Realismo e sociologia ma c’è il rischio di perdere la magia del desiderio
La collezione Miu Miu Spring/Summer 2026, presentata alla Paris Fashion Week, segna un nuovo capitolo per il brand — un capitolo che più che estetico, appare ideologico. Sembra quasi un manifesto politico, un esperimento sociologico più che una collezione destinata alla vendita.
Miuccia Prada, mente raffinata e sempre coerente con il suo pensiero, porta sulla passerella una riflessione sul lavoro, sull’umanità, sul quotidiano. Grembiuli in pelle o cotone, giacche da officina, pantaloni larghi, scarpe piatte e colori terrosi raccontano un mondo semplice, autentico, quasi domestico.
Ma se da un lato questo linguaggio parla di realtà, dall’altro rischia di allontanarsi troppo dal sogno, da quel magnetismo che fa della moda un motore economico e culturale unico.
Perché la moda, oltre a raccontare, deve vendere. E vendere non significa tradirsi, ma comunicare desiderio. Miu Miu, finora, è sempre riuscita a mantenere questo equilibrio: una linea giovane, intelligente, ironica, perfettamente inserita nel mercato, capace di fare fatturato anche nei momenti più difficili. Oggi invece sembra che il brand abbia scelto la via del concetto, sacrificando la leggerezza, la grazia e quell’invito al sogno che lo avevano reso inconfondibile.
I look sembrano più vicini a un saggio di antropologia urbana che a una collezione prêt-à-porter. Il risultato? Interessante da studiare, ma difficile da immaginare nel guardaroba reale. Chi compra tutto questo? Chi si riconosce nel grembiule della fruttivendola o nella divisa da lavoro trasformata in simbolo?
Miuccia Prada può permetterselo — il gruppo Prada-Miu Miu è solido, colto, potente — ma resta una domanda inevitabile: fino a che punto la moda può farsi teoria, dimenticando la seduzione? Perché un abito può anche far riflettere, ma se non fa desiderare, smette di essere moda.
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Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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