Milano, 6 ottobre. Steven Wilson arriva al Combo, in Ripa di Porta Ticinese 83, per presentare Requiem For A Village, il nuovo album solista in uscita il 6 novembre. Incontro con il pubblico, ascolto in anteprima e DJ set. Ma definirlo soltanto un disco è poco: Wilson ha costruito un universo grafico, narrativo e digitale che continua ben oltre la musica.
Il progetto ruota attorno a un piccolo villaggio britannico sospeso fuori dal tempo, con una chiesa, una stazione, abitanti, rituali, fotografie, documenti e perfino un sito internet. Il sito sembra volutamente autocostruito: grafica elementare, fotografie piccole, pagine spartane, avvisi pubblici e comunicazioni parrocchiali. Sembra davvero un vecchio sito comunitario degli anni Novanta, ed è proprio questo il punto: tutto deve apparire nato dentro il villaggio, non dentro un ufficio marketing.
La stessa logica passa attraverso il vinile. Fotografie, impaginazione e materiali sembrano usciti dall’archivio di una comunità realmente esistita. Niente perfezione patinata: tutto porta addosso il tempo, la memoria, perfino l’errore.
Poi la storia diventa inquietante. Gli uomini che muoiono diventano pietre, le donne uccelli; gli abitanti sembrano destinati a restare lì per sempre. La stazione ha una sola linea e il treno parte ogni giorno alle 11:06 per tornare, alla stessa ora, nello stesso punto. Sul sito compare una frase che riassume tutto: “all destinations end here”.
La morte attraversa il progetto senza diventare semplice esercizio gotico. È una presenza inevitabile, qualcosa con cui fare i conti. Forse anche per questo Wilson cerca una musica meno perfetta, meno corretta, più umana: meno interventi digitali, niente intelligenza artificiale, strumenti non sempre impeccabili, errori lasciati vivere. Restano i sintetizzatori analogici, Moog compreso, ma accanto all’elettronica entrano strumenti acustici, timbri ruvidi ed esecuzioni volutamente non perfette. Wilson parla della necessità di ritrovare le “impronte digitali” di chi suona.
Ed è qui che tutto si tiene. Il sito sembra fatto a mano perché anche la musica vuole tornare a essere fatta a mano. Il vinile sembra un reperto, il suono cerca materia, difetto e presenza. La tecnologia rimane, ma torna a essere uno strumento.
Alla costruzione narrativa partecipa Andy Partridge degli XTC, mentre David Tennant presta la voce al narratore. Wilson ha definito Requiem For A Village “54 minuti di cinema per le orecchie”.
A Milano, oggi 6 ottobre, Steven Wilson ha presentato quindi molto più di un nuovo album: un lavoro da ascoltare, ma anche da aprire, guardare ed esplorare.
Perché nel suo villaggio il treno parte. Ma non porta da nessuna parte.
UN SITO CHE SEMBRA COSTRUITO A MANO
La prima cosa che colpisce entrando nel sito di Requiem For A Village è proprio la sua apparente semplicità. Per chi progetta siti da anni, sembra quasi un vecchio portale autocostruito: grafica essenziale, piccole fotografie, menu elementari, bacheche, avvisi, comunicazioni parrocchiali. Ma è tutto voluto. Wilson ha costruito il sito come se appartenesse davvero a quella comunità immaginaria, quasi fosse stato realizzato dagli stessi abitanti del villaggio. Louder
Ed è qui che il progetto acquista forza: l’artigianalità non è una posa, ma una parte del racconto. La stessa filosofia attraversa il disco, la grafica, il vinile e la musica: recuperare il gesto umano, il difetto, la materia, ciò che nasce dalle mani prima ancora che dalle macchine. Dentro questo universo compaiono poi simboli, rituali, pietre, uccelli, una chiesa, un treno che parte e ritorna sempre nello stesso punto. Meglio non raccontare troppo: il fascino sta proprio nell’entrare nel villaggio poco alla volta e scoprire cosa c’è dietro ogni dettaglio.
Wilson lo definisce “54 minuti di cinema per le orecchie”.
Ed è esattamente questo: non solo un album, ma una storia da ascoltare, guardare e attraversare.
Alessandro Sicuro
Brand Strategist | Photographer | Art Director | Project Manager
Alessandro Sicuro Comunication
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