Il debutto di Pierpaolo Piccioli segna un ritorno alla couture classica, ai volumi, all’architettura dell’abito e alla memoria più alta di Balenciaga. Il tutto, però, dentro il forno equatoriale di una passerella sotto il sole, più vicina a una grigliata mista che a uno show del lusso. Licenze poetiche e artistiche, ci dicono.
Balenciaga riparte da Pierpaolo Piccioli e riparte dalla couture. Quella costruita, pensata, scolpita sui volumi. Dopo gli anni di Demna Gvasalia, che aveva abituato — anzi, quasi assuefatto, e spesso anche in modo efficace — il pubblico Balenciaga a stranezze, shock visivi e linguaggi disturbanti, Piccioli fa una strambata. Cambia vento, cambia rotta, cambia tensione.
Dal rumore alla forma. Dalla provocazione alla costruzione. Dalla moda come urto alla moda come architettura.
Dentro Balenciaga, Piccioli porta il suo alfabeto romantico: piume, petali, colori pieni, grandi volumi, quella dolcezza monumentale che abbiamo visto negli anni Valentino. E a me non dispiace affatto. Anzi, quando il romanticismo viene trattenuto dalla disciplina sartoriale, può diventare molto potente.
Certo, nessuno venga a dirci che guardando questa collezione non si legga anche un po’ di Valentino. Sarebbe strano il contrario. Lo stilista è lo stesso, la mano è la stessa, la sensibilità è la stessa. Quando un designer entra in una maison, non lascia il proprio mondo fuori dalla porta: porta con sé memoria, ossessioni, colori, proporzioni, visione.
È il grande valzer delle direzioni creative a cui le maison ci hanno ormai abituato. Cambia lo stilista, cambia la rotta, cambia il modo di rileggere l’archivio. Il punto è capire se quella nuova mano tradisce il brand oppure lo riporta a una sua verità.
Qui, secondo me, Piccioli non tradisce Balenciaga. Lo avvicina al suo creatore originale, Cristóbal Balenciaga: l’abito come progetto, volume, architettura, costruzione. E non dimentichiamoci che questa è haute couture. L’alta moda non è solo eleganza da salotto: è laboratorio, rischio, mestiere, tempo, mani, tecnica. È anche osare. Portare un tessuto oltre la sua funzione. Trasformare una silhouette in presenza.
I look raccontano bene questa tensione. Il nero severo con il bianco drappeggiato e la parte bassa frangiata apre con un rigore romantico. La grande costruzione nera di piume diventa quasi un’apparizione. L’abito floreale, pieno di petali, è il Piccioli più evidente, un giardino couture che inevitabilmente rimanda a Valentino. Ma il cappotto bianco, architettonico, aperto sul rosso vivo, riporta subito il discorso dentro Balenciaga: forma, volume, struttura.
Il bordeaux con il rosa corallo ha una morbidezza importante, ma non fragile. Il fucsia con cappuccio sembra quasi un rito, tra colore assoluto e sensualità trattenuta. La canotta bianca con guanti turchesi e costruzione grigia sotto è uno dei passaggi più contemporanei: sopra quasi nulla, sotto tutta la complessità della couture.
Poi c’è l’atelier. Le maestranze in camice bianco non sono un dettaglio sentimentale, ma una dichiarazione: la couture non è solo il nome dello stilista, non è solo la modella, non è solo l’immagine finale. È lavoro collettivo, mano umana, disciplina.
L’abito viola visto di spalle ha una forza regale. La fila dei modelli sulle scale sembra più una processione che una sfilata. Il bianco e rosa a petali chiude il cerchio: Piccioli non rinnega la sua poesia, la porta dentro una nuova casa e prova a farla dialogare con un archivio più severo, più architettonico, più Balenciaga.
Resta solo una domanda: perché far sfilare tutto questo sotto un sole feroce, trasformando una passerella di alta moda in una specie di forno parigino a cielo aperto? Anche il lusso, ogni tanto, avrebbe diritto a un po’ d’ombra. Anzi, proprio lui.
Ma come ci dicono: licenze artistiche.
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Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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