Maggio 3, 2026

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MAGRITTE: DECOSTRUZIONE DELLA SOGGETTIVITÀ E RIVELAZIONE DEGLI ARCHETIPI

 

MAGRITTE: L’ARTE CHE SVELA L’INVISIBILE E PROVOCA IL PENSIERO

 

René Magritte sosteneva che la realtà si manifesta quando viene liberata dalle costruzioni mentali che ne offuscano la percezione. Egli affermava: “Ciò che dipingo è scandaloso per il pensiero, il quale è confortato dall’abitudine di non vedere ciò che si guarda”. Magritte raccontava che, quando si trovò per la prima volta davanti a un dipinto di De Chirico, i suoi occhi “videro il pensiero”. Entrambi gli artisti miravano a far emergere le problematiche legate alla rappresentazione del reale.

L’arte nasce da una profonda meraviglia filosofica, ma mentre la filosofia indaga la realtà attraverso la riflessione, la pittura lo fa tramite la percezione sensibile. Magritte osservava: “Se guardiamo una cosa con l’intenzione di scoprire cosa significa, finiamo col non vedere più la cosa stessa, ma col pensare al problema che ci siamo posti”.

Nei suoi dipinti, Magritte esplora due “misteri”: quello della realtà del mondo esterno e quello della sua rappresentazione. Questo tema è ben illustrato nel dipinto “I due misteri”, in cui una pipa gigantesca fluttua nell’aria sopra la sua raffigurazione incorniciata, con la scritta “Ceci n’est pas une pipe”.

Il saggio di Luca Taddio, intitolato “I due misteri”, offre una riflessione originale sulla realtà e la rappresentazione, ispirata alle opere di Magritte. L’autore adotta una prospettiva di fenomenologia sperimentale, attribuendo alla percezione un’autonomia rispetto al pensiero. Magritte era un maestro nel stimolare le dinamiche percettive dell’osservatore. Un esempio è il dipinto “La firma in bianco”, in cui una dama a cavallo appare solo parzialmente tra gli alberi, spingendo l’osservatore a completare mentalmente l’immagine. Questo crea un paradosso: rende percepibile qualcosa che non si può comprendere, mettendo in crisi l’intelletto e invitando a una sospensione fenomenologica.

Secondo Magritte, la realtà si rivela quando viene liberata dalle sovrastrutture mentali che la determinano. La nostra esperienza del mondo è spesso governata dalla “tirannia del mentale”; per Magritte, l’unica via poetica è emancipare la percezione dal pensiero, facendo riemergere la realtà degli oggetti attraverso una strategia di isolamento e straniamento nel dipinto.

Egli affermava: “Ciò che dipingo è scandaloso per il pensiero, il quale è confortato dall’abitudine di non vedere ciò che si guarda”. La sua ricerca filosofica mirava a disautomatizzare il pensiero e il linguaggio nella figurazione. Nel dipinto “La chiave dei sogni”, ad esempio, quattro oggetti comuni sono etichettati con nomi che non corrispondono alla loro funzione abituale, creando connessioni inaspettate e sovvertendo l’abitudine di pensare la realtà mentre la percepiamo.

Invertire l’ordine delle cose e mescolare le carte della realtà sono operazioni sovversive che restituiscono agli oggetti il loro più intimo mistero.

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