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VERSACE SS26
Alla Milano Fashion Week, il primo atto di Dario Vitale alla guida creativa di Versace sceglie la via dell’intimità. Niente passerella classica: un percorso nelle sale della Pinacoteca Ambrosiana, come se il pubblico entrasse nella casa di Gianni e Donatella a notte appena finita. Letto disfatto, camicie a righe lasciate sulle coperte, bicchieri mezzi pieni, schermi ancora accesi. L’idea non è la sfilata-spettacolo, ma una presentazione abitata, quasi un permesso chiesto alla famiglia. A dare cornice è una lettera che cita il pathos romantico di Keats: parole che trattengono, più che dichiarare.
Lo sguardo di Vitale parte dagli archivi. Anni Ottanta riletti senza nostalgia dolciastra: rosso passione, verde speranza, blu denim, pelle nera e filati metallizzati. C’è il ricordo di Warhol filtrato in chiave pop, ma la sensualità tipica di Versace si sposta: meno grido, più tensione trattenuta. Fronte composto, retro che si apre. Cinture slacciate che pendono, elastici logati che affiorano, calzini infilati in fretta. Il sesso rimane grammatica del brand, ma qui sceglie il fuori campo.
La costruzione dei look spinge sullo styling: jeans e gilet a patchwork ricamati, cardigan annodati ai fianchi, blazer che restano impigliati alla cintura, rombi che si aprono come fisarmoniche. Vite alte, giacche cropped, una Miami Vice più fun che crime. La regia del casting alterna volti “street” a presenze celebri (spunta Alex Consani): appartenenza non come estrazione sociale, ma come sentimento comune.
Fin qui il quadro. E adesso il punto.
Questo debutto assomiglia a un test di atmosfera più che a una presa di posizione. La narrazione è coerente, la messinscena efficace, ma sul piano del disegno l’effetto è irrisolto: molti rimandi, qualche furbizia d’archivio, poco rischio formale. L’energia resta sospesa, come la scena del mattino dopo che non decide se trasformarsi in racconto nuovo o rimanere souvenir.
È lecito aspettarsi di più. Vitale ha firmato negli anni pagine convincenti altrove, con occhio rapido e gusto netto. Qui la promessa c’è, ma il segno non incide ancora. Versace oggi avrebbe bisogno di una traiettoria chiara: definire cosa tenere del proprio DNA e cosa, finalmente, spostare in avanti. Il debutto riconsegna appartenenza e sensibilità, non ancora una direzione.
Verdetto provvisorio: buona sceneggiatura, poco montaggio. Se era un biglietto da visita, dice “so abitare la casa”; ora serve la stanza nuova. Perché il pubblico i ripescaggi li riconosce in un secondo, mentre il nuovo lo aspetta da anni.
GALLERY
Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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