Novembre 25, 2020

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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Banca Centrale Europea, questa è la settimana del quantitative easing

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BCE, la settimana del quantitative easing: le variabili in gioco e i possibili effetti sull’economia.

-In seguito alla sorprendente scelta della Swiss National Bank di sganciare  le quotazioni del franco da quelle dell’euro

-Dopo il calo del prezzo del petrolio

-In attesa delle imminenti elezioni in Grecia e possibile uscita dall’euro

Alle porte la riunione del 22 Gennaio in cui il board della BCE dovrebbe decidere riguardo alla messa in campo del quantitative easing: ecco quali sono i possibili interventi, gli effetti stimati e il calendario economico.

Dopo una settimana contrassegnata dalla sorprendente scelta della Swiss National Bank di sganciare le quotazioni del franco da quelle dell’euro, decisione questa che ha determinato un consistente rialzo del franco svizzero, già lo scorso venerdì le borse europee hanno ricominciato a considerare la scadenza del 22 Gennaio. Come ben testimonia la chiusura di Piazza Affari di venerdì scorso e l’andamento dei BTp che hanno raggiunto il nuovo minimo storico sui rendimenti decennali (inferiore all’1,70%), gli operatori finanziari sembrano essere sempre più certi che il prossimo Giovedì, nel corso della riunione del board della BCE, sarà decisa l’effettiva messa in campo del quantitative easing, l’intervento di politica monetaria che dovrebbe, tra l’altro, prevedere anche l’acquisto di titoli di Stato dei singoli Paesi dell’Eurozona, al fine di contrastare la deflazione e di riportare l’inflazione a una soglia vicina, seppur inferiore a quella del 2%.
Al di là della data del 22 Gennaio sono ancora molti i punti interrogativi che ruotano intorno a questo intervento della BCE, dalle modalità di applicazione dello stesso intervento, ai reali effetti che questa azione potrebbe avere sulle economie dell’eurozona.

Modalità di applicazione

  • Il quantitative easing potrebbe mettere in campo liquidità per una somma che varia tra 500 milioni di euro e 3 miliardi di euro;
  • Dopo che la Corte di Giustizia Europea ha ritenuto legittimo l’acquisto di titoli di stato da parte della BCE, alla luce di un recente incontro tra Mario Draghi e Angela Merkel, la modalità di applicazione più probabile è quella che assegnerebbe alle Banche Nazionali dei singoli Paesi dell’Eurozona, il compito di acquistare i bond dei rispettivi Paesi e di tenerli nei loro bilanci. Si tratterebbe di una situazione di compromesso con il fronte dei contrari all’intervento (capeggiato dalla Germania) perché consentirebbe di evitare che il bilancio della BCE fosse direttamente interessato da perdite causate dall’acquisto di titoli di stato;
  • Non solo titoli di stato, dal momento che il platfond liberato dal quantitative easing potrebbe servire anche per acquistare altre tipologie di titoli: già nei giorni scorsi abbiamo ricordato la possibilità che le banche italiane cedano anche titoli cartolarizzati come gli ABS, strategia questa, che dovrebbe servire congelare i crediti deteriorati e a liberare nuova liquidità da destinare all’economia reale.

Possibili effetti
Al di là della grande fiducia degli operatori finanziari, sono molti gli economisti e gli operatori di settore che già da qualche tempo, hanno messo in guardia circa la reale utilità di questo intervento monetario della BCE. Ecco quali sono le ragioni permettono di sollevare i maggiori dubbi sul QE:

  • la preoccupazione maggiore dei membri del board della BCE è evitare la deflazione, quella situazione in cui non c’è crescita e l’inflazione (l’aumento dei prezzi) rimane nulla o negativa. In questa situazione il denaro non viene utilizzato né per aumentare i consumi delle famiglie né per fare investimenti produttivi. Che fine fa il denaro? Il denaro viene raccolto (non a caso il 2014 ha messo a segno numeri record nel settore del risparmio gestito) e utilizzato per investimenti più convenienti in terra straniera (investimenti che consentano ancora di ottenere un tasso di interesse tra il 2% e il 3%, di contro ai tassi prossimi allo zero, praticati nell’Eurozona). Se, grazie al quantitative easing, le banche centrali dovessero acquistare i titoli di stato dei rispettivi Paesi, i rendimenti dei BTp aumenterebbero velocemente, vista la crescente domanda, a vantaggio di chi attualmente già ne detiene in gran quantità, ovvero le banche commerciali europee e i risparmiatori. Determinare un’inversione dell’andamento dell’economia reale richiederebbe però, un ulteriore passaggio, ovvero che le stesse banche e gli stessi risparmiatori vendessero i bond che già possiedono per ridestinare i guadagni al credito a famiglie e imprese. Quest’ultimo passaggio è tutt’altro che scontato;
  • A differenza degli Stati Uniti, dove le banche private sono state salvate dalla FED proprio per evitare che l’economia reale collassasse, in Europa gli Stati non sono mai intervenuti nel salvataggio di singole banche e ciò ha fatto sì che le banche fossero costrette a reggersi da sole, pur limitando di molto le risorse impiegate verso l’economia reale. Quando poi, si è entrati nella fase più acuta della crisi, il fallimento di molte aziende ha prodotto un aumento vertiginoso delle sofferenze bancarie, motivo in più per cui le banche europee difficilmente decideranno di destinare denaro all’economia reale, anche qualora disponessero di maggiore liquidità derivante dalla vendita di titoli di stato in loro possesso;
  • il quantitative easing potrebbe avere un impatto consistente sull’andamento dell’economia reale solo se i governi dei singoli stati dell’Unione mettessero in campo consistenti investimenti da finanziare in deficit, pur disponendo di nuove risorse ottenute dalla vendita di titoli di stato. Ciò è all’atto pratico molto difficile, dal momento che le politiche economiche europee, nonostante recenti ravvedimenti in tal senso, risultano ancora molto rigide sul versante del deficit pubblico da mantenere sotto la soglia del 3%.

Gli effetti maggiori sull’andamento dell’economia potrebbero essere prodotti in realtà da altri fattori che poco hanno a che spartire con il quantitative easing, come il calo del prezzo del petrolio e il rafforzamento del dollaro che potrebbe favorire le esportazioni europee.

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