MILANO IN VANTAGGIO SU PARIGI PER L’ETERNA DIATRIBA TRA LE DUE FW

MILANO CONVINCE DI PIU’ DI PARIGI

Milano si prende una rivincita su Parigi, in questo caso, sono i debutti stilistici in brand storici, all’esordio sulle passerelle delle due capitali. Il capoluogo lombardo ha riscosso inaspettate promozioni per la creatività degli esordi di Paul Surridge da Roberto Cavalli e del duo Lucie e Luke Meier da Jil Sander. Al contrario, lungo la Senna, il giudizio complessivo è di un pericoloso appiattimento su progetti poco innovativi e di impronta spiccatamente commerciale.

Andrà meglio la prossima volta: questo, in sintesi, il verdetto che ha caratterizzato alcune recensioni relative alla prima collezione di Givenchy firmata dal neo-direttore creativo Clare Waight Keller, al timone dello storico brand francese dopo l’addio di Riccardo Tisci. Sia il New York Times che Vogue Runway hanno espresso perplessità sulla sfilata primavera/estate 2018 in calendario, l’ultimo debutto all’interno di una Paris fashion week costellata di esordi tutt’altro che apprezzati.

L’approccio di Marco Colagrossi da Ungaro è stato definito “timido” mentre Olivier Lapidus, direttore creativo di Lanvin, ha riscosso pareri ben più affilati: “Non ho mai visto una sfilata del genere in 15 anni” ha scritto W; il New York Time ha invece etichettato come priva di eleganza, qualità e identità la collezione intitolando la recensione ‘Come distruggere un brand in 3 anni’, facendo riferimento al lasso di tempo intercorso dall’addio dello storico direttore creativo Alber Elbaz a oggi. Il Sole-24Ore ha decretato che “il debutto di Natasha Ramsey da Chloé non convince”.

Tutt’altra musica a Milano, appunto, dove i debutti di Roberto Cavalli e Jil Sander hanno invece convinto e sorpreso positivamente la stampa. Financial Times e Wwd concordano nell’apprezzare il nuovo corso stilistico del marchio fiorentino, attualmente controllato da Clessidra, un approccio che si è concesso uno sguardo al dna del brand, ma che, soprattutto, ha tentato uno slancio verso le necessità attuali e future.

Milano, insomma, in questi casi ha saputo produrre proprio ciò che sembra mancare alle maison francesi, ree di aver giocato la carta dell’archivio anziché osare di più, sperimentare, rischiare. Parigi, da sempre etichettata come capitale della creatività sdoganata dai dettami commerciali, sembra aver ripiegato verso il business. Che, fino all’altro giorno, era sprezzantemente associato a Milano.

 

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