La creatura è umana, il mondo no
Non è l’ennesima variazione da manuale. È un Frankenstein che ti costringe a guardarti dentro. Guillermo del Toro riprende il mito e lo ripulisce dal polverone dell’horror ripetuto: niente feticci, niente citazionismo pigro. Qui il mostro non è il bersaglio, è lo specchio. E il brivido non nasce dal fulmine che rianima, ma dall’indifferenza di chi volta la faccia.
La Creatura di Jacob Elordi è costruita sul corpo e sul silenzio. La prostetica c’è, ma non ruba la scena: sono i gesti, la fatica nel muoversi, le esitazioni degli occhi a raccontare l’innocenza ferita. Elordi lavora per sottrazione: toglie l’icona, resta l’essere, fragile e gigantesco. Non chiede perdono per il suo aspetto; pretende solo il diritto a esistere senza essere marchiato come errore.
Victor Frankenstein, nelle mani di Oscar Isaac, non è il genio folle di cartapesta. È lucidissimo, quasi elegante nel ragionare il proprio delirio. Il laboratorio non è un antro gotico: è un altare alla volontà di potenza. Lì, tra strumenti e ambizione, nasce l’atto più violento del film: non la creazione, ma l’abbandono. Del Toro mette a fuoco questa ferita con una semplicità chirurgica. Non serve urlare: basta lasciare Victor fuori campo mentre la sua “opera” impara a camminare da sola.
Mia Goth e Christoph Waltz non sono contorno. Portano i desideri, le paure, i calcoli del mondo che sta attorno: quello che osserva, valuta, espelle. In loro si addensa la mappa sociale del rifiuto: l’ordine, il perbenismo, la necessità di incasellare tutto — e di cassare ciò che non rientra. Del Toro conosce bene questa geografia e le dà la sua estetica: ambienti concreti, luce che scava i volti, costumi che raccontano ruoli prima ancora delle battute.
La regia cerca la materia. Si sente il peso dei set, il suono della pelle finta, la ruvidità del legno e del metallo. È un cinema di tatto, non di pixel. L’immagine non compiace, accompagna. La musica non guida a bacchetta: vibra sotto la storia come una memoria che torna. Il risultato è un melodramma scuro, ma non cupo: l’oscurità è illuminata, non esibita.
Il film parla del diverso, certo, ma va oltre. Parla del nostro bisogno di controllo: della vita, della morte, del corpo altrui. Parla di identità che non coincidono con l’immagine, di corpi fuori norma che non sono “eccezioni”, ma verità che non sappiamo sostenere. E parla della scelta più semplice e più difficile: riconoscere l’altro quando l’altro è scomodo. Qui il mito di Mary Shelley torna vivo: il vero orrore non è la creatura, è la comunità che la nomina “mostro” e si assolve.
A Venezia questo racconto ha trovato la cornice giusta. Fuori, il clamore del red carpet; dentro, quel silenzio sospeso che arriva quando la sala capisce che non sta guardando un travestimento, ma un film che chiede conto. Del Toro non moralizza, non attualizza a forza. Fa una cosa più sottile: restituisce dignità ai “freaks”, come ha sempre fatto, e chiede allo spettatore di misurarsi con la propria idea di normalità.
Non è un Frankenstein “in più”. È quello che rimette al centro la domanda che preferiamo evitare: chi è davvero il mostro quando l’umanità manca all’appello? La risposta non è un manifesto, è una scena dopo l’altra: dove c’è possibilità d’amore, c’è ancora vita. Tutto il resto è buio ben illuminato.
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Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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