Novembre 3, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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THE LIFE OF CHUCK: L’UNIVERSO CHE OGNI UOMO CREA INTORNO A SÉ, RACCONTATO IN UN FILM

RECENSIONE — Ogni uomo proietta intorno a sé il proprio universo

Mike Flanagan, da un racconto di Stephen King, costruisce una storia che all’inizio sembra parlare della fine del mondo. Internet smette di funzionare, arrivano notizie di catastrofi e, una dopo l’altra, le stelle scompaiono dal cielo. Intanto, sui cartelloni e attraverso annunci televisivi e radiofonici, compare il volto di Chuck: un uomo qualunque che lo spettatore ancora non conosce.

Il film procede a ritroso, in tre parti. Prima vediamo il mondo avvicinarsi alla fine, poi incontriamo Chuck adulto, infine torniamo alla sua infanzia. Solo poco alla volta capiamo che quelle immagini sono legate a lui.

 

Il film anticipa la sua idea centrale nella scena della scuola. Miss Richards legge alla classe alcuni versi di Walt Whitman, ma i bambini sono distratti e pensano già alle vacanze. Delusa, la professoressa resta sola dopo la lezione. Chuck, colpito dal suo sconforto, si ferma a parlarle e le chiede che cosa significhi il verso «contengo moltitudini». Per Whitman, l’io non si esaurisce in una sola definizione: raccoglie dentro di sé esperienze, pensieri e aspetti anche diversi tra loro. Miss Richards prende delicatamente la testa di Chuck tra le mani e gli rende concreta quell’idea: nella sua mente c’è un mondo fatto delle persone che conosce, di ciò che vede e di tutto quello che ancora incontrerà. Un mondo che crescerà e diventerà più ricco con gli anni.

Da questa scena nasce la mia interpretazione: il cielo perde le sue stelle una a una perché si sta spegnendo l’universo creato da Chuck. Non il cosmo che appartiene a tutti, ma il mondo che ciascuno proietta intorno a sé, attraverso ciò che vive, ricorda e incontra. Quando Chuck muore, quel mondo scompare con lui.

La torretta chiusa della casa vittoriana dà a questa idea una forma concreta. Il nonno vieta a Chuck di salire nella stanza e ne custodisce gelosamente la chiave. Lì il ragazzo vedrà un’immagine del proprio destino. Da quel momento, sapere come finirà la sua vita potrebbe trasformarsi in un’attesa senza tregua. La stanza contiene una verità che fa paura, ma non racconta tutto ciò che viene prima: le persone amate, le esperienze, i momenti di gioia. Chuck dovrà scegliere come vivere con quella conoscenza.

E tra i momenti che compongono la sua vita c’è il ballo. Da bambino Chuck ama danzare, ma cresce e diventa un contabile, come il nonno. La passione, però, non è scomparsa: è rimasta dentro di lui, sotto la vita ordinata e le aspettative degli altri. Quando da adulto sente una batterista suonare per strada, Chuck si lascia andare. Il suo ballo non cambia il destino e non cancella il dolore. Per qualche minuto, però, gli restituisce la gioia di fare ciò che ama, senza chiedersi se sia ragionevole o utile.

È qui che il film trova una delle sue idee più belle: i sogni non devono per forza diventare una professione o una promessa di successo. A volte basta non soffocarli, lasciare che continuino a vivere in noi e accoglierli quando si presenta l’occasione. Il ballo di Chuck ci ricorda che non siamo soltanto il mestiere che facciamo o il ruolo che gli altri ci assegnano.

The Life of Chuck lascia volutamente alcune domande aperte. Non spiega fino in fondo perché le stelle si spengano né perché gli annunci dedicati a Chuck si diffondano ovunque, tra cartelloni, televisione e radio. A mio parere, questa ambiguità fa parte del disegno del film: Flanagan non consegna una sola interpretazione, ma lascia allo spettatore lo spazio per costruire la propria. La struttura a ritroso e le immagini enigmatiche possono disorientare alla prima visione; rivedendolo, però, alcuni dettagli acquistano un significato nuovo.

Resta una domanda che continua a lavorare dopo la visione: che cosa c’è nel nostro universo personale che gli altri non riescono a vedere? Forse una passione messa da parte, un gesto imparato da bambini, una parte di noi rimasta in attesa. Il film è diseguale, ma quando Chuck danza trova una risposta semplice e limpida: quella parte è ancora viva.

Alessandro Sicuro

Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication

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