Newsweek si arrende da gennaio sarà solo on-line

Newsweek si arrende da gennaio sarà solo on-line

SCELTA FORZATA DALLA CRISI O INTELLIGENTE RINNOVO VERSO UN MONDO DIGITALE?

Copertina di Newsweek. L’annunicio della fine dell’edizione cartacea è stato dato via e-mail dal direttore Tina Brown. Oggi annuncerà quanti giornalisti saranno licenziati

Il prestigioso settimanale americano travolto dal calo di lettori e pubblicità: un nuovo inizio o il preludio alla fine?
Anche Newsweek si arrende. Dopo 80 anni, uno dei settimanali più prestigiosi e famosi del mondo non distribuirà più l’edizione su carta e sarà disponibile esclusivamente online. Per anticipare il nuovo corso, il suo direttore Tina Brown ha dato la notizia ai dipendenti solo con una e-mail, rinviando a oggi un incontro diretto nel quale annuncerà quanti giornalisti saranno licenziati. Nella sua lettera, Tina Brown ha voluto sottolineare che Newsweek non muore: si trasformerà da gennaio in una pubblicazione digitale che si chiamerà Newsweek Global, «una singola edizione internazionale focalizzata su un target di persone in movimento, opinion leader che vogliono essere informati sugli eventi mondiali in un contesto sofisticato». A tutti sono sembrate parole troppo pompose per essere sincere, di quelle che si usano per rinviare ancora di qualche mese un inevitabile funerale.

Che la sorte di Newsweek fosse segnata si era già capito due anni fa, quando il novantenne Sidney Harman, un pioniere della radio, acquistò la testata dal Washington Post per la ridicola cifra di un dollaro. Agli occhi dei suoi editori, Newsweek non valeva molto di più: nel 2003 (solo nove anni fa) vendeva 4 milioni di copie, precipitate a 1,5 milioni nel 2010. In due anni terribili, tra il 2007 e il 2009, i ricavi sono scesi di quasi il 40 per cento, mentre i costi del mantenere 22 uffici di corrispondenza nel mondo e di stampare edizioni in giapponese, arabo, spagnolo, coreano e polacco sono rimasti gli stessi.

Fondato nel 1933 da un ex capo servizio degli Esteri di Time, Thomas J. C. Martyn, Newsweek ha sempre rappresentato l’anima liberal americana, quella che si batteva per i diritti civili, si entusiasmava per il nuovo corso di John e Robert Kennedy e criticava la guerra in Vietnam. Un suo giornalista fu il primo a scoprire il legame tra il presidente Bill Clinton e la stagista Monica Lewinsky e, più recentemente, il settimanale ha denunciato gli abusi commessi sui prigionieri di Guantanamo. Focalizzato sulla politica nazionale, sull’estero e sui commenti, Newsweek era secondo solo a Time per diffusione e spesso lo superava nella qualità delle analisi.

Quando Sidney Harman lo ha comprato, i tagli resi necessari dal cattivo andamento dei conti avevano già prodotto deleteri effetti nella qualità del settimanale, ma il peggio doveva ancora venire. Subito dopo avere versato al Washington Post il suo dollaro, Harman ha proposto a Tina Brown di fondere Newsweekcon il Daily Beast, il sito web di informazione che la giornalista aveva lanciato nel 2008 grazie ai finanziamenti del miliardario Barry Diller, che ancora ne supporta le perdite. Con la fusione, le notizie sarebbero andate subito online, le riflessioni e le analisi su quanto accaduto sarebbero state di competenza del settimanale.

Sembrava una buona idea, che lasciava però perplessi quelli che conoscevano da vicino Tina Brown. Ex direttrice del New Yorker e di Vanity Fair , prima di inventarsi il Daily Beast aveva voluto farsi un magazine tutto suo, Talk , lanciato nel 1999 con un party per 800 persone a Liberty Island e con la più grande festa di fuochi d’artificio che New York ricordi. Dopo avere perso 100 milioni di dollari in due anni, il mensile venne chiuso senza lasciare grandi rimpianti. Come nuova direttrice di Newsweek , Tina Brown ha trovato un po’ troppo noiose quelle pagine piene di analisi e reportage politici e ha deciso di inserire nel settimanale un po’ di gossip, di moda e di cultura pop che sono diventati i temi principali delle sue copertine. I vecchi abbonati che compravano Newsweek per schiarirsi un po’ le idee sulle cose del mondo se ne sono andati, mentre nuovi lettori e nuovi inserzionisti pubblicitari non si sono visti, rendendo inevitabile la decisione di rinviare la fine chiudendo l’edizione su carta.

Sorvolando sui suoi errori che hanno snaturato l’anima del settimanale, Tina Brown ha dato la colpa di tutto alla crisi dei media tradizionali, travolti dalla riduzione dei ricavi, dall’avvento di Internet e dalla diffusione dei dispositivi digitali mobili. Negli Stati Uniti – ha ricordato – sono operativi 70 milioni di tablet e il 39% degli americani si informa ormai solo online. Per le stesse ragioni a Londra il quotidianoThe Guardian sta pensando di abbandonare l’edizione su carta e di uscire solo nella versione digitale, non potendo più sopportare perdite di quasi 130 mila euro al giorno.

Il problema vero è che i ricavi dell’online non sono ancora sufficienti a pagare i costi di una struttura giornalistica di qualità e i giornali si trovano nella posizione più scomoda e più difficile da mantenere: a metà del guado tra il passato e il futuro. Può darsi che tra qualche anno, superata la crisi economica globale, l’online produca abbastanza risorse da consentire il completamento della transizione. L’importante è arrivare ancora vivi a quella data, conservando integra la qualità che ancora differenzia sul web l’informazione prodotta dai giornali dal resto. Newsweek non ce l’ha fatta.

VITTORIO SABADIN

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