Maggio 15, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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IL RICAMBIO GENERAZIONALE NELLA MODA UN PATRIMONIO CHE NON POSSIAMO PERMETTERCI DI PERDERE

IL RICAMBIO GENERAZIONALE NELLA MODA

 

C’è un pensiero che mi accompagna sempre più spesso: il mondo della moda, con tutta la sua vasta filiera produttiva e artigianale — dai grandi nomi ai piccoli maestri del cucito — è un tesoro culturale che rischiamo di perdere. Sarebbe una perdita immensa, non solo estetica ma identitaria.

E forse non è un caso se sempre più giovani giapponesi, come molte altre culture asiatiche, hanno preso l’abitudine virtuosa di venire in Italia per imparare i vecchi mestieri: quelli dei calzolai, dei sarti, degli artigiani. Portano via con sé frammenti di un sapere che racconta chi siamo. È come se, da lontano, sapessero meglio di noi cosa stiamo rischiando di dimenticare.

Mi viene in mente una storia che non tutti conoscono. Quando Daniel Day-Lewis fece il calzolaio a Firenze: l’attore americano, dopo un periodo stressante, sentì il bisogno di ritrovarsi. Durante un viaggio comprò un paio di scarpe firmate Stefano Bemer, ne fu talmente colpito che chiese di essere preso come apprendista. Rimase lì per un periodo, a imparare.

Del problema del ricambio generazionale nella moda ho parlato, di recente, con Tito Allegretto. Un maestro che ho raccontato più volte, soprattutto in occasione del Pitti Uomo, dove la sua visione coerente e raffinata si è sempre distinta come un faro discreto nel mare agitato della moda contemporanea.

Oggi, però, non è lui il protagonista di questa storia. È sua figlia, Giulia, che ha raccontato di aver deciso con determinazione di affiancare il padre e, dopo aver appreso il mestiere, di voler proseguire il suo percorso. Ed è proprio in questo passaggio — e in molti altri che ho raccolto negli ultimi tempi da giovani che scelgono di continuare la professione del padre — che si apre, forse, uno spiraglio di speranza per il futuro del ricambio generazionale nella moda.

Il Racconto di Giulia
La moda, per me, non è solo un mestiere. È un mondo fatto di emozioni, di identità, di verità. È il modo più potente che conosco per raccontarmi.

Sono cresciuta tra bozzetti, stoffe, bottoni, accessori e silenzi pieni d’amore. Mentre il mondo correva, io disegnavo. Disegnavo per sentirmi viva, per dire “ci sono”, anche quando avevo perso troppo per trovare le parole.

Ho perso mia madre da piccola e da allora ho imparato a convivere con un vuoto che non si colma. Ma ho anche avuto una fortuna: mio padre. Artista, creativo, e soprattutto il mio più grande alleato. Non ha mai smesso di credere in me, anche quando io non lo facevo.

Così è nato il mio desiderio di trasformare il dolore in forza creativa ed eleganza, la mancanza in creazione. Da bambina prendevo pezzi di stoffa e costruivo i miei modelli.

Erano abiti immaginari, cuciti per un universo dove potermi sentire apprezzata. Ora voglio restituire quel potere agli altri, attraverso ciò che creo. Voglio che chi indossa i miei abiti si senta riconosciuto, forte, capace di trasformare una ferita in un’opera.

Dopo la scuola, ho iniziato a lavorare in un negozio specializzato in camicie e giacche prêt-à-porter. È lì che ho toccato con mano la concretezza della vita. Strutture, tessuti, dettagli: ogni elemento aveva una voce propria.

Quella prima esperienza è stata il mio primo passo verso l’autonomia. Non perché mio padre non potesse aiutarmi — avrebbe potuto, eccome — ma perché volevo farcela da sola. Volevo che mi guardasse con orgoglio, non solo con affetto. E così ho iniziato a riconoscere il mio valore.

Ogni collezione che disegno nasce da un’emozione reale. Rabbia, solitudine, speranza: tutto finisce prima sulla carta, poi sul tessuto. Quell’emozione non sparisce, ma cambia forma. E se diventa bellezza, allora ha senso.

Non voglio creare solo abiti: voglio creare esperienze. Voglio che chi li indossa senta che non è solo un semplice abito, ma il frutto di una esperienza creativa ponderata.

Un padre come radice:

Il mio rapporto con mio padre è tutto. Non è solo un genitore, non è solo un maestro: è la mia radice. Ha creduto in me quando io non ci riuscivo. Mi ha insegnato che nei dettagli si mette l’anima, che un abito non si cuce solo con ago e filo, ma con cuore e memoria. In ogni mia creazione c’è qualcosa di lui. E qualcosa di lei, di mia madre. Siamo in due, ma dentro ogni gesto ci siamo in tre.

Il sogno che mi guida: Un giorno, sogno di aprire una mia casa di moda. Un luogo che porti il nome di mio padre, ma che racconti anche la mia rinascita. Ogni abito sarà una storia vera. Non solo estetica, ma emozionale. Voglio che la mia moda abbracci, parli, protegga. Che lasci un segno.

La mia prima mini collezione: La mia prima creazione è nata così. Dalla voglia di fare tutto con le mie mani, dal primo disegno al taglio dell’ultima cucitura. Dalla camicia alla giacca, dal bottone alla cintura: ho scelto ogni dettaglio con cura, guidata solo da ciò che sentivo. È un piccolo universo in cui ho messo tutta me stessa: la mia storia, la mia visione, la mia voce. E spero che chi lo attraversa riesca a sentire tutto questo. Non la mostrerò adesso, ma la indosserò al Pitti Immagine a Firenze con mio padre.

Il mio sogno più grande? Essere come lui. Avere la sua eleganza, la sua coerenza, il suo fascino. Ma soprattutto: meritare la sua stima.

 

 

 

 

 

Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager

Alessandro Sicuro Comunication

 


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