Siamo molto più abili a costruire una realtà sopportabile che ad affrontare quella reale che abbiamo davanti. La consapevolezza interrompe questo equilibrio, toglie i filtri e costringe a guardare ciò che spesso avevamo già capito, ma non volevamo ancora ammettere.
Forse uno dei motivi per cui la consapevolezza viene cercata tanto quanto viene evitata è molto semplice: sapere davvero qualcosa di noi stessi non è sempre piacevole. Possiamo passare anni a costruire spiegazioni, convinzioni, relazioni e abitudini che mantengono in equilibrio la nostra idea del mondo, poi basta vedere una cosa con un po’ più di chiarezza perché una parte di quella costruzione cominci improvvisamente a non reggere più.
L’essere umano passa una parte consistente della propria vita a costruire una versione della realtà che riesca a sopportare. Lo fa attraverso i ricordi, le convinzioni, le relazioni, le aspettative, le abitudini e tutto ciò che permette di mantenere una certa continuità tra quello che siamo stati, quello che crediamo di essere e quello che immaginiamo di diventare.
Non è necessariamente un inganno, è anche un modo per stare al mondo. Il problema arriva quando quella costruzione diventa più importante della realtà stessa e cominciamo a difenderla anche quando non regge più. A quel punto cerchiamo conferme, scegliamo ciò che ci rassicura, ignoriamo quello che incrina il quadro e continuiamo a muoverci dentro una narrazione che magari ci protegge, ma non ci rappresenta più davvero.
“Le droghe ti danno sempre ragione”.
Alterano, attenuano, amplificano, spostano la percezione e rendono per qualche tempo più semplice stare dentro quello scenario. Non chiedono di smontarlo, non costringono a guardarlo da fuori e soprattutto non impongono un confronto con ciò che non funziona.
“La consapevolezza fa l’opposto”.
Non consola, non aggiusta la scena e non si preoccupa di renderla più gradevole. Toglie progressivamente i filtri e lascia emergere quello che c’è, anche quando quello che c’è è molto diverso da ciò che avremmo preferito vedere.
Per questo può essere dura. Può mostrare che una relazione non era quella che avevamo raccontato a noi stessi, che una persona era stata vista attraverso le nostre aspettative, che una scelta difesa per anni non aveva più molto senso o che una situazione attribuita completamente agli altri conteneva anche una parte di nostra responsabilità.
Non sono scoperte che producono necessariamente benessere immediato. Spesso accade esattamente il contrario, perché quando una convinzione cade rimane per un po’ uno spazio vuoto e ciò che prima dava ordine alla nostra vita improvvisamente non lo dà più. La realtà appare più cruda, qualche volta perfino più povera di quella che avevamo costruito, semplicemente perché ha perso tutto l’apparato di spiegazioni con cui l’avevamo resa compatibile con noi stessi.
Ed è anche per questo che rifuggire la consapevolezza è comprensibile. Non perché sia inutile, ma perché costa.
Costa mettere in discussione un rapporto nel quale abbiamo investito anni, costa ammettere che una convinzione era sbagliata, costa riconoscere che abbiamo continuato a difendere qualcosa soltanto perché abbandonarlo avrebbe significato rivedere anche una parte della nostra identità.
Costano anche gli strumenti che aiutano a sviluppare quella consapevolezza, perché chiedono attenzione, osservazione e soprattutto la capacità di restare davanti a ciò che emerge senza correre immediatamente a correggerlo, giustificarlo o nasconderlo sotto qualcos’altro.
Fuggire è molto più facile e, naturalmente, non servono necessariamente sostanze per farlo. Si può fuggire riempiendo continuamente il tempo, cercando soltanto persone che ci confermano quello che pensiamo, cambiando ambiente ogni volta che qualcosa diventa scomodo, attribuendo all’esterno ogni responsabilità oppure continuando a sostenere convinzioni che da tempo hanno smesso di convincere perfino noi.
Lo scenario così rimane intatto e noi continuiamo ad abitarlo.
La consapevolezza interviene proprio lì. Non promette di rendere la vita più bella, almeno non immediatamente, ma permette di vedere con maggiore precisione ciò che prima riuscivamo ancora a confondere. E vedere significa, prima o poi, dover scegliere cosa conservare, cosa correggere e cosa lasciare andare.
Essere senzienti comporta anche questo lavoro: arrivare davanti a ciò che abbiamo costruito e cominciare a smontarlo, non per distruggere tutto, ma per capire che cosa abbia ancora fondamenta solide e che cosa sia rimasto in piedi soltanto grazie alle nostre giustificazioni.
Molte cose, del resto, le sappiamo già molto prima di essere disposti ad ammetterle. Sappiamo quando una situazione si sta esaurendo, quando una relazione non è più quella che raccontiamo, quando continuiamo a sostenere una scelta soltanto perché tornare indietro sarebbe doloroso. La consapevolezza non crea necessariamente queste verità, spesso elimina semplicemente la possibilità di continuare a evitarle.
Ed è da quel momento che si può davvero lavorare su qualcosa: analizzare, smontare, capire e, quando serve, migliorare. Non per inseguire una fantomatica perfezione personale, ma perché continuare a vivere dentro uno scenario che sappiamo falso, prima o poi, presenta il conto.
Le droghe ti danno sempre ragione.
La consapevolezza no.
Ti mette davanti la realtà, qualche volta senza molta delicatezza, ma almeno da quel momento sai finalmente che cosa hai davanti.
Pillola Blu o Pillola Rossa?
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Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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