Dal 22 al 28 settembre Milano torna al centro della moda internazionale con la Fashion Week dedicata alla Primavera/Estate 2027. In programma ci sono 203 appuntamenti tra sfilate, presentazioni ed eventi. Un numero importante, ma questa volta il calendario sembra raccontare qualcosa di più della semplice successione delle collezioni.
Prada apre la settimana e Giorgio Armani la chiude. Glenn Martens saluta Diesel. Loris Messina e Simone Rizzo, arrivati da Sunnei, debuttano alla guida creativa di Moschino. Maria Grazia Chiuri porta avanti il nuovo corso di Fendi, mentre Marni continua la trasformazione iniziata con Meryll Rogge.
E poi c’è Armani. Dario Vitale è appena entrato come nuovo direttore creativo di Emporio Armani e degli accessori Giorgio Armani, primo grande ingresso esterno nella storia creativa del gruppo. La collezione che vedremo questa settimana appartiene ancora alla fase precedente, ma da questo momento si apre inevitabilmente un’altra storia. Sarò curioso di capire come Vitale interpreterà Emporio Armani e fino a dove potrà spingersi senza perdere quella riconoscibilità costruita da Giorgio Armani in oltre cinquant’anni.
Versace, invece, questa volta non sfila. Dopo l’uscita di Dario Vitale e il passaggio della maison al gruppo Prada, il nuovo direttore creativo Pieter Mulier sta preparando il proprio debutto, previsto per febbraio 2027. Anche questa assenza dice molto: un’altra grande casa italiana è entrata in una fase di passaggio.
Ma dietro questi cambiamenti c’è anche un’altra questione, forse ancora più importante: il passaggio generazionale. La moda italiana sta entrando in una fase in cui una parte dei protagonisti che hanno costruito il sistema negli ultimi decenni lascia spazio a nuove figure, nuovi linguaggi e nuovi modi di interpretare i marchi. E non riguarda soltanto i direttori creativi. Riguarda le aziende, le famiglie, gli artigiani, i laboratori e soprattutto la capacità di trasferire conoscenze che spesso richiedono anni per essere costruite. Il vero rischio non è cambiare generazione. È perdere, nel passaggio, quello che quella generazione sapeva fare.
E mentre cambiano direttori creativi, strategie e proprietà, Milano apre la settimana con Vogue World, che quest’anno ha scelto un tema preciso: The Human Touch in the Age of Technology. Il rapporto tra artigianato, capacità umana e tecnologia. Difficile trovare un tema più attuale per la moda italiana. Perché forse è proprio questa la domanda che attraversa tutta la Milano Fashion Week 2026: quanto possiamo cambiare senza perdere quello che ci rende riconoscibili?
Negli ultimi anni la moda ha accelerato moltissimo. Si è prodotto di più, comunicato di più, mostrato tutto più velocemente. I social hanno trasformato anche la sfilata in qualcosa che viene visto, fotografato, pubblicato e spesso dimenticato nel giro di poche ore. A volte la comunicazione è arrivata perfino a correre più del prodotto.
Ed è proprio qui che torna centrale una questione che per il Made in Italy dovrebbe essere naturale: il valore di quello che sappiamo fare. Una giacca non è soltanto una forma. Dietro ci sono tessuti, proporzioni, costruzione, taglio, esperienza, ma soprattutto persone che hanno imparato un mestiere in anni di lavoro. È questo patrimonio che ha reso riconoscibile la moda italiana nel mondo.
Oggi la tecnologia entra inevitabilmente dentro questo processo. Può velocizzare la progettazione, aiutare a vedere un capo prima ancora che venga realizzato, leggere meglio il mercato e rendere più efficiente la produzione. Può essere una grande opportunità. Il problema nasce quando cominciamo a confondere lo strumento con il valore.
Perché quando tutti avranno accesso agli stessi sistemi e potranno produrre immagini perfette in pochi secondi, la differenza tornerà probabilmente a essere proprio quella che abbiamo sempre avuto davanti agli occhi: sapere fare bene qualcosa.
Vale anche per i marchi. Cambiare un direttore creativo è relativamente facile. Cambiare una maison senza comprometterne l’identità è molto più difficile. Ed è uno degli aspetti che seguirò con maggiore attenzione questa settimana. Fendi, Moschino, Marni, Versace, Armani: storie diverse, passaggi diversi, ma una stessa questione di fondo.
La vera sfida non è soltanto diventare contemporanei. È riuscire a cambiare generazione, linguaggio e strumenti senza cancellare ciò che rende un marchio immediatamente riconoscibile.
È questo, più del numero degli appuntamenti, che rende interessante la Milano Fashion Week di quest’anno. Dietro molte delle sfilate c’è un sistema che sta cercando una nuova direzione, mentre il mondo corre verso una produzione sempre più veloce, digitale e automatizzata.
Milano potrebbe ricordarci una cosa molto semplice: il futuro della moda non sarà scegliere tra uomo e tecnologia. Sarà capire come utilizzare la tecnologia senza perdere l’uomo.
Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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