Viviamo in un tempo nel quale ci viene chiesto continuamente di mostrarci, definirci, scegliere un’immagine, aderire a un linguaggio, a un’estetica, a un gruppo. Non è facile capire chi siamo davvero quando ogni giorno scorrono davanti ai nostri occhi migliaia di modelli già pronti.
L’identità non è un vestito da indossare. È quella struttura invisibile che ci permette di riconoscerci anche quando tutto intorno cambia. È il filo che tiene insieme ciò che siamo stati, ciò che siamo diventati e ciò che continuiamo a scegliere.
In questo viaggio possono accompagnarci tre pensatori molto diversi: John Locke, Carl Gustav Jung e Osho. Tre linguaggi lontani, ma una stessa domanda di fondo: che cosa significa essere davvero se stessi?
Locke lega l’identità alla memoria. Siamo anche ciò che ricordiamo di essere stati, perché senza memoria non esiste continuità. La nostra storia personale tiene insieme esperienze, errori, scelte, ferite, cambiamenti. Senza questo filo, l’io si disperde.
Jung spinge il discorso più in profondità. Non basta ricordare: bisogna diventare coscienti. Significa riconoscere anche le parti che preferiremmo non vedere, integrare ciò che abbiamo rimosso, smettere di costruire un’immagine di noi troppo comoda o troppo perfetta. L’identità, allora, non è qualcosa di immobile: è un processo.
Osho compie un passo ancora diverso. Ci invita a non identificarci completamente con ciò che abbiamo costruito intorno all’io. Ruoli, definizioni, passato, aspettative possono diventare gabbie. Da qui nasce il valore della presenza: riuscire, almeno per qualche momento, a stare dentro ciò che siamo senza doverlo continuamente spiegare.
Locke costruisce l’io, Jung lo trasforma, Osho lo dissolve. Dalla memoria alla coscienza, dalla coscienza alla presenza: tre modi diversi per attraversare la stessa domanda.
Ed è proprio qui che il tema diventa molto attuale.
Essere se stessi oggi non significa necessariamente essere diversi dagli altri. Significa capire che cosa ci appartiene davvero e che cosa abbiamo semplicemente assorbito. Un gusto, un’opinione, un desiderio, perfino un sogno possono sembrarci nostri soltanto perché li abbiamo incontrati abbastanza volte.
Prima smettiamo di scegliere i nostri pensieri, poi rischiamo di non accorgerci più che anche la nostra identità è stata costruita altrove. Ed è proprio quell’“altrove” che inquieta: modelli sociali, ideologie, gruppi, algoritmi, sostanze, chimica, qualsiasi cosa possa sostituirsi lentamente alla nostra capacità di sentire, decidere e soprattutto restare in contatto con la nostra coscienza.
Non servono necessariamente burattinai visibili. Basta che esistano strumenti capaci di trasformare l’energia critica in dipendenza, distrazione o conformismo. Il rischio non è soltanto essere influenzati, perché siamo sempre stati influenzati dal mondo che ci circonda. Il rischio è non accorgerci più di quanto una parte di ciò che chiamiamo “io” sia stata scelta altrove.
Il punto non è sapere chi muove i fili. Il punto è accorgersi quando abbiamo smesso di muoverli noi.
Per questo essere se stessi oggi può diventare un atto di libertà. Non una ribellione sterile, non il bisogno di distinguersi a tutti i costi, ma la capacità di attraversare il mondo senza lasciare che sia il mondo a decidere interamente chi siamo.
Significa non consegnare la propria identità a un gruppo, a un’ideologia, all’approvazione degli altri, a un modello sociale, ma nemmeno a sostanze o scorciatoie chimiche utilizzate per modificare artificialmente ciò che sentiamo. Ogni volta che affidiamo completamente a qualcosa di esterno il compito di dirci chi siamo, come dobbiamo stare o cosa dobbiamo provare, cediamo una parte della nostra autonomia interiore.
La consapevolezza è più difficile, perché non ci dà sempre ragione e non offre scorciatoie. Ma proprio per questo è anche ciò che può restituirci la parte più autentica di noi.
Conoscere la propria identità non significa quindi costruire una definizione definitiva di sé. Significa continuare a osservarsi, ricordarsi, correggersi, cambiare senza perdersi.
Forse essere autentici non significa trovare una volta per tutte chi siamo.
Significa riuscire, ogni giorno, a riconoscere ciò che davvero ci appartiene da ciò che il mondo ha semplicemente depositato dentro di noi.
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Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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