futuro leader della Sinistra italiana: un piccolo gruppo di super-ricchi che si appropria dei beni comuni mentre i buttafuori tengono alla larga i cittadini. Non è un episodio, è la strategia del sindaco commensale di Briatore. L’assessore al Turismo di Renzi, Sara Biagiotti, ha convocato una riunione che inaugura il “percorso di realizzazione di un brand della città, in prospettiva di una politica di sfruttamento commerciale del brand stesso”.

 

LE PASSARELLE DI ERMANNO SCERVINO A PALAZZO VECCHIOLE PASSARELLE DI ERMANNO SCERVINO A PALAZZO VECCHIO

Firenze non come comunità civile e politica, né tantomeno come città di cultura, ma come brand, marchio, griffe da sfruttare a fini esplicitamente commerciali. Lo scorso novembre Renzi dichiarò solennemente: “Gli Uffizi sono una macchina da soldi, se li facciamo gestire nel modo giusto”.

Ma gli Uffizi sono – per ora – statali, e Renzi si deve accontentare di sfruttare il “suo” Palazzo Vecchio e le piazze della città. Così a gennaio il Salone dei Cinquecento è diventato la location di una sfilata di moda di Ermanno Scervino, lo stilista che veste il sindaco e la moglie. E, in aprile, Piazza Ognissanti e Piazza Pitti sono state chiuse ai fiorentini per la celebrazione del matrimonio bolliwodiano di un magnate indiano. Ma, come sempre, Renzi non si inventa nulla: si limita a estremizzare il modello corrente.

ERMANNO SCERVINO A PALAZZO VECCHIOERMANNO SCERVINO A PALAZZO VECCHIO

Nella stessa Firenze, la Soprintendenza riserva gli Uffizi a Madonna per una visita privata (inclusa la guida della soprintendente Cristina Acidini, in veste di personal shopper ‘culturale’), e poco dopo affitta sempre gli Uffizi allo stilista Stefano Ricci per una sfilata di moda “neocoloniale” aperta da una tribù di Masai, che corrono brandendo scudi e lance di fronte al Laocoonte di Baccio Bandinelli, sotto lo sguardo incredulo dei ritratti cinquecenteschi della Gioviana.

auto elettrica all ara pacis

 

AUTO ELETTRICA ALL ARA PACIS

Per la gioia di un Occidente narcisista che balla sull’abisso, tutto è merce, tutto è in vendita: gli abiti griffati, il museo e perfino i Masai, portati a Firenze come bestie da serraglio e numero da circo. Segue una cena stile “cafonal” sul terrazzo degli Uffizi: con gli invitati che arrivano sui jet privati e con Matteo Renzi ospite d’onore. Ma anche la Curia arcivescovile non è da meno. La sfilata inaugurale di Pitti 2011, per esempio, si è tenuta nella chiesa di Santo Stefano al Ponte: una chiesa sconsacrata, ma perfettamente leggibile come luogo sacro e appartenente alla Curia stessa.

MATTEO RENZI E IL SUO STILISTA ERMANNO SCERVINOMATTEO RENZI E IL SUO STILISTA ERMANNO SCERVINO

Le modelle si sono spogliate nella cripta, hanno sfilato nella navata dove un tempo spirava l’eterea spiritualità di una pala del Beato Angelico, e hanno posato – seminude – per i fotografi su un altare dove per secoli si è celebrato il sacrificio eucaristico. E non è stato un incidente. Il sito http://www.santostefanoalponte.com definisce la chiesa “una location elegante e singolare, ideale per organizzare eventi esclusivi nel cuore di Firenze”, “mentre la cripta sottostante, ideale per gli eventi più ristretti, ha una capacità massima di novanta persone”. Amen.

Ma lo stesso vento spira in tutta Italia. A Venezia la Punta della Dogana è da tempo trasformata nella showroom personale di François Pinault, e l’anno scorso i veneziani non hanno potuto guardarvi i fuochi d’artificio per la Festa del Redentore, perché il milardario francese, proprietario di Christie’s, dava una cena- privata-in-spazio-pubblico.

 

 

SFILATA DI STEFANO RICCI AGLI UFFICI CON I GUERRIERI MASAISFILATA DI STEFANO RICCI AGLI UFFICI CON I GUERRIERI MASAI

A Roma il Colosseo, anch’esso ridotto a un brand, è al centro di una privatizzazione targata Della Valle. Sempre a Roma don Alessio Geretti, sacerdote organizzatore di mostre assai vicino al cardinal Bertone, celebra numerose serate mondane a pagamento alla Galleria Borghese. A Napoli, invece, la stessa cosa avviene in salsa nazional-popolare: Piazza Plebiscito viene recintata e resa accessibile solo a pagamento per il concerto di Bruce Springsteen, tra roventissime polemiche.

Ma la privatizzazione non riguarda solo gli spazi pubblici. Il governo Letta ha appena presentato un disegno di legge che permetterebbe di noleggiare a pagamento i quadri contenuti nei depositi dei musei italiani (un’idea di Domenico Scilipoti), e la sottosegretaria ai Beni culturali Ilaria Borletti Buitoni (eletta in Parlamento come capolista lombarda di Lista Civica, cui aveva donato ben 710.000 euro) continua a ripetere che siccome lo Stato non funziona bisogna lasciargli solo la tutela, e affidare la gestione ai privati (come il Fai, di cui la Borletti era fino a ieri presidente).

SFILATA DI STEFANO RICCI AGLI UFFICI CON I GUERRIERI MASAISFILATA DI STEFANO RICCI AGLI UFFICI CON I GUERRIERI MASAI

Il crimine più grande del corrottissimo Verre, scrisse Cicerone nel 70 avanti Cristo, non era stato l’aver saccheggiato il patrimonio artistico delle città siciliane, ma quello di aver fatto mettere agli atti che i siciliani l’avessero “privatizzato” spontaneamente: e per di più che lo avessero fatto parvo pretio, cioè per una somma irrisoria.

Ed è quel che accade anche oggi: affittare Piazza del Plebiscito per un evento commerciale costa meno di 5000 euro; per visitare gli Uffizi come ha fatto Madonna ce ne vogliono meno di 10.000; per farci correre i Masai, 30.000. Ma anche privatizzare Ponte Vecchio non è carissimo: 100.000 euro e sei granduca per una notte (cultura e buon gusto esclusi, ovvio).

TOMASO MONTANARITOMASO MONTANARI

Ma il punto non è questo: il punto è che la missione che la Costituzione assegna al patrimonio è essere inclusivo, non esclusivo; è costruire l’eguaglianza, non celebrare il lusso di pochi; è renderci tutti più civili, non umiliare chi non arriva alla fine del mese. In nuovo, feroce feudalesimo gli spazi pubblici delle città italiane che ci hanno fatto, per secoli, cittadini tornano oggi a farci sudditi, anzi schiavi: del mercato, del denaro, di una politica senza progetto.
2. CULTURA, I NUMERI DEL DISASTRO
Mattia Feltri per “La Stampa

SALMA HAYECK E FRANCOIS-HENRI PINAULTSALMA HAYECK E FRANCOIS-HENRI PINAULT

Il ministero dei Beni culturali non paga le bollette. Secondo gli studi consegnati alle camere dal ministro titolare, Massimo Bray, i debiti per «utenze e canoni» ammontano a quaranta milioni di euro. Destreggiarsi nelle cifre è uno spasso. Dal 2008 (inizio dell’ultimo governo di Silvio Berlusconi) le dotazioni del Mibac sono passate da due miliardi abbondanti a poco più di un miliardo e mezzo. Dal Lotto arriva poca roba (meno 71 per cento rispetto a cinque anni fa) e le disponibilità per i restauri scendono nello stesso periodo di un terzo. Bray, insomma, non sa dove risparmiare e come tirare avanti. Le «risorse relative alle principali programmazioni per l’esercizio dell’attività di tutela» sono diminuite del 58 per cento.  Scarseggiano gli stanziamenti agli istituti culturali (circa 18 per cento) e al Fondo unico per lo spettacolo (circa 15 per cento). E siamo ai quattrini relativi al 2013. Perché nel 2014 andrà anche peggio, con un’ulteriore riduzione del budget. Più che una relazione, pare una geremiade. E’ mai possibile, intende Bray, usare il braccino corto tendente al cortissimo con l’industria potenzialmente più florida del paese?

BRUCE SPRINGSTEENBRUCE SPRINGSTEEN

Musei e teatri rischiano di chiudere, il turismo non è supportato, le fondazioni liriche galleggiano sui debiti: servono aiuti sotto forma di assegno. Sacrosanto, no? Mica tanto. Continua a frullarci in testa l’idea che i Beni culturali debbano essere finanziati, ma soprattutto debbano finanziarsi. E finanziare, cioè contribuire a tenere in piedi questa povera Italia, ma senz’altro è difficile se si osserva quello che succede, con le serrate al Colosseo e le code di visitatori abbandonati sotto il sole, e dunque non propriamente incentivati a tornare a Roma, o a consigliarne la visita agli amici.

SPETTACOLO VALENTINO AL COLOSSEOSPETTACOLO VALENTINO AL COLOSSEO

Se Pompei crolla lentamente (oddìo, allora non era l’ex ministro Sandro Bondi a picconarla di notte), se la Reggia di Caserta si sbriciola nell’incuria, se i meravigliosi siti archeologici siciliani sono irraggiungibili e tenuti come cloache, se i bronzi di Riace giacciono in magazzino, è complicato immaginare che due o trecento milioni in aggiunta risolvano il problema.

VALENTINO AI FORI ROMANIVALENTINO AI FORI ROMANI

La verità conosciuta da tutti è che sediamo su un tesoro sconfinato e non ce ne curiamo: lo amministriamo e lo offriamo al pubblico – che paga (pagherebbe) – con il piglio del parastatale. Davanti a questo spettacolo, la soluzione offerta, oltre che tendere la mano, sono altri scioperi, ultima folle bizza dei moribondi. E’ ovvio che si comprende la disperazione di chi rischia di perdere il posto di lavoro, e pure gli effetti della crisi sul settore: gli italiani rinunciano al teatro, al cinema e ai concerti in percentuali che vanno dal sette al nove.

MASSIMO BRAYMASSIMO BRAY

Siamo tutti malridotti, ma che lo sia anche il ministero dei Beni culturali è un mistero infinito. Secondo il Country Brand Index 2013, l’Italia è al quindicesimo posto al mondo per attrattiva, superata anche da Canada, Giappone, Nuova Zelanda, Australia e Finlandia. Per quanto ci si pensi, non si afferrano le ragioni per cui i turisti preferiscano vistare Helsinki invece di Firenze o Venezia. Siamo agli ultimi posti in Europa per scolarizzazione e commercio dei libri (solo 46 italiani su cento leggono almeno un libro all’anno, contro il settanta dei francesi).

Negli ultimi due anni i visitatori dei nostri siti culturali sono scesi da “40 a 36 milioni”. I cinque principali musei di Londra staccano 26 milioni e mezzo di biglietti all’anno, che equivale al 73 per cento realizzato dai nostri 420 istituti statali (musei, luoghi archeologici, monumenti). Forse perché da noi si trovano spesso il portone sbarrato e un’assistenza manicomiale.

Sarebbe ora di piangere meno e darsi una mossa.

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