Novembre 2, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

Stampa Libera e Cultura Online

PROGETTO PANAMA: PERCHÉ ANTHROPIC HA DIGITALIZZATO E DISTRUTTO MILIONI DI LIBRI

Del Project Panama di Anthropic si sta parlando molto in questi giorni, soprattutto per un dettaglio che inevitabilmente colpisce: enormi quantità di libri, nell’ordine dei milioni, acquistati, tagliati, scansionati e poi mandati al riciclo per alimentare i sistemi di intelligenza artificiale. Ma fermarsi all’immagine dei libri distrutti rischia di farci perdere la parte più interessante della storia. Perché quei volumi non sono stati scelti perché inutili.

Al contrario, sono stati utilizzati perché contenevano qualcosa che evidentemente il web, da solo, non riesce più a garantire allo stesso modo: qualità della scrittura, struttura del pensiero, profondità, conoscenza sedimentata. Per far crescere sistemi sempre più avanzati si è tornati proprio lì, ai libri.

Ed è questo il primo paradosso. Da una parte dedichiamo sempre meno tempo alla lettura lunga e ci abituiamo a testi sempre più brevi, riassunti, semplificati, contenuti che durano il tempo di uno scroll. Dall’altra le macchine, per migliorare, hanno bisogno esattamente del contrario: testi lunghi, complessi, scritti da esseri umani, pieni di esperienza, cultura, errori, intuizioni e contraddizioni. In fondo è quasi ironico: mentre noi perdiamo pazienza davanti a dieci pagine, loro ne stanno divorando milioni.

Ma il punto vero comincia quando cambia il percorso della conoscenza. Per secoli un autore scriveva un libro e qualcuno, prima o poi, lo leggeva. Oggi sempre più spesso quel libro viene assorbito da un sistema che lo analizza, lo collega ad altri milioni di testi e poi ce ne restituisce una parte sotto forma di risposta. Tra noi e la fonte entra quindi un intermediario potentissimo, capace di attraversare una quantità di conoscenza che nessun essere umano potrebbe affrontare in una vita intera.

E qui si apre un’altra questione. Se domani tutto quello che vorremo sapere lo chiederemo direttamente a un sistema di intelligenza artificiale, dovremo anche sperare che quel sistema sia capace di restituirci ciò che ha letto in modo corretto, completo e onesto. E questo presuppone già un altro problema: ammesso che tutto ciò che è stato scritto nei libri negli ultimi cinquecento anni sia sempre corretto, completo e privo di condizionamenti. Non è detto.

La storia, la geografia, la scienza e perfino il modo in cui abbiamo raccontato intere epoche possono contenere errori, omissioni, interpretazioni di parte e conoscenze che oggi andrebbero profondamente riviste. Ma questo è un altro discorso.

Il punto qui è ancora più semplice. Cercare una risposta non è la stessa cosa che riceverla. Io stesso, quando qualcuno mi chiede di spiegare qualcosa, spesso arrivo fino a un certo punto e poi gli dico: adesso vai a cercartela. In un libro, in una biblioteca, online, non importa. Ma cercala. Perché il gesto stesso di cercare mette in moto qualcosa che una risposta già pronta rischia di spegnere: curiosità, fantasia, attenzione, desiderio di capire.

Prendiamo una cosa banalissima. Se qualcuno mi chiede perché le foglie diventano gialle in autunno, posso spiegargli rapidamente il meccanismo. Ma se quella persona va a cercarlo da sola, scopre cosa succede alla clorofilla, cosa cambia con la luce, cosa emerge quando il verde scompare e magari trova anche un dettaglio che non stava nemmeno cercando. Quella conoscenza difficilmente la dimenticherà. Non perché gliel’ha data qualcuno, ma perché se l’è andata a prendere.

È questa forse una delle cose che rischiamo di perdere. Non la conoscenza in sé, ma il percorso necessario per raggiungerla. E quel percorso conta moltissimo, perché è proprio lì che si formano memoria, collegamenti, intuizioni e voglia di saperne ancora di più.

Per questo il problema non è soltanto se le macchine sapranno risponderci bene. Il problema è se noi continueremo ad avere voglia di andare oltre la risposta.

Il Project Panama, allora, non racconta soltanto la storia di milioni di libri distrutti. Potrebbe raccontare il momento in cui abbiamo cominciato a trasferire alle macchine non soltanto informazioni, ma anche una parte del percorso che ci ha sempre portato alla conoscenza.

MENTRE NOI SMETTIAMO DI LEGGERE I LIBRI, LE MACCHINE HANNO CAPITO CHE NE HANNO BISOGNO.

 

 

 

Alessandro Sicuro

Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication

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