Agosto 19, 2026

ALESSANDRO SICURO COMUNICATION

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UN TESTO BREVE, UN’ECO ENORME, UN’ONDA D’URTO: LA FORZA SEMANTICA CHE RESTA DENTRO

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Ho ascoltato Lazarus dei Porcupine Tree e mi ha colpito subito. È un pezzo molto bello, ma soprattutto ha qualcosa che resta. Sono andato a leggere il testo con attenzione, cercando di capire cosa ci fosse realmente dietro quelle parole, e questa è la lettura che ne ho ricavato. Secondo me, molto, molto profonda. Una canzone può sconvolgerci più di un saggio di cento pagine, perché le idee si comprendono, le emozioni si riconoscono. Ed è forse proprio questo che accade con Lazarus.

Il pezzo molto probabilmente è dedicato a chi sta attraversando un momento della propria vita in cui sente di essersi allontanato da qualcosa.

Lazarus è infatti una canzone molto più inquieta di quanto faccia pensare la sua dolcezza. Steven Wilson costruisce il testo come se ci fosse una voce che chiama il protagonista da lontano. Una presenza femminile, quasi materna, che sembra dirgli: torna, vieni via da lì, lascia quello che ti sta facendo male.

Non è però completamente chiaro chi stia parlando. Potrebbe essere una persona reale, un ricordo, la coscienza del protagonista o persino qualcuno che non c’è più. Ed è proprio questa ambiguità a rendere il brano ancora più affascinante, perché quella voce resta sospesa in una zona indefinita, a metà tra memoria, presenza e assenza.

Il titolo Lazarus richiama inevitabilmente Lazzaro, l’uomo che nel Vangelo viene richiamato alla vita. Ed è questa, secondo me, una delle chiavi più interessanti del pezzo: non tanto una resurrezione fisica, quanto il tentativo di raggiungere qualcuno che, lentamente, sta perdendo il contatto con una parte vitale di sé.

Nel testo si percepisce infatti un uomo emotivamente isolato, quasi anestetizzato. Intorno a lui il mondo continua a muoversi, ma lui sembra esserne separato. È come se il legame con ciò che un tempo aveva significato casa, amore, memoria o appartenenza si fosse progressivamente indebolito, lasciandolo in una condizione di distanza emotiva difficile perfino da nominare.

Ed è qui che il brano diventa ancora più interessante, perché non offre una spiegazione definitiva. Quella presenza potrebbe appartenere alla vita, al passato, a una persona amata, alla coscienza o perfino a qualcosa che si trova oltre la vita stessa. Wilson lascia volutamente quella porta aperta e proprio per questo permette a chi ascolta di riempire quello spazio con la propria esperienza.

Musicalmente accade quasi il contrario di ciò che ci aspetteremmo. Il pianoforte è delicatissimo, la voce intima, la melodia quasi una ninna nanna. E proprio questa apparente serenità rende il brano ancora più malinconico.

È come se una materia emotiva profondamente inquieta venisse raccontata senza alzare mai la voce. Nessun eccesso, nessuna enfasi, nessun bisogno di spiegare tutto. Solo una melodia che accompagna lentamente dentro una sensazione di perdita, lontananza e possibilità.

È come sentire qualcuno chiamarti con dolcezza mentre ti stai allontanando.

Forse è proprio per questo che Lazarus riesce a colpire anche senza comprenderne immediatamente tutte le parole. Perché prima ancora del significato arriva una sensazione. E quando poi si entra nel testo, quella sensazione acquista una forma più precisa.

Parla della distanza da se stessi, ma soprattutto della possibilità che una voce, un ricordo o un sentimento riescano ancora a raggiungerci proprio nel momento in cui pensavamo di essere diventati irraggiungibili.

 

 
 
 

 

Alessandro Sicuro

Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager Alessandro Sicuro Comunication


 
 
 
 
 
 
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